Due binari che viaggiano paralleli ad un certo punto si incrociano, “per caso”, e finiscono per diventare una linea retta, un tutt’uno dove gli equilibri si celano dentro le menti in cui la “follia” regna sovrana.
Cinque omicidi, sei persone sequestrate, un tentato omicidio e una rapina a mano armata. Cinque omicidi. Sei persone sequestrate. Un tentato omicidio. Una rapina a mano armata. Non è un errore: ripetere il numero dei delitti giova. Perché lui, l’assassino, il sequestratore, il rapinatore, anche se è stato arrestato, catturato, preso, non si è mai fermato. E forse non lo farà mai. Questa è la sua storia. Una storia di sangue. Di “fratelli di sangue”.
INIZIO DI UNA CARRIERA CRIMINALE - Tutto parte da Nicosia, in provincia di Enna, giù nella Sicilia centrale. E’ il 1959 q
uando all’anagrafe si registra un nuovo nascituro, Bartolomeo Gagliano. Piccolissimo si trasferisce in Liguria. In quella cittadina bagnata da uno splendido mare che è Savona. Un mare così bello che ancora adesso, dopo più cinquant’anni, ancora è blu, con tanto di “bandiere”. Ma non parliamo ora del mare. Parliamo di un ragazzo che cresce in una famiglia come tante, descrivibile con un solo aggettivo: normale. Anche lui, Bartolomeo, è “normale”, né più né meno dei suoi coetanei. Poi tutto muta, in maniera rapida, repentina. E’ il gennaio del 1981. Bartolomeo ha 22 anni ed è in procinto di sposarsi. la sua ragazza ha già fissato la data delle nozze. Lei non sa che lui ha un’altra relazione. Si frequenta da tempo con una prostituta, Paolina Ferdi, che oltre ad essere sua amante è anche una tossicodipente. Insomma, quella di Paolina è una vita difficile. A dieci anni più di Bartolomeo, ma deve trovarsi bene con lui, perché un giorno minaccia di rivelare la loro relazione alla fidanzata. Questo è l’attimo in cui la strada deraglia, in cui la normalità
si trasforma in orrore. La mano è veloce, il sasso è vicino e la testa di Paolina finisce fracassata. L’arresto è pressoché immediato. Così come la condanna: dieci anni da trascorrere nel manicomio criminale di Aversa: il soggetto per la corte è incapace di intendere e volere. Prima era “normale”, adesso non più. Una licenza non si nega a nessuno, però, e così nel 1983 Bartolomeo esce dall’Ospedale psichiatrico giudiziario di Aversa, come viene chiamato ora il manicomio criminale, e va verso Massa Carrara. Qui decide di prendere “in prestito” un furgone. Un furgone che ha un’intera famiglia dentro a cui chiede di portarlo a Savona. Una volta giunto qui sequestra un tassista e inizia una fuga dalla polizia che ormai lo insegue. Si rifugia in un negozio, tenendo in ostaggio un’altra famiglia e solo dopo molte ore si arrende. Lo trasferiscono in un altro manicomio criminale, quello di Montelupo Fiorentino, e avviene l’incontro con il proprio destino: in cella ad attenderlo c’è suo “fratello”, Francesco Sedda. Ha un anno più di Bartolomeo Sedda e, come questo, anche lui chiama l’Italia il “Continente”. Solo che non viene dalla Sicilia, ma dalla Sardegna. E’ nato a Nuoro e anche lui è andato a vivere da piccolo in Liguria, solo che i genitori hanno scelto Genova per trasferirsi. A differenza di Bartolomeo, Francesco dei problemi li ha manifestati sin da piccolo. Furti e rapine si susseguono finché dopo l’ennesimo processo una perizia stabilisce che ha un’infermità psichica e psicorganica: è incapace di intendere e volere perché assume troppi stupefacenti. Ed è sieropositivo. Per i giudici questo non è un aggravante, ma se non è idoneo per il carcere lo è di sicuro per il manicomio criminale.
I due, Francesco e Bartolomeo, vanno d’accordo. Così d’accordo che un giorno, l’11 gennaio 1989, decidono che le stanze del manicomio di Montelupo sono un po’ troppo strette per loro. Meglio l’evasione senza dubbio.
SCIA DI SANGUE – L’8 febbraio, quando il colpo di una pistola calibro 7,65 lascia sul terreno Nahir Fernandez Rodriguez, nessuno ci fa più di tanto caso. E’ un uruguayano di 32 anni che fa il transessuale. Abita a Milano, ma da due giorni si è trasferito a Genova. il suo corpo viene trovato lungo l’autostrada che collega le due città. Gli inquirenti non devono da troppo peso a qu
esto assassinio, magari pensano a un regolamento di conti. Evidentemente le cose non stanno così. Perché sei giorni dopo, mentre gli innamorati festeggiano San Valentino, un operaio decide di andare a divertirsi un po’ e si apparta in macchina con Vanessa, al secolo Francesco Panizzi, transessuale di Genova. Il rapporto dei due, appena all’inizio, viene interrotto da una pistola calibro 7,65 puntata dal finestrino. Vanessa, pensando a una rapina, esce dalla macchina. Il colpo la raggiunge in piena faccia. L’operaio viene invece ferito solo di striscio. I due omicidi forse non sono troppo scollegati, devono pensare gli inquirenti. Cosa confermata ben presto: il giorno dopo. Mentre Laura Baldi è in attesa di un cliente su un marciapiede, un colpo le fracassa la mascella. Un colpo calibro 7,65. Non muore Laura. E oltre a lei, ad aver assistito all’omicidio c’è anche uno studente che in quel momento era affacciato a un balcone. Ricomporre i tasselli, collegare gli omicidi è un attimo. Resta da capire chi può averli compiuti però. E qui ancora il destino gioca una parte importante. Un Opel viene fermata e all’interno oltre a Bartolomeo, ricercato per l’evasione, ci sono anche due bossoli. Calibro 7,65. Il dado è tratto e la fuga è finita. Solo dopo una settimana, la coppia si riunirà, quando Sedda deciderà di costituirsi. I giornali soprannominano i due “I folli di Savona” o “I Fratelli di sangue”. Loro, ancora una volta, finiscono nella stessa cella, ma stavolta a Reggio Emilia. I luoghi chiusi non piacciono davvero ai due.




ot. “Due binari che viaggiano paralleli ad un certo punto si incrociano, “per caso”.
succede spesso metaforicamente.
Torno più tardi a legger
sembra un telefilm di seconda serata, di quelli che un tempo riuscivano a tenermi incollata allo schermo. A volte la realtà supera la fantasia.
Tu, al solito, molto bravo