Medioriente e guerra: dalla visione generalista sul terrorismo delle prime ore al vero problema di oggi, la guerra interna. Strategie e numeri di un problema ancora senza soluzione
15 novembre del 2005, conferenza di Vienna su ‘Islam e pluralismo’: il presidente iracheno Jalal Talabani definì il terrorismo “un flagello che colpisce tutta l’umanità” e non solo l’Iraq; i musulmani dovevano combattere il settarismo attraverso cui i qaedisti volevano seminare“discordia tra sciiti e sunniti e spargere un orrore contrario ai valori dell’Islam”. Con l’aggiunta: ”questi criminali non devono avere pace”. Durante quell’anno
morivano poco più di 1200 civili iracheni al mese, un incremento di quasi il 40% rispetto al 2004. Ancora ‘poco‘, in confronto all’ecatombe di morti del 2006 (2300 al mese) e del 2007 (poco più di 2mila), prima che il ‘surge‘ (l’invio di 30mila soldati di rinforzo richiesto dal generale americano David Petraeus) iniziasse a dare i suoi frutti. Durante quella stessa conferenza prese parola anche il presidente afghano Hamid Karzai, sostenendo che il suo paese, liberato dai talebani, dimostrava che “differenze di fede e cultura possono difficilmente essere ostacolo alla costruzione di una società giusta e pluralista” e che ”l’Afghanistan ha scelto democrazia e pluralismo come strada per il suo futuro“. Forte del fatto di aver da poco gestito le prime elezioni libere della sua storia, l‘Afghanistan non era più il ‘fronte caldo’ della guerra al terrorismo. Infatti, con buona pace di Talabani, nel 2005 morivano sei volte e mezza più soldati in Iraq che in Afghanistan.
OGGI – 7 maggio 2009, summit tra i presidenti americano (Obama), pakistano (Zardari) e afghano (Karzai). E’ stata tutta un’altra musica: si è parlato apertamente di ‘guerra siamese‘, dei due paesi asiatici impegnati in una lotta difficile e di una situazione che sta deteriorandosi. Karzaiha detto che Karachi e Kabul sono dei “gemelli uniti“. Zardari: “Afghanistan, Pakistan e Stati Uniti sono tutti vittime del terrorismo, così come lo è il mondo intero“. Gennaio 2009 è stato il mese con meno morti civili in Iraq (275 secondo IBC, 162 secondo le autorità governative) dall’inizio dell’operazione Iraqi Freedom, marzo quello con meno caduti tra i soldati (9) e, mentre ad aprile il premier Nuri al Maliki ha confermato ufficialmente l’arresto del leader di Al Qaeda Abu Omar al Baghdadi - definendola “un’operazione di qualità [...] una nuova vittoria per le forze di sicurezza, una risposta decisiva ai seguaci del terrorismo e preannuncia la sconfitta di al Qaida e delle altre bande di criminali” – , sul fronte afghano le cose vanno ben diversamente: le perdite militari dell’Isaf (International Security Assistance Force) sono in aumento (quasi 300 nel 2008), come pure quelle civili (secondo l’UNAMA United Nations Assistance Mission in Afghanistan – 1523 nel 2007, 2118 nel 2008). Proprio le vittime tra la popolazione sono motivo di aspre proteste da parte di Karzai: con l’avvicinarsi delle elezioni presidenziali non gli conviene mostrarsi troppo ‘amico’ degli Americani (soprattutto se a questi forse non dispiacerebbe vederlo sostituire, visto che sul suo governo piovono accuse di corruzione da tutte le parti). Come se non bastasse, il 13 aprile Zardari ha firmato un accordo coi talebani per l’introduzione della Sharia nella valle di Swat (una concessione fatta al fine di ‘pacificare’ la regione), permettendo così ai miliziani di prenderne il controllo: solo le pressioni statunitensi, generate dal timore che un paese dotato di armi nucleari possa finire in mano ai terroristi, e solo dopo che i talebani sono arrivati a 100 km da Islamabad, l’esercito si è deciso a sferrare un’energica offensiva (780 militanti uccisi, secondo le forze armate) per cacciarli. Comunque, i talebani (o meglio: le varie fazioni che ricadono sotto questo nome) controllano le aree tribali pakistane al confine e possono facilmente entrare in territorio afghano. Gli Usa vorrebbero quindi che l’esercito di Islamabad combattesse più attivamente i miliziani, così da prenderli tra due fuochi e rendere più sicure le vie di rifornimento della Nato, e che l‘Isi (Inter-Services Intelligence) smettesse di appoggiare sottobanco i fondamentalisti; ma lo spauracchio di un conflitto con l‘India, purtroppo alimentato da vicende come gli attentati di Mumbai dello scorso anno, finora ha distolto risorse preziose dalla guerra pakistana al terrorismo. Mentre il presidente Bush aveva potuto firmare un piano di ritiro per l’Iraq, ritenendo ormai il governo capace di garantire la sopravvivenza dello stato e la sicurezza della popolazione, l’Af-Pak è ancora una sfida aperta per Obama, che ha promesso in campagna elettorale di colpire i rifugi di Al Qaeda in Pakistan. A complicare la situazione, il fatto che l’opinione pubblica occidentale è molto sensibile alle vittime civili e, del resto, non le piacciono le guerre lunghe. Se poi le cose non vanno esattamente nel migliore dei modi…
NUMERI - Vediamo però di considerare alcun dati. Nel 2008, il numero di militari occidentali caduti sul fronte afghano era praticamente uguale a quello in
Iraq (294 a 314); il totale dei soldati uccisi dal 2001 e quello delle vittime civili dello scorso anno sono di gran lunga inferiori rispetto al fronte iracheno (rispettivamente: 1100 contro 4600 e 2mila contro 9mila). Eppure da una parte si parla già di vittoria, dall’altra (alcuni dicono) di probabile sconfitta. I due conflitti, ovviamente, sono diversi: l’Iraq, pur dovendo far fronte alle violenze interconfessionali tra gli sciiti (spesso armati da Teheran) e i sunniti (aizzati da Al Qaeda) ha ottenuto dalla vendita di petrolio le risorse necessarie ad arruolare 600mila tra soldati e poliziotti (un ‘surge’ ben più sostanzioso di quello americano), senza contare le milizie sunnite del ‘Risveglio‘; l’Afghanistan non può permettersi certe spese e cercherà invece di arrivare a 210mila unità tra esercito e polizia (nonostante sia un paese di 31 milioni di abitanti come l’Iraq). Nel frattempo, stanno venendo dispiegati 20mila soldati americani promessi da Obama (il ‘surge’ in versione afghana) e, per colmare il vuoto lasciato da Zardari, gli Usa hanno fatto largo uso di attacchi missilistici su territorio pakistano per mezzo di droni – almeno 40 azioni di questo tipo dal 2008.
I WALK THE (NEW) LINE - Una nuova strategia per la conduzione della guerra ha iniziato a delinearsi con le nomina di Petraeus a comandante del Centcom (United States Central Command) e, più recentemente, del generale Stanley McChrystal, esperto in operazioni speciali (suoi gli uomini che catturarono Saddam e che uccisero Al Zarqawi), a comandante delle forze militari Usa in Afghanistan: più soldati (+17mila) per le operazioni di controllo del territorio (soprattutto in vista delle elezioni), più militari (+4mila) per l’addestramento dell’esercito afgano, maggiore impegno degli alleati (per ora si sa che l‘Italia schiereràaltre 240 unità con aerei ed elicotteri, la Gran Bretagna 1500-2000 soldati), maggiore coinvolgimento del Pakistan (è già stato fissato un nuovo sumit a tre per il dopo-elezioni), formazione di milizie filo-governative sulla falsa riga del ‘Risveglio‘ iracheno.



Questo post traccia molto bene la situazione delle guerre in Asia.
Aspettiamo un simile report anche per quelle dimenticate africane
Complimenti