Interni

Benvenuti nel Paese della Riconciliazione

Quel Pinelli volato dalla finestra. E quelle indagini sugli ambienti anarchici, così simili a un soffione. Il soffione, quel fiore con i petali così delicati che basta un soffio per spogliarlo. Come una macchinazione male organizzata. Come un depistaggio. 

(…) Non era assolutamente da escludersi infatti che il commissario Calabresi rientrato nella stanza avrebbe potuto ordinare il suo rilascio.

Perché allora non attendere quei pochi minuti, posto che nulla sarebbe cambiato ai fini della possibilità di porre in essere l’insano gesto?

[la sentenza, di nuovo: ASSOLUZIONE] 

STORIA SCRITTA E STORIA VERA – C’è anche una risposta. Malore attivo, si chiama. Può causare la caduta di un innocente da una finestra del quarto piano della Questura di Milano. Secondo il Giudice Istruttore D’Ambrosio.  La storia non si fa nelle aule del Parlamento, dove vince la democrazia, dove vince una coalizione di partiti che rappresentano un’idea, una visione parziale della realtà. La storia non è democratica, perché anche l’ultimo degli studiosi può trovare il più introvabile dei documenti e costringere tutti a rivedere le loro teorie. La storia non si fa col consenso. Non si vota quella più convincente. Non si fa neanche nelle aule dei tribunali, perché le regole secondo cui giudicano i giudici hanno bisogno di ricostruzioni che sopravvivano ai dubbi. Basta un dubbio ad escludere un’interpretazione. La verità giudiziaria: oltre ogni ragionevole dubbio.   Le sentenze si scrivono con le risposte incontestabili (secondo il giudice). Hanno bisogno di prove, raccolte secondo le norme di procedura. Ogni processo è una storia a sé, ogni processo produce una ricostruzione, una sola verità. Incrociando due sentenze, può persino succedere di scoprire delle contraddizioni nella ricostruzione dello stesso fatto.  E’ vero che il termine storia deriva dal greco e significa conoscenza acquisita tramite indagine o ricerca. E’ il modo in cui nasce e si forma la conoscenza del giudice che ci interessa e ci pone dei dubbi.

NESSUN DUBBIO - La storia si fa con i documenti e le testimonianze, senza dubbi, e in questo è simile alle regole del processo. Può capitare che si serva delle carte di un processo. Ma le domande le fanno gli storici, che non sono avvocati, non lavorano per una delle due parti. E gli storici non smettono mai di indagare e di cercare documenti e prove. La storia non finisce con una sentenza definitiva.  Se sei un vero storico, uno storico serio, sai che per superare una prova documentata devi trovarne una che la smentisca. Una più autorevole. Non basta il dubbio, per bocciare un’interpretazione. Il dubbio va spiegato e dimostrato. Perché dirigere le indagini verso gli ambienti anarchici, con quella determinazione? Oltre ogni ragionevole dubbio. Escludere gli ambienti della destra eversiva.Queste scelte può spiegarle una sentenza. Ma la storia? Perché un presunto stragista arriva in Questura sulla sua bicicletta? Perché a partire dal 1970 è apparso chiaro il coinvolgimento a tutti i livelli nell’organizzazione e realizzazione dell’attentato di quei gruppi dell’estrema destra che per mesi ebbero garantita la libertà (anche quella di costruire alibi e depistare)? Questi sono documenti. Fatti. Non dubbi. Di questa storia se ne possono approfondire cento, dicevamo. Resteranno sempre tanti dubbi. E fatti che testimoniano i troppi errori commessi. Di Napolitano non posso non apprezzare l’aver accomunato Pinelli alle vittime della bomba di Piazza Fontana. Incluso tra quelle: la diciassettesima vittima. Quello che non riesco a sopportare sono le equiparazioni. Semplificazioni. Banalizzazioni di percorsi di vita. La riappacificazione decisa dalla politica, basata sulla deresponsabilizzazione di una parte e l’assunzione al ruolo di martire dell’altra. Non ci sono santi e assassini qui. C’è un’indagine costruita come un soffione. C’è un volo da una finestra. C’è un uomo morto innocente. C’è un commissario ucciso dalla lotta (che definire politica significherebbe legittimare) e dall’odio cieco. C’è un morto per il suo lavoro, e un morto per le sue idee. Un morto per le sue idee, e un morto per le sue azioni e scelte. Senza dover promuovere il secondo al grado di martire, vorrei poter continuare a pensare che ci sono vittime innocenti da una parte, e vittime di una guerra civile che da qualche parte trovava una sua (folle) giustificazione, dall’altra.  Azione-reazione, vale da una sola parte in questa storia. Dall’altra, omicidio di Stato. O malore attivo, di Stato anche questo. Che cos’ha fatto Pinelli? Nulla, lo dice anche Napolitano. Vittime entrambe, ma diverse. E riconciliazione sia, Presidente Napolitano. Ma non questa riconciliazione. Perché si può farla anche sotto due bandiere diverse. 

