Berlusconi parla dei parlamentari, e ha ragione. Ma le inefficienze del pubblico e della politica sono più di quelle che si vedono in Camera e Senato. Enti inutili fondati per crearsi consenso mediante prebende il cui costo ricade sul contribuente. Ecco quali.
Il gruzzoletto di milioni che verrebbe risparmiato dalla riduzione del numero dei parlamentari consegnerebbe una boccata d’ossigeno, di questi temp
i preziosa, alle esigenti casse dello Stato italiano, quello che vanta una spesa pubblica da record (pari a due miliardi di euro al giorno). Ben venga l’iniziativa, quindi, anche se ci sono buone probabilità che si tratti solo di una goccia nell’immenso mare dei costi della politica e della burocrazia del Belpaese. E’ dal dopoguerra, infatti, e precisamente dal 1956, che diversi governi hanno provato a bloccare il continuo proliferare di comitati, commissioni, fondazioni ed enti di ogni genere, per razionalizzare la crescente e troppo spesso poco produttiva spesa pubblica. Ma nessuno è mai riuscito a liberare il contribuente italiano dai costi generati. Eppure queste strutture gravano molto di più, nel bilancio dello Stato, rispetto agli stipendi degli onorevoli.
E L’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE? – L’ultima volta che la questione torna alla ribalta della cronaca è il 2 febbraio 2009, quando viene presentato alla Camera un disegno di legge, firmato dagli onorevoli Mario Valducci e Osvaldo Napoli, che proponeva la soppressione degli enti territoriali intermedi e il trasferimento delle relative funzioni a province, comuni e regioni. Nel mirino del testo finivano, precisamente, centinaia di enti tra Comunità montane, Bacini imbriferi montani (BIM), Consorzi di bonifica, Enti parco regionali, Autorità d’ambito territoriale (ATO), Enti strumentali regionali, Circoscrizioni comunali, che avrebbero dato un apporto importante alla decimazione dei rami inutili della macchina-Italia. Ma, purtroppo, l’esame del ddl in questione da parte delle Commissioni Parlamentari non è mai cominciato. Ne avevamo già parlato su Giornalettismo, quando avevamo sottolineato, a suo tempo, che l’iniziativa parlamentare di Valducci scriveva la parola “fine” sull’unica proposta programmatica sulla quale erano riusciti a convergere in campagna elettorale quasi tutte le forze politiche e che davvero sarebbe stata rilevante ai fini della riduzione dei costi della macchina burocratica e amministrativa italiana: l’abolizione delle province. L’attesa della potatura dei rami secchi è destinata a protrarsi ancora nel tempo.
COMITATI E COMMISSIONI MINISTERIALI – Proprio quel giorno, inoltre, il Sole 24 ore classificava gli enti pubblici italiani; li quantificava nel numero di 677, dei quali secondo il quotidiano, ben 204 fanno riferimento al Ministero dei Beni Culturali (referente, il poeta Sandro Bondi) e 126 al Ministero dello Sviluppo Economico (il clarissimo Claudio Scajola
). Un cospicuo numero di fondazioni, agenzie ed enti minori (da quello autonomo del Flumendosa all’ente nazionale sementi elette). Una lista che assorbe anche il cosiddetto elenco Istat (oltre 340 strutture), fino ad oggi preso a riferimento soprattutto per l’eliminazione e lo sfoltimento degli organismi con meno di 50 dipendenti sancito dalla manovra estiva varata dal governo. Dopo una lunga ricognizione, nel mirino sono rimasti da chiudere solo nove enti. Anche questi ultimi, però, alla fine si sono salvati. Con un emendamento al decreto milleproroghe del 2008, infatti, l’esecutivo avrebbe fatto slittare dal marzo 2009 a giugno 2009 il termine per il ridimensionamento in questione, e precisamente l’eliminazione di quelli con un numero di dipendenti inferiore a 50 stabilita dalla manovra estiva. I ministri Roberto Calderoli e Renato Brunetta prima hanno fatto la voce grossa, ma poi si sono dovuti arrendere firmando, con un decreto pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» del 22 gennaio, l’ennesimo salvacondotto. A scamparla sono stati, tra gli altri, l’Accademia della Crusca, il Coni e la Lega italiana per la lotta ai tumori, ma anche l’Unione nazionale ufficiali in congedo, la Cassa conguaglio settore elettrico e l’Istituto italiano per l’Africa e l’Oriente. Si son accorti che in base alla loro classificazione rientravano in quella categoria solo 9 enti. Ma non è l’unico tentativo andato a vuoto e rinviato al futuro. E, come dice il Sole, nel regno di “entopoli” continuano anche a fare bella mostra gli enti inutili storici, quelli in liquidazione. Si tratta di veri e propri fantasmi che, dal lontano 1956, continuano imperterriti a comparire nei meandri più sperduti del pianeta burocrazia. Neppure la levata di scudi della Corte dei conti, nel 2007, è riuscita a chiudere questa incredibile vicenda. Tanto è vero che ancora oggi ne risultano formalmente in vita più di 70.
