Saltabeccando tra i continenti del rugby

15/05/2009 - Grazie anche a  Nelson Mandela il rugby rimane sport fondamentale in Sudafrica, ma il vero motivo, diciamolo, e’ che  il rugby sudafricano continua a portare a casa sonanti risultati mondiali a differenza di tutto il resto calcio incluso (e atletica: fa notizia

     
 

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Grazie anche a  Nelson Mandela il rugby rimane sport fondamentale in Sudafrica, ma il vero motivo, diciamolo, e’ che  il rugby sudafricano continua a portare a casa sonanti risultati mondiali a differenza di tutto il resto calcio incluso (e atletica: fa notizia solo Pistorius) .

Non tutti i politici però sono intelligenti e lungimiranti come Mandela,il populismo becero e  la poco democratica ansia da rivincita “the winner takes it all” di alcuni leader della maggioranza nera è lungi da essere scongiurata; ancora una volta il rugby è simbolo della situazione di precario equilibrio in cui si trova la società sudafricana. Se il rugby va ben, andava reso sempre più “nero” mediante la politica della “transformation” (quote razziali di giocatori imposte per  legge), lo Springbok, il tradizionale ultracentenario emblema dello sport “dei bianchi” doveva essere rimosso dalle maglie, almeno secondo il famigerato Makhenkesi Stofile ministro per lo sport, un livoroso politicante razzista, invocatore della “rappresentativita’ “per etnie nello sport nazionale.
Tali “ideali” per così definirli, rappresentarono il peggior avversario di coach Jake White e di tutta la nazionale  negli anni di preparazione alla vittoriosa avventura mondiale del 2007. Per fortuna sudafricana, White col silente ma fondamentale appoggio dell’ancora influente Mandela, ebbe il coraggio di boicottare apertamente gli aspetti più anti sportivi della “transformation”;  oggi il rugby in Sudafrica si apre sempre più a tutti ma non per imposizione politica, bensì  grazie ai successi e al prestigio e i neri come i maori neozelandesi conquistano sempre maggiori spazi in virtù della loro atleticità e non per il colore della pelle, alla faccia dei politicanti cavalcatori di tigri populiste.

Tutto questo polpettone per arrivare ai perchè della maglia: qualcuno meno infoiato di Stofile ha scelto un percorso di progressiva, non traumatica estromissione dello Springbok. L’antilope saltante risulta rimpicciolita e spostata a destra lontano dal cuore, sostituita dalla King Protea, il fiore stilizzato simbolo di tutte le altre rappresentative sportive sudafricane.
L’anno prossimo chissà, l’antilope finirà sulla spalla e poi col tempo solo nei ricordi. Ancora una volta, il rugby è una sorta di cartina al tornasole di cosa stia avvenendo in Sudafrica, cioè la progressiva emarginazione che diventa autentica fuga dal caos, dalla corruzione endemica e dalla violenza di uno dei colori dell’Arcobaleno etnico. Aldilà della melassa sparsa dal mainstream media, pochi parlano della democrazia intesa come dittatura della maggioranza imposta laggiù, tranne che porsi quesiti pur senza osar darsi risposte incorrect solo quando ci s’accorge che Jacob Zuma, un bigamo pubblico e confesso  stupratore, uno spregiatore delle precauzioni anti Aids che il Papa al confronto par la Bonino (“dopo aver fatto l’amore con una sieropositiva mi faccio la doccia“),  diventa plebiscitario presidente della repubblica.
Operazione “dolce” come la morte per eutanasia quella sul simbolo nella maglia nazionale, facciamocene una ragione; per conto di molti tra cui il sottoscritto, sempre gloriosamente un marchio e un nome rimarranno a raffigurare il rugby sudafricano,  lo Springbok che s’è conquistato un posto incancellabile e identitario nella memoria collettiva dei rugbisti.

     
 

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