di Alessandro Bernardini
postato alle 08:45 del 16 Aprile 2008 in EsteriTorna alla home

Il danno e la beffa: il mercato edilizio fra Israele e Palestina, chi ci lucra e chi ci perde. E chi si becca un mandato di cattura internazionale sulla testa per bancarotta fraudolenta

Chi è israeliano lo sa: una casa al centro di Tel Aviv costa un occhio della testa. Una casa al centro di Tel Aviv con piscina costa un occhio della testa, tre dita della mano destra e un menisco. Allora che si fa? Si compra una casa dove i costi sono più bassi. E dove? In territorio palestinese. Ovvio.

THAT’S BUSINESS - La quasi totalità delle colonie israeliane in territorio palestinese è di natura economica. Vale a dire che un cittadino israeliano che non è in grado di comperare una casa nel suo Paese, è “costretto” ad emigrare (a meno di 10 km di distanza da Israele) e stabilirsi in un insediamento illegale in terra palestinese. Qui il cittadino può comprare la sua bella casa con piscina, per i più abbienti, e pagarla (con incentivi governativi) una cifra notevolmente più bassa. Un po’ come comprare una villa nel centro di Roma o una in periferia. Chi è israeliano dovrebbe sapere anche che: comprare una casa nei territori occupati palestinesi è una violazione del 4° articolo della Convenzione di Ginevra e i regolamenti dell’AIA1. Ma la violazione della legalità internazionale se è perpetrata a livello nazionale, diventa convenzione locale. Dopo Annapolis, Mark Regev, portavoce del governo Olmert ha dichiarato: “Non ci impegneremo mai a congelare le costruzioni nel blocco degli insediamenti“. C’è di più, ultimamente Olmert ha preso la decisione di rilanciare la realizzazione di centinaia di unità abitative nell’insediamento della West Bank di Givat Ze’ev, vicino Gerusalemme: 600 nuovi appartamenti a Pisgat Zeev e 800 case a Betar Illit, vicino Betlemme.

IN REALTA’ - Il messaggio è chiaro: la road map è carta straccia. La comunità internazionale continua a guardare in silenzio e a poco servono frasi come “gli insediamenti devono fermarsi, l’espansione deve fermarsi” pronunciata da Condoliza Rice dopo la visita in Israele a fine marzo. ”Dopo le ultime otto vittime, per ogni morto saranno costruite 100 case”, ha dichiarato Eli Yishai – leader del partito ultra-ortodosso Shas – suggerendo un legame tra la decisione di Olmert e il recente attacco palestinese in una scuola rabbinica di Gerusalemme, in cui otto giovani studenti sono morti. Il governo si è affrettato a smentire, ma è a dir poco strano che il via alle costruzioni deciso da Olmert sia arrivato proprio dopo la minaccia dello Shas di astenersi dal voto di fiducia al governo. L’occupazione israeliana è un grande affare. Gerusalemme Est esclusa, in 53 insediamenti negli ultimi mesi è partita la costruzione di 275 nuovi edifici, mentre 220 edifici stanno per essere completati in altri 50 insediamenti. A questi aggiungiamo i 750 promessi da Olmert a Givat Ze’ev. Per costruire ci vogliono le gare d’appalto. E qualcuno queste gare le dovrà pur vincere.

AND THE WINNER IS - La Heftisba, un’azienda edile israeliana nata nel 1968, di appalti ne ha vinti tanti. Nel solo 2006 ha costruito 330 nuove abitazioni nell’insediamento di Har Homa, 180 a Maaleh Adumim, e altre a Beitar, Adam, Barkan, Efrat, Ariel, nell’area di Gerusalemme est. Ad un certo punto, però, qualcosa va storto. Nel gennaio del 2006 la magistratura israeliana mette i sigilli al cantiere della Heftsiba dove 1.500 unità abitative sono destinate agli ultra ortodossi di Modiin Ilit. La magistratura definisce illegali le case perché costruite su territorio palestinese e perché il cantiere è il doppio di quello autorizzato. Ricapitoliamo: ministri, amministrazioni locali e autorità israeliane danno concessioni e chiudono un occhio sul lavoro di queste imprese (sono decine le imprese che costruiscono in territorio palestinese), mentre la magistratura mette i sigilli ai cantieri.

Un anno e mezzo dopo, Yona Boaz, amministratore delegato dell’azienda, sparisce nel nulla. Il 12 agosto 2007 pende sulla sua testa un mandato d’arresto internazionale3. Bancarotta fraudolenta, truffa aggravata, concorso in frode, furto, false entrate nei documenti aziendali. In un’operazione congiunta di polizia italiana e israeliana, è arrestato vicino Verona il 30 agosto 2007. «Sono vittima delle banche e del cambio di politica del governo. Israele mi ha tradito», fa sapere tramite il suo avvocato.Che cosa può aver combinato quest’imprenditore israeliano di 47 anni?

PROVA A PRENDERMI - Una truffa in piena regola: 500 famiglie israeliane che avevano già pagato 50 milioni di euro di caparra per case mai costruite. Sposta i soldi su conti personali, dichiara bancarotta e fugge in Romania, Austria e Germania per poi finire la sua avventura di fuggiasco in Italia.Il Governo israeliano chiede l’estradizione. In Israele, la Commissione Finanza della Knesset (il parlamento israeliano) istituisce la cosiddetta “Heftsiba law,” che si propone di tutelare i futuri acquirenti di nuovi appartamenti e garantire i loro pagamenti.Difficilmente Yona Boaz sarà giudicato per violazione del diritto internazionale e furto di terra palestinese, perché altrimenti sul banco degli imputati dovrebbero essere chiamati in blocco amministratori locali, ministri, parlamentari, premier e vice premier israeliani. Sempre tramite il suo avvocato Boaz manifesta il suo amore per l’Italia:«Sto meglio che a casa. È il mio posto e qui finirò la mia vita ». E’ ancora rinchiuso nel carcere di Verona. In Israele potrebbe scontare una pena di 27 anni.

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