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La rubricadi Pietro Marmo (marblestone)
pubblicato il 19 luglio 2009 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia facendovi pensare, o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera

vigile Un vigile

ODIO E AMBIZIONE – Il mio mestiere è strano: tutti ci odiano ma tanti aspirano a diventare come noi. Siamo odiati perchè siamo troppo pochi, o siamo troppi, se facciamo passare troppe auto o se non facciamo passare nessuna, se facciamo troppe multe o se ne facciamo poche, se siamo irreprensibili o siamo indulgenti. Secondo la gente insomma sbagliamo sempre, e per questo crediamo di non sbagliare mai. Ma c’è forse un essere umano che non sbaglia, che non cade nella polvere della sua meschinità anche se è salito ad ammirare lo splendore delle stelle?

IL MIO GRANDE ERRORE – E’ arrivato una Domenica mattina, una di quelle in cui siamo addetti a proteggere quei pochi spazi verdi dalle auto di quelli che vogliono passare per forza, anche se si sono svegliati troppo tardi, quando il divieto era già in vigore. Ore a guardare auto illegali cercando di fermare quelle più sicure, che non nascondevano il collega, il politico o il camorrista, quello che ti affronta a testa alta, in una sfida che non ti conviene minimamente accettare. Alla fine avevo tolto il mio buffo cappello, avviato a fatica il motore dell’auto che il mio stipendio e la mia onestà mi permettono quando l’ineluttabilità della tragedia prende la forma della paletta che avevo dimenticato sul marciapiede. Pochi secondi, il fastidio supplementare di rientrare in auto e ripartire di corsa senza guardare la strada deserta, e sentii una frenata improvvisa, uno strattone all’auto, vidi un corpo che si allungava come una rana sopra il parabrezza per terminare il suo volo contro un muro. Un rumore secco, come una bomba, come i camion che scaricavano le pietre per costruire le case quando ero piccolo. L’uomo in nero, chiuso in una tuta da astronauta, mi sembrò un acrobata a cui all’improvviso era mancata la rete, un attore di un film comico che, dopo aver sbattuto contro il muro, si rialza simulando uno stupore che gli scuote la testa. Intorno a me nessun rumore. L’istinto di sopravvivenza, quello che ci fa incidente motonascondere la mano che scaglia la pietra contro il vetro rotto, ingranò una marcia e allontanò l’auto. Ma poi corsi verso il motociclista che, dopo il timido tentativo di rialzarsi, giaceva ai piedi del muro come se non fosse riuscito a scavalcarlo. Non aveva più il casco al braccio a difendere inutilmente un gomito che giaceva immobile. Aveva un bel viso, ma scavato, coperto da graffi e cicatrici. Era magro da far spavento e lo sollevai senza sforzo, come un bimbo piccolo da portare a letto dopo che si è addormentato davanti alla tv. Il volto tranquillo mi diede un po’ di pace ma quando il suo viso cominciò a gonfiarsi e sgonfiarsi come un mantice, quando la testa cominciò a vibrare in preda agli spasmi cominciai a correre per raggiungere l’ospedale vicino.

SOLO UN TOSSICO – Raggiunsi l’ingresso con la morte addosso. Trovai infermieri distratti, tranquilli. Uno lo guardò dicendo: “Ragazzi, è tornato Peppe il tossico”  e tirò dritto. Urlai che ero un vigile, che temevo stesse per morire, che si dovevano muovere subito. L’infermiere mi sorrise: “Quello, quello ha sette vite”. Evidentemente gliene era rimasta solo una, che esaurì senza riprendere conoscenza, affianco ad un uomo sconosciuto che era il suo assassino. Piansi, piansi per quello che avevo fatto, e per la mia vigliaccheria. Ma con una moglie e tre figli non mi potevo permettere risarcimenti folli, perdere il lavoro, magari andare in galera.

SPIRITO DI CORPO - Il comandante fu molto paterno con me. Mi disse che era tremendo veder morire una persona tra le braccia, che mi faceva onore il modo in cui mi ero battuto per salvarlo. Non resistei a tante menzogne e gli urlai che ero io il responsabile della sua morte ma lui non mi volle credere o, meglio, preferì la storia del vigile eroico a quello assassino. Aggiunse: “Era un drogato, andava in giro come un pazzo. Sarebbe finita lo stesso, prima o poi; è capitato tra le tue braccia ma poteva finire sotto qualsiasi cavalcavia anche la sera stessa”. Queste parole, lo ammetto, mi consolarono. Forse se fosse stato in sé, avrebbe schivato la mia auto, magari si sarebbe infilato il casco, magari non sarebbe nemmeno uscito in moto