UN PROBLEMA INSORMONTABILE? – Non aveva riscosso risultati migliori nemmeno il governo prec
edente, dove si era incaricato della battaglia contro i costi inutili il Ministro Giulio Santagata, che riteneva fossero circa 300, più o meno il 50% del totale, gli organismi ministeriali che non erano in grado di fornire alcun tipo di utilità. Col decreto Bersani, precisamente, con l’art. 29, veniva stabilito che la spesa complessiva sostenuta dalle amministrazioni pubbliche per “organi collegiali e altri organismi” veniva “ridotta del 30% rispetto a quella sostenuta nell’anno 2005. Correva l’anno 2006 e si parlava di un risparmio per le casse pubbliche dell’ordine di 15 milioni per quell’anno e di 42 milioni per i due anni successivi: obiettivi poco ambiziosi, il cui raggiungimento non vale nemmeno la pena di essere verificato. Le parole dell’allora Ministro dell’Attuazione del programma, che parlava di numeri “non ingenti, ma significativi“, confermavano la sensazione della scarsa importanza dell’iniziativa. Dove mettere le mani quindi? Ci sono gli enti che resistono da un’eternità a qualsiasi norma emanata in oltre 60 anni di vita repubblicana, e a qualsiasi parlamento e governo alternatisi alla guida del Paese. Sono oltre cento ed è difficile selezionare quanto di più inutile possa trovarsi nella lista. C’è la Fondazione figli degli italiani all’estero, l’Istituto nazionale per l’addestramento e il perfezionamento dei lavoratori dell’industria, l’Opera nazionale per i combattenti, l’Ufficio accertamenti e notifica sconti farmaceutici, l’Ente nazionale per le tre Venezie, l’Ente Colombo ‘92, l’Ente nazionale lavoro ciechi, l’Associazione nazionale controllo combustione e la Cassa conguaglio zucchero, e via discorrendo. I fatti giudiziari in cui sono coinvolti tali Enti, posizioni debitorie e creditorie nei confronti di terzi, impediscono di fatto che lo Stato possa rientrare in possesso dei loro patrimoni.
SIORE E SIORI VENGHINO – Un discorso a parte meritano le aziende municipalizzate, quelle che si occupano di elettricità, gas, acqua, rifiuti, trasporti pubblici e che invece di produrre efficienza ci regalano tariffe dei servizi pubblici locali che si impennano a ritmi più alti dell’inflazione. Se ne contano più di 5.000 in tutt’Italia ed hanno superato l’1% del Pil e dell’occupazione nazionale. Ma il valore aggiunto per ogni addetto è più basso della media nazionale, più alto il costo del lavoro. Queste non si toccano, perché costituiscono anche il non plus ultra del dispiegarsi del potere comunale: ecco perché il sindaco Gianni Alemanno, otto mesi fa quando, commentando il piano di rientro dal debito comunale, ereditato, giurò solennemente: “I dipendenti comunali sono 27mila, quelli delle aziende e delle munici-palizzate 34mila, in totale più di 60mila unità. Noi non vogliamo licenziare nessuno, ma non possiamo permetterci di andare oltre questo numero“. E poi ha assunto ben 120 tra impiegati, quadri e dirigenti infilandoli in Tram-Bus e Met.ro. Quando si dice la coerenza.























a parte commissioni, enti e apparati… mi vengono in mente robe di altro genere, tipo autoblu, armi e premi letterari. Forse, molto probabilmente, mi sbaglio per almeno un paio delle cose che ho citato.
Quanto all’idea dell’ultimora di Berlusconi:
anche se l’ho intesa, per un momento, come un piccolo fuoco d’artificio acceso per deviare l’attenzione della gente verso qualcosa di “positivo”, devo ammettere che l’iniziativa mi piace
Ecco un articolo che mette in evidenza la distanza tra il parlare a vanvera dei politici e la loro inazione.
Purtroppo, alla fin fine, è ANCHE colpa di noi cittadini, molto attenti alle pifferaiate pre elettorali e demagogiche e molto meno ai fatti concreti che porterebbero non solo a risprmi immediati ma anche ad un aumento dell’efficienza deloo Stato.
Le “piccole riforme” spesso valgono molto più delle “grandi”. Ma forse siamo troppo “infantili” per accorgecene.
Complimenti
C.
Basta che qualcuno proponga di tagliare i Parlamentari, e subito appare quello che comincia e enumarare tutte le cose che si potrebbero tagliare, accadrebbe la stessa cosa se qualcuno proponesse di tagliare le altre cose, l’importante, nel nostro Paese, è non tagliare niente, d’altronde ci campa tanta gente che non so cosa gli farebbero fare. Quello dei Parlamentari però, sarebbe oltretutto un segnale di decenza, perchè LORO, sarebbero quelli che si ridimensionerebbero da soli, e questo sarebbe doppiamente meritevole. Non c’è pericolo che accada, anche nei momenti di maggiori polemiche per i bassi stipendi operai ecc., LORO, quando hanno potuto farlo (anche alla chetichella) se lo sono aumentato così come i privilegi. Come si spegherebbe altrimenti l’astio che sentono TUTTI i CITTADINI verso questa classe PRIVILEGIATA DA LORO STESSI????
che sono i parlamentari a fare gli enti inutili, ma gli enti inutili costano più dei parlamentari, ti pare un’obiezione sensata?