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La lettera del papà di Nicholas, bimbo ucciso in autostrada: «Cambiate la legge sull’identità dei trapiantati»

Cambiare la legge che vieta di rivelare l’identità dei trapiantate. Consentire contatti tra i familiari del donatore e le persone che vivono grazie ai suoi organi. È la richiesta di Reg Green, il papà di Nicholas Green, il bambino che nel 1994 morì a 7 anni durante un tentativo di rapina sull’autostrada Salerno-Reggio Calabria. Gli organi del piccolo salvarono la vita di sette persone. Ora il padre in una lettera aperta perché a suo avviso è importante sapere chi ha beneficiato della scelta della donazione. Racconta di aver avuto la possibilità di conoscere i pazienti, le loro storie e la storia della loro guarigione. E di non ritenere giusto che altri genitori (come gli inglesi Dave e Dabbie Marteau, il cui figlio 21enne Jack morì a 21 anni in un incidente a Palermo) non possano fare lo stesso, per una legge entrata in vigore nel 1999.

LA LETTERA DEL PAPÀ DI NICHOLAS GREEN

«Non essendo cittadino italiano – si legge nella lettera pubblicata dal Corriere della Sera – non sta a me dare consigli», dice Reg Green. «Ma – continua – avrei una domanda sulle modalità di applicazione della legge: per timore di qualche raro caso di incomprensione, è giusto negare a tutte le famiglie italiane in cerca di conforto e consolazione la possibilità di sapere qualcosa di più sull’uomo o la donna che ha salvato la vita a un loro congiunto, o la cui vita è stata salvata dalla loro generosità?». Il papà di Nicholas si riferisce alle norme che vietano al personale sanitario di rivelare l’identità dei trapiantati. «Il principio è comprensibile», scrive Reg Green: la legge mira a proteggere la privacy per consentire che si completi il processo di guarigione, sia per i donatori che per i trapiantati. È quello che tutti vogliamo. Ci si domanda però se la legge non si presti a un’interpretazione eccessivamente rigida quando una famiglia è alla ricerca di quelle informazioni che potrebbero restituirle la serenità». Il padre di Nicholas respinge l’obiezione secondo la quale in caso di rigetto dell’organo trapiantato la famiglia del donatore può rivivere il dolore della scomparsa del proprio familiare. È un’esperienza vissuta in prima persona.

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«Due pazienti trapiantati con gli organi di Nicholas sono deceduti, eppure – dice Reg Green – noi non abbiamo mai avvertito la sensazione di perