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Violenze sessuali, ecco perché le donne non denunciano

I numeri delle violenze sessuali e fisiche sulle donne li abbiano scritti e letti più volte nell’ultimo periodo. Numeri alti, ma neanche lontanamente vicini a quelli reali, perché – secondo gli esperti – le denunce scattano solo nel 12% dei casi. Se si considera che le statistiche dicono che un terzo delle donne ha subito una violenza fisica o sessuale nel corso della propria vita, si capisce bene l’enormità del sommerso.

Secondo uno studio Istat del 2014, poi, sarebbero 652.00 le italiane tra i 16 e 70 anni che sono state violentate nella loro vita e 746.000 hanno subito un tentativo di stupro. Eppure – sempre secondo la stessa statistica – nel 92,5% dei casi le donne che hanno subito violenze sessuali non hanno denunciato, percentuale che sale al 95,6% se l’autore è italiano e scende al 75,3% se è straniero. E sfiora il 100% se a subire sono donne straniere, che trovano la forza di denunciare raramente, per lo più quando l’autore è originario del loro stesso Paese. Percentuali da cui sono escluse tutte le violenze subite dal partner, che emergono ancor più di rado.

«LA DOMANDA NON È PERCHÉ LE DONNE NON DENUNCIANO LE VIOLENZE SESSUALI, MA PERCHÉ DOVREBBERO FARLO»

Perché le donne che hanno subito violenze sessuali non denunciano? Oggi su la Stampa un’inchiesta prova a scoprirlo. La prima cosa che emerge, però, è che la domanda di partenza è sbagliata: «Quel che ci dovremmo chiedere è perché dovrebbero denunciare», spiega l’avvocato Manuela Ulivi, presidentessa della Casa delle donne maltrattate di Milano, fondata nel 1986 e capostipite di una rete di 75 centri diffusi a livello nazionale.

Abbiamo sempre sentito dire che le vittime di violenze sessuali provano  un senso di vergogna e spesso è questo che le trattiene dal ricorrere a vie legali. Una spiegazione che in qualche modo “colpevolizza” le vittime, almeno quelle che restano in silenzio. Anche le altre però rischiano di essere trattate da “colpevoli”, da un sistema penale che spesso parte dal presupposto che le loro parole non siano vere o comunque siano esagerate. Un atteggiamento che appartiene anche a buona parte dell’opinione pubblica, amplificato dai social network, su cui – lo abbiamo visto anche negli ultimi casi di cronaca – c’è sempre qualcuno pronto a difendere il presunto stupratore e ad accanirsi contro la vittima, colpevole di essere vestita in un certo modo, colpevole di frequentare certi luoghi, colpevole di avere certi atteggiamenti, magari colpevole anche solo di essere giovane e carina.

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PERCHÉ LE DONNE NON DENUNCIANO LE VIOLENZE SESSUALI

Ma è davvero solo la gogna (giudiziaria e in alcuni casi mediatica) a trattenere la maggior parte delle donne che hanno subito violenze sessuali a denunciare? La Stampa ha scoperto di no: «Il baratro nel quale queste donne sono catapultate chiama in causa l’intero sistema che dovrebbe proteggerle e di cui, evidentemente, non si fidano», scrive il quotidiano, che chiede all’avvocato Manuela Ulivi di spiegare le ragioni – spesso purtroppo giustificate – di questa sfiducia collettiva.

«C’è una profonda impreparazione a reagire alle molestie sessuali in modo adeguato: non vengono percepite come reati gravi. La violenza ha diverse forme, le donne lo sanno perché ci ha attraversate tutte. Sono sentimenti che conosciamo e ci portiamo dentro. Il disagio, il sopruso, la sensazione di essere in qualche modo responsabile».

Cosa succede invece quando si arriva in tribunale?

«Quando si parla di un processo bisogna distinguere tra la fase dell’indagine e quella del procedimento in tribunale. Non basta la denuncia, dopo c’è ancora moltissimo lavoro da fare. Non vengono raccolte le prove, non si sentono i testimoni. Non dico che non lo si voglia fare, ma c’è un problema di carenza del personale: il risultato è che circa la metà dei procedimenti è archiviata. Chi ha la possibilità di avere accanto un avvocato può fare opposizione, ma chi invece confida nello Stato può troppo spesso vedere negata la sua richiesta di giustizia. Un esempio? A Milano sono aumentate le denunce per violenza domestica, ma nella stragrande maggioranza dei casi vengono archiviate. Così resta solo un grandissimo senso di impunità. I tempi dei processi invece sono migliorati. Anche se con delle differenze da zona a zona, questo tipo di processi ora ha la priorità».

E davanti al giudice? «Io porrei come primo obiettivo un processo in cui l’Autorità ha imparato a rispettare la parola della donna».

Foto copertina: ANSA