Fiesta nel pomeriggio
Nel ‘69 c’è un funerale da fare. Quello dovuto dai suoi ex amici all’ex leader
divenuto guest star, pittoresca ruota di scorta del gruppo. Quando era il capo, prendeva qualche manciata di scellini in più di loro. Questo si che è un ricordo da far piangere.
I ragazzi affranti non se la sentono di speculare sul triste evento e allora la mettono giù gratis. Quale miglior modo per fargliela pagare. Accesso libero all’Hyde Park di Londra. Così si riempiono di sicuro i cortei ai funerali. Loro sono tizi molto pratici. Il cantante ha pur sempre frequentato la prestigiosa London School of Economics. Anche se è pura gasolina, primaria energia, nonostante abbia l’impatto visivo più affascinante ed ambiguo dei suoi colleghi studenti d’arte o proletari o stradaioli o semplicemente disadattati, nonostante sembri il più ribelle tra i ribelli questo resta pur sempre un ragioniere secchione e primo della classe. Il suo socio alla chitarra ritmica ha lunghe orecchie e denti mancanti per la cocaina. Dicono conosca solo 4 accordi, ma lui non ci sta, ribatte che gli accordi semmai sono tre. E’ l’unico esempio al mondo di chitarra ritmica così urgente, secca e primitiva al punto da costringere la sezione ritmica, basso e batteria, a starle dietro suonando in controtempo. All’inizio questo era un difetto. Oggi, finiti i tempi di pane e margarina nei loft puzzolenti, è un marchio. Basso e batteria sono gli unici due del complesso ad aver vegliato la salma. Il cantante era in Australia e sorry, s’è detto dispiaciuto ma la produzione del film non rilascia giustifiche per i funerali. Nessuno ti paga la trasferta per il (poco) caro estinto. La chitarra dei riff ha ancora al suo fianco la ragazza scippata al morto, ed al suo gancio destro, in un albergo africano di mattina presto. Non sarebbe carino andare a trovarlo ricordandolo come derubato. Il bassista è il più grande (d’età) di tutti. Ha ancora quel solido amplificatore così comodo per cicche, bottiglie e sigarette, grazie al quale lo presero nel gruppo. E’ un viaggiatore non convertito negli anni ‘60. Ha fatto il militare, poteva fare pure la rock star. E’ lui che ha
avuto l’idea di chiamare le groupies in codice, “bucato”. Perché così va con le minorenni e non va in galera. Fa l’archivista, annota tutto. Mentre tutti sono distratti dall’ultima bevuta o l’ultima scommessa, il giovane già vecchio fotografa, conserva, immortala. E’ per i posteri dice, per quando i protagonisti avran tutto dimenticato e allora la storia sarà lui a scriverla. A peso d’oro. Quelli pensano ancora all’oggi, all’immortalità, lui va più avanti, è già alla fine, alla mortale biografia. E’ lui che ha avuto l’idea di ripulire il mezzo milione all’Hyde Park dopo il concerto promettendo un disco gratis per ogni sacco d’immondizia. Più in là si farà crescere il pizzetto, inforcherà gli occhiali e dirà agli altri di mettere una foto al posto suo che tanto coi ricordi è affar suo. Avrà tanto un ristorante per continuare a cucinare. Pare Kerouac al risveglio dalle vette egotiche, che si fa due uova al bacon mollandola lì la discussione filosofica sull’esistenza. Money too tight to mention. C’è una domanda che faranno agli anni ‘60 più in là di quel luglio, verso la fine dell’anno e del decennio, dopo Manson e Meredith Hunter e la rielezione di Nixon e la continuazione del Vietnam, insomma dopo aver tirato le somme di una ribellione e guardato bene in faccia Zero, e quella domanda che faranno a Jagger sarà why, William Perks con quella faccia da elettricista un po’ così risponderebbe why not. In fondo what can a poor boy do eccetto cantare e lucrare in una rock’n'roll band. Indietro a tutti, Monnalisa, l’uomo dal sorriso enigmatico. Poco da dire e questo nei verbosi e favolosi Sixties si nota. Una pausa nella smania di raccontarsi troppo di una generazione. Al servizio d’ordine, ma non ce n’è bisogno, provano gli Hell’s Angels, nazi in motoretta. Il cantante presenta il nuovo membro, un minorenne biondo senza pretese, una prolunga del suo strumento, tanto per rimanere tranquilli, e il suo nuovo look, un vestito da ragazzina a un party. Smessi i panni, rimessi i panni. Sono gli anni ‘70, bellezza, con la loro androginìa e strumentalismo quasi meccanico, in anteprima gratuita. Suoneranno un miracolo d’essere lì ancora tanti e vivi, una estate, lo scheccare, i negri per il voodoo, jack che salta come un fulmine e che non significa niente, solo un grido, lascia che sanguini, non lasciare che sia, o forse è lo stesso, lascia che sia, cioè lascia che sanguini, let it be, let it bleed, le donne dell’honky tonk, dammi la loro tristezza, la triste allegrezza e prenditi il mio divorzio perbene da persone civili. Prima del dopo però c’è il prima, direbbe Bill Perks. E va conservato.
Jagger legge un poema scritto da un poeta per un altro morto. Si aprono le scatole e le danze e le farfalle si liberano nell’aria. Sono tutte morte o moribonde. Avevano dimenticato di fare i buchi per farle respirare.
La gente fa da bara vivente al loro bianco funerale.























