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Le vittime sono vittime. Basta col processo contro chi ha denunciato Brizzi alle Iene

Togliamo per un attimo il nome di Fausto Brizzi di mezzo, e analizziamo quello che le testimonianze delle dieci ragazze, raccolte e intrecciate fra loro dalle Iene, dicono. Che un regista chiamava l’attrice per un provino. Lei era convinta di andare nel suo studio, e si ritrovava invece in quella che sembrava essere anche casa sua. Erano da soli. Lui la invitava a spogliarsi perché nel film ci sarebbero state scene di nudo, e in un momento di disattenzione dell’attrice, o con un escamotage, si spogliava anche lui. A quel punto, «occhi arrossati che pareva un matto», provava ad avere un rapporto sessuale. Con una di loro ce l’avrebbe fatta. Con altre si sarebbe masturbato, altre in qualche modo sarebbero riuscite a divincolarsi. Fermiamoci qui, e mettiamoci nei panni della vittima. Che risponderebbe sempre a determinate caratteristiche: giovane, attrice ma ancora aspirante che veramente tale, alle prime armi. In teoria la vittima perfetta per affondare un colpo di questo tipo. Perché? Perché lì per lì non saprà bene come reagire. Ha fatto qualche provino, magari quella è la prima volta che lo fa con un regista importante, non sa bene come funzionano queste cose. E poi perché quasi sicuramente non denuncerà l’accaduto. E come potrebbe? Sarebbe un Davide contro Golia, non solo dal punto di vista economico, ma anche per la carriera. Vorrebbe dire essere fatta fuori da tutto ancor prima di aver cominciato.

 

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Ora sono tutti bravi a giudicare. Nancy Brilli: «Mai col regista da sole! Si risponde: ci vediamo con il mio agente o con il casting director!». Selvaggia Lucarelli: «Si deve denunciare al commissariato, non alle Iene!». Già, perché le attrici non hanno denunciato? Molte di loro lo hanno spiegato chiaramente: il motivo si chiama «vergogna». Effettivamente non stavano lì da sole con lui? Non si sono trovate il suo pene in mano? Sì! E allora l’accusa di essere state stupide, o peggio, di esserci state, è dietro l’angolo. E ci hanno visto giusto: sono proprio le critiche che stanno piovendo addosso alle ragazze dagli account social di quei grandi maestri che tutto sanno e che tutto sanno affrontare nella vita. Beati loro! E c’è anche un altro motivo: la carriera. Denunciarlo, come tutti hanno detto loro, avrebbe voluto dire essere fatte fuori dal sogno di una vita, dalla possibilità di lavorare in qualche film. Quell’uomo, se quello che hanno raccontato è vero, ha già fatto vivere loro un’esperienza terribile che si ricorderanno per tutta la vita, perché farsi rovinare anche la carriera? Io non le giudico per questo, e non mi capacito come con una leggerezza incredibile in tanti scrivano e dicano che le ragazze si sarebbero dovute rivolgere alle forze dell’ordine. Come se non sapessimo che la maggioranza delle violenze non vengono denunciate. E poi, quell’accusa terribile di essere «delle attricette in cerca di visibilità. Puttane!», come ho letto da tante parti. Ma sapete quello di cui state anche solo blaterando? Soltanto due delle attrici sentite dalle Iene parlavano a volto scoperto, le altre sono tutte nascoste, e hanno persino la voce camuffata. E dobbiamo dire un sincero grazie a tutte queste ragazze, e soprattutto a quelle che hanno deciso di metterci la faccia. Vi rendete conto del coraggio che ci vuole per denunciare pubblicamente episodi di cui si è stati vittima?

Ma perché allora non denunciano alle forze dell’ordine, perché non fanno partire un’inchiesta? Una donna può denunciare una violenza di questo tipo soltanto entro sei mesi dal momento in cui è avvenuta. Sei mesi, ma ci rendiamo conto? È un tempo brevissimo per episodi di questo tipo, che portano con sé sofferenze profonde, paura delle reazioni della società, vergogna. E allora speriamo che questo scossone dal mondo del cinema sul tema delle molestie e delle violenze serva anche a modificare una legge che va contro le vittime ed è a favore dei carnefici. E spero anche che possa servire da volano a tutti i settori e a tutte le donne: la barista che è costretta a subire la palpata dal capo per non perdere il posto o la ragazza che per tenersi stretto il lavoro al call center subisce le molestie ripetute del suo superiore. Spero che servirà, ma ho paura che non servirà proprio a niente. Perché le reazioni che stiamo vedendo in questi giorni, con il dito puntato contro le vittime anziché contro i carnefici, non farà altro che scoraggiare le altre donne, che dovranno continuare a subire in silenzio questi soprusi. E così, ancora una volta, tutto questo servirà solo ad aver fatto un grande rumore. Per colpa però di chi porta avanti il dibattito nel nostro Paese, e cioè gli ‘intellettuali’ insieme ai leoni da tastiera, e non di certo per colpa delle vittime. Che in tutta questa storia, è bene ricordarlo, non hanno colpa. Le vittime sono vittime. Fate finire questo processo virtuale e da bar contro di loro. È una situazione dolorosa per tutti. Nel mezzo c’è anche una famiglia, un bambino. Ci vorrebbe solo più rispetto.

(Immagine da video de Le Iene)