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pubblicato il 25 maggio 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

Spesso nelle redazioni dei giornali ci si annoia. E quando non si ha molto da fare, o si rimediano figuracce sul terremoto, oppure si chiama quella del costume e società e le si dice: “Perché non ci tiri fuori qualche nuova moda o trend, così fai dibbbattito?“. La responsabile si arrovella un po’ cercando di ricordarsi le ultime parole che vanno di moda (ad esempio: Facebook, privacy, proteste), e poi le elenca allo sfigato di turno dicendo di tirarci fuori un articolo. Ed ecco come vengono fuori pezzi come questo del Corriere: “Relazioni pericolose e web-dipendenti / Nasce il partito dei nemici di Facebook. Contestata la superficialità dei rapporti, e in molti decidono di cancellare il proprio profilo dalla rete“. Poi si comincia a scrivere: l’attacco lo si fa – anche se non c’entra una cippa – sull’ultimo fatto di cronaca, l’accusa di violenza carnale nei confronti di una tredicenne a carico di un comico (Alessio Saro detto Neuron o Billi Ballo, di Italia 1), per poi cambiare totalmente discorso, inventando una non ben precisata “rivolta” da parte degli utenti nei confronti dei social network: “L’entusiasmo sta scemando. E i fanatici della prima ora cominciano a ricredersi. Perché trovato l’ex fidanzato, rintracciato quello che non ti filava al liceo e che adesso ha la pancia (ben gli sta), fatta «amicizia» con il cantante preferito, cosa resta di Facebook? Noia, direbbe il Califfo. Cioè: persone che non sentivi prima e che continui a non sentire dopo; presunti «amici» ai quali non hai mai mandato nemmeno un messaggio, ma che sono lì a mostrare a tutto il «Facebookmondo» che la tua rete sociale è ricchissima. Fino all’assurdo: i gruppi «Io non sono su Facebook» e «Io odio Facebook», cliccatissimi in inglese, che qualcosa vogliono dire, al di là dell’ossimoro, visto che si trovano sul «Librofaccia»“.

20090521 artefatti E dal Corriere partì la crociata contro Facebook: E uno schifo, signora mia!, Ora, a parte la citazione da Franco Califano - che già di per sé aiuta a far pervenire all’iniziato il contesto dell’articolo (in gergo giornalistico si chiama cazzeggio) – è interessante notare che gli argomenti portati a supporto della tesi della crisi dei social network sono di una originalità unica: c’è gente che critica uno strumento, cosa che accade ormai da sempre ogni volta che si “crea” qualcosa, utile o meno che sia. Così come subito dopo che sono stati inventati i campionati di calcio, è arrivato uno a dire che l’arbitro era cornuto. Ciò nonostante, il calcio ha retto. E quindi forse – ma non lo darei per certo – anche Facebook riuscirà a reggere all’onda d’urto dell’Auctoritas del Califfo. Anche se al Corriere (a firma Elvira Serra) sono convinti di avergliele cantate, stavolta, a Faccialibro eh? Ma per essere sicuri di aver messo la giusta dose di polemica nel trendy dell’estate, che ti pensano in via Solferino 2.0? Ma di fare il cosiddetto “giro di opinioni“, ovvero contattare qualche vip critico nei confronti di Facebook ed ospitare il suo pensiero. Chiaro l’intento: se a criticare il social network sono maitre-à-penser del calibro di Daria Bignardi, Chiara Gamberale e Marco Missiroli, il lettore sarà sicuramente positivamente influenzato. Peccato che di quel tizio dal nome tedesco – coso lì, com’è che si chiama? Popper! – la giornalista non sia riuscita a trovare il cellulare nella rubrica di redazione, altrimenti ce lo schiaffava dentro pure lui, e via andare. “Non sono fatta per amare a metà… Ma con 4.959 amici e 7.096 in attesa di essere accettati, capite che mi sta venendo l’angoscia?“, dice la Bignardi. Trattenendosi, evidentemente; io il fatto che la compagna di Luca Sofri abbia 7mila amici in attesa lo chiamerei con il suo vero nome: un’emergenza democratica! Quindi tocca al premio Campiello Opera prima 2006, che però viene dall’articolista citato a sproposito, in relazione al fenomeno del furto di identità: “Su Facebook ci sono quattro Marco Missiroli e nessuno di quelli sono io. Così sono diventato lo scrittore stronzo che non risponde ai messaggi. Non è solo un discorso di privacy. Non mi piace forzare i legami, accelerare le mie emozioni. Facebook è un illusionista: è una vetrina sociale di rapporti falsi. Ha fatto aumentare tradimenti, divorzi, violenze“. 

Ora, è facile verificare che i due (e non quattro) Marco Missiroli che ci sono su Facebook, non sono affatto persone che hanno rubato l’identità allo scrittore, ma semplicemente gente che porta il suo stesso nome e cognome. Se l’articolista avesse saputo di cosa stava parlando, avrebbe invece citato il caso di Riccardo Luna, oggetto davvero di un furto d’identità nel frattempo risolto. E non avrebbe certo chiamato in causa Missiroli, a meno che l’autrice del pezzo  non intenda suggerirci che costituisce in qualche modo una sordida colpa registrarsi su Facebook chiamandosi come lui. Il quale comunque può consolarsi: da oggi per noi non è lo scrittore stronzo che non risponde ai messaggi, ma soltanto lo scrittore tanto scemo da non sapere cos’è un omonimo. Così come ogni tirata psicologica (o meglio: psicologistica) sul male che potenzialmente fanno i social network aiutando lo stalking e via cianciando, è intrinsecamente una fregnaccia pari a quella che vorrebbe le stragi e gli stupri diretta conseguenza dell’esposizione ai videogiochi violenti: il malato mentale è tale a prescindere dal numero di film horror che ha visto, e in mancanza di altri stimoli si farebbe influenzare a squartare la vicina di casa anche dalla visione di Mary Poppins. Punto. Ma la cosa più divertente, in tutto ciò, è che secondo Rupert Murdoch il futuro dell’editoria on line è nel diventare a pagamento. Cioé, il lettore dovrebbe abbonarsi per leggere agenzie di stampa copincollate, collezioni di video da Youtube e “inchieste” condotte con un’ignoranza degna di miglior causa. In bocca al lupo, manager. 

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Imperdibile, pubblicato nella Posta di Giornalettismo: un editorialista di Libero, Davide Giacalone, gliene ha dette quattro a quell’infame misticatrice di Maddalena Balacco, in (p)arte Loska. Leggetevi botta e risposta della redazione: ne vale davvero la pena. 

(vignetta di Artefatti)

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