DOCUMENTI:
Il testo della sentenza del Giudice D’Ambrosio, con cui si dichiarò la morte accidentale di Pinelli

Altri scritti sulla vicenda Pinelli che ho trovato interessanti

Per approfondimenti, oltre a una ricerca su Wikipedia (specie sui singoli personaggi citati), consiglio due dossier

4 commenti a Benvenuti nel Paese della Riconciliazione

  1. Un articolo appasionante, coinvolgente, bellissimo.

    Che mi fa riflettere. Io mi sono a mia volta commosso davanti a quell’abbraccio tra quelle due donne, tra le mogli di due vittime: e ci ho visto significati in parte simili e in parte diversi dai tuoi.

    Credo che sia giusto ricordare che i morti sono tutti meritevoli di pietà, molti anche di rispetto. Credo che l’assassinio del Commissario calabresi sia una cosa da condannare, perchè sono sempre stato contro ogni forma di terrorismo e di violenza. E che sia stato vittima del terrorismo insensato e sbagliato

    Ma credo anch’io che Pinelli si meriti, come tutte le vittime innocenti, un rispetto speciale.

    Grazie

    C.

  2. Grazie a entrambi…

    approfitto del secondo commento per sottolineare che questo NON E’ un articolo contro Calabresi.
    E’ una riflessione sul concetto di vittima e su quello di riappacificazione.
    Su come alcune volte si mettano sullo stesso piano situazioni diverse per scelta politica, per comodità, per paura di dire tutto fino in fondo.
    Napolitano ha fatto un’operazione molto bella ma troppo di facciata secondo me: manca un’affermazione fondamentale, e cioè che negli anni di piombo troppi hanno pagato senza colpa e senza avere nulla a che fare con quella che era una guerra civile. La differenza tra vittime civili e vittime combattenti, tra Pinelli e Calabresi in poche parole.

    saluti e ancora grazie per lo spazio
    Luigi

  3. Z

    Articolo letteralmente illuminante.

    Un articolo contro Calabresi a quasi quarant’anni dalla sua tragica morte non credo avrebbe senso. Qualsiasi fosse il suo debito di giustizia e di morale nell’ambito dell’assassinio dell’anarchico Pinelli, ritengo che possa considerarsi ampiamente compensato.

    Tuttavia la storia di questa magra repubblica è orfana di parecchie verità che vanno ben oltre le responsabilità di personaggi del calibro di Luigi Calabresi. Che fu una delle tante pedine sacrificabili del teorema dei poteri occulti. La sua morte fu tanto funzionale quanto il suo operato, nel caso Pinelli, alla causa della radicalizzazione del conflitto sociale e dello screditamento sistemico dell’universo antagonista. La sua morte fu voluta dal sistema in maniera equiparabile alla falsa incriminazione di Pinelli, Valpreda e dell’anarchismo in generale.

    Se l’Italia vuole darsi una parvenza di repubblica democratica, sono queste le verità e le responsabilità che devono venire a galla.

    Il messaggio della conciliazione, purtroppo, va nella direzione perfettamente contraria: mettiamoci una pietra sopra.
    Pinelli è morto a causa di un malore attivo, Calabresi fu vittima di una follia collettiva barbara ed irrazionale.
    Una falsa verità tanto infima e diffamatoria poteva essere promossa solo da uno dei tanti flagellanti della sinistra istituzionale che portano la propria dignità intellettuale in sacrificio all’interesse dell’equilibrio sistemico.

    Napolitano è corrotto. Palesemente corrotto.
    Corrotto dall’età, dall’esercizio del potere, dall’abitudine al compromesso.
    La sua senescenza amnestica è il simbolo dell’Italia che egli stesso rappresenta.
    La sua autorevolezza è data solo dal fatto che, forse, non si sa quando, è stato di sinistra.

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