incidente moto 2UN FUNERALE - Andai al funerale, se così si può chiamare quel rito striminzito, freddo come la camera di obitorio affianco la cappella dell’ospedale. Non c’era nessuno tranne me, la bara e un prete giovane e schizzato che sparava le parole come Proietti nelle sua esibizioni di recitazione veloce. Aveva altro da fare che parlare a Dio di quel poveraccio. In quella cappella vuota mi era sfuggita, dietro ad una colonna che me ne precludeva la vista, una signora dai capelli bianchissimi, di un riccio un tempo rigoglioso e che ora pareva cadente, appeso, perdente. Mi avvicinai per darle le condoglianze e lei mi rivolse un sorriso dolce, grato, come se gli avessi salvato il figlio al posto di ammazzarlo. Mi chiese di andarla a trovare, quando volevo, per fare due chiacchiere e avere l’occasione di  ringraziarmi. Mi salutò concedendomi un sorriso ancora più dolce del precedente.

A CASA DELLA MADRE -  Ci volli andare. Non potevo rifiutare la richiesta di una povera donna a cui è morto il figlio. Tutta la giornata ero stato nervoso, avevo pensato mille volte cosa dirle, la verità o il silenzio, le parole iniziali e quelle di commiato, appena possibile ma presto, molto presto. Ma ciò che mi aspettava era completamente diverso. Mi accolse con affetto, come se ci fossimo conosciuti da tempo e mi invitò a sedere su una sedia di plastica. L’appartamento, a prima vista dignitoso, era privo di diverse cose, del televisore sul mobiletto, del frigorifero la cui ombra restava su delle mattonelle che lo avevano accolto per anni. Lei notò il mio guardarmi intorno: “Si, la casa è stata saccheggiata da mio figlio. Quello che c’è è ciò che sono riuscita a ricomprare o fargli risparmiare. Le sue crisi erano tremende”. “Ma non l’ho chiamata per parlarle di elettrodomestici ma di mio figlio. Mi hanno detto quello che ha fatto all’ospedale e credo che siano anni che nessuno lo trattava come un essere umano”. Sospirai, il fatto che fosse drogato non mi risollevava, era un corpo che, per colpa mia, era volato sopra la mia auto e si era sfracellato in un muro. Cercai di protestare per questa immeritata aureola di santità e le dissi che non ero quello che sembravo. “Nsenza mobili2 200x133 Un vigileon importa” disse lei chiudendo gli occhi. “Quando l’ho vista alla cappella non le si leggeva solo umanità sul volto, ma anche senso di colpa, che anche adesso le fa abbassare lo sguardo. Ho capito subito che lei aveva qualche responsabilità nell’incidente ma non cambia nulla”. Alzai lo sguardo confuso, aveva capito e mi ringraziava?

L’ULTIMA IMMAGINE -  “Non si stupisca della mia reazione, è che io sono ben più colpevole di lei e quindi non posso condannarla. Nella mia pancia è stato per nove mesi, dal mio seno ha preso il nutrimento nei primi anni, dalle mie mani quello degli ultimi. E io non ho capito che queste mani gli davano il veleno, una morte lenta che gli ha cancellato il carattere, i sentimenti, ogni speranza di gioia.” “Sa qual è la cosa più tremenda? Non l’attesa che quella porta si aprisse e che qualcuno mi dicesse che era morto. No, era peggio quando veniva, quando giurava che era l’ultima, che ne stava  uscendo e, mentre diceva questa bugia, tremava, si piegava in due per i dolori della crisi. Quando avevo i soldi glieli davo e lui spariva senza nemmeno un saluto. E ogni volta questa sua nuova immagine ne cancellava una vecchia, un compleanno da bambino, una pagella eccellente, i timidi discorsi che ci scambiavamo sulle ragazzine che gli piacevano. La ringrazio perché l’ultima immagine che ho è quella di un vigile che ha fatto di tutto per salvarlo, che lo ha portato in braccio agonizzante come un qualsiasi ragazzo, come quel ragazzo che avevo dimenticato. Era questo quello che volevo dirle. Non abbia rimorsi: se i centimetri hanno tramato contro mio figlio lei non ne ha colpa. È stato solo uno strumento nelle loro mani.” Si alzò e mi abbracciò piangendo. Andai via con la coscienza forse più leggera ma con un nuovo dolore, più forte: quello di una madre e della sua impotenza verso un vita che si spegne, lentamente, davanti ai suoi occhi.

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