Cultura

La malattia dell’infinito

14 maggio 2009

Pietro Citati è in libreria con “La malattia dell’infinito”. Opera in cui ripercorre la letteratura del Novecento.

L’otto coricato è quel fiume carsico che sottende tutta la letteratura del secolo scorso. Pietro Citati, come uno speleologo, lo imbocca. Con un microfono ed un registratore. Alla fine del viaggio nelle viscere della cultura letteraria di un secolo, la sbobinatura. E quindi il libro che è anche un’opera autobiografica. Perchè in quella cronaca da scienziato-divulgatore vi è un immancabile travaso di sé. Sicuramente è un’opera elitaria. Sia nella gestazione che nella fruizione. Difficile da scrivere per via del fatto che necessita di tutta una serie di informazioni e di conoscenze che sono il frutto di una vita di studio. Di una libreria che somiglia per mole e ricercatezza ad una bilioteca. Sicuramente un libro elegante e raffinato. Frutto di una vita trascorsa leggendo e scrivendo – il piacere pericoloso della lettura: quest’impresa illimitata che moltiplica le persone e le cose più degli specchi -. Vivendo tra i libri e forse, anche, più dentro che fuori da essi. Idealmente, come nel viaggio all’interno del corpo umano, Citati viaggia dentro questo organo mezzo cuore e mezzo rene attraverso il quale ciascun autore ha vissuto su di sé l’esperienza di letterato e di abitante di quella realtà cui si è ispirato. Come aveva fatto Borges ad esempio: una vita prima ad inseguire le immagini che la letteratura aveva sublimato, poi erigendosi come guardiano di esse. Stanco, vecchio e cieco. Incapace di raggiungere gli scaffali più in alto, ricordando tutti quegli episodi, che gli autori, i massimi protagonisti di un secolo, gli hanno raccontato.

- L’ARTE DELLA LETTERATURA - Da Pirandello a Virginia Woolf, da D’Annunzio a Fruttero passando per Calvino, Caproni e Fellini. Il ritratto di Praz e quello di Manganelli. Ed ancora Luzi, Kundera e Bufalino. Suoi contemporanei e non, da Nord a Sud dell’Italia, anche e soprattutto stranieri. L’arte della letteratura prima della storia e della geografia. Senza campanilismi, senza pregiudizi.
Prendete Yeats:”il poeta di Yeats è il buffone sacro del MedioEvo [..] Come Omero, conosce i dolori e le sventure del mondo; e ci salva dai dolori con la dolcezza del canto“.
Attraverso Yeats capiamo con poche pennellate cosa è la poesia della fine del diciannovesimo secolo. “Uno specchio di levigato acciaio“. Ad un’immagine che vi si riflette corrispondono infinite immagini specchiate. Che sono fusioni di miti, immagini soprannaturali, il rifugio del poeta fuori dalla realtà. Sono quelle emozioni che la realtà immanente e grave suscita alla sua fervente, leggera inlocalizabile creatività.

- TITOLI CHE NON SONO IN LIBRERIA -Molti di quei libri, di quegli attori non si trovano in libreria. Prendete Gesualdo Bufalino. Prototipo del siciliano dall’identità forte, che più che affannarsi nella praticità arida e mesta di una vita di faccende, si rinchiude nel suo mondo libresco, letto e scritto. Andate in qualunque libreria e non lo trovate. Neanche un titolo. Eppure Pietro Citati ne racconta stile, vita, l’intreccio tra vita e letteratura che baudelariamente contraddistingue queste vite tra inchiostri e legature. Tra siepi di parentesi, a riposare sulle virgole prese per amache. Un novecento che è fatto di decadentismo, di superuomo, di fanciullino, di vitalistici furori, della veristica rappresentazione di una borghesia che vede crollare quel supporto ideologico che l’ha sostenuta. Quel dominio dell’apparenza, della pubblica opinione. Quel bieco senso del dovere che Irene Nemirovsky ha sapientemente raccontato nel “Calore del Sangue”.Ma cos’è l’infinito? La malattia dell’infinito? Forse Citati lo spiega bene attraverso il ritratto di Paul Valery. Giovane, facile da impressionare ma difficile da convincere. Ad Amsterdam per perdersi nel labirinto di barche, reti, ponti. Viveva un continuo vaudeville intellettuale ed il paradosso di vedere il tutto nel nulla. L’infinità delle immagini e delle suggestioni partendo da un muro bianco. E letterarimente, apparentemente inerte. Valery poeta guardava alla Matematica. Quella disciplina che richiede soltanto una penna ed un foglio di carta.
“Se guardava sul bianco della carta, si sorprendeva a rimpiangere le parole rifiutate, gli scarti e le congetture, le immagini che avrebbero potuto essere e non erano state scelte
“.
Come Leopardi e la sua siepe. Quella che da tanta parte il guardo esclude. Un muro inerte per sprigionare la creatività. Un ostacolo che diventa una superficie pluripotenziale dove specchiare tutto sé stessi.

 - VITA NERA SU BIANCO - Il libro piace a coloro che amano la letteratura perchè è come se fossero alle spalle di quelle scrivanie, sopra quei tasti della macchina da scrivere che ha dato i natali a tante pagine della nostra storia scritta ed affidata ai posteri. Quella storia che non è solo trascrizione di fatti ed eventi ma che è la trasposizione di emozioni, sospiri, ansie ed umori. In cui molti si rivedono. In cui molti costruiscono e modellano la propria sensibilità. Sensibilità che è lì da venire. Romanzo, saggio, fuilletton, satira, poesia, verso. Non conta. E’ vita nera su bianco. Luogo dell’assoluta rivelazione. Un confidente cui dire e dare tutto. Rifugio, riposo, calma, certezza: soprattutto fondamento.

2 commenti a La malattia dell’infinito

  1. cordapazza

    Non amo molto lo stile ridondante di Citati, ma devo ammettere che, quando si immerge nelle opere dei grandi del Novecento, risulta una lettura imprescindibile, per la sua sensibilità finissima di lettura capace di sgrovigliare tutte le pieghe dell’opera, e per l’amore con cui lo fa. Almeno per me imprescindibile è stata la sua “La colomba pugnalata”, in cui ricostruisce il mistero di Proust e della Recherche. Il fatto che parli anche di due autori che mi appassionano (Fruttero e Bufalino) mi incuriosisce e mi invita alla’acquisto.
    Piccolo appunto: in libreria non ho mai avuto problemi a reperire titoli di Bufalino, la cui opera compelta è edita dai Tascabili Bompiani (tranne, forse, per il “Dizionario dei personaggi di romanzo”, per cui ho dovuto aspettare qualche giorno).

  2. Neanche io amo lo “stile” di Citati, anche se ne apprezzo spesso le idee.

    Ma ne hai fatto una recensione così “appassionata” che mi è venuta voglia di comprarlo.

    (Grande il titolo – e relativo contenuto – del paragrafo VITA NERA SU BIANCO: rende perfettamente l’idea!)

    C.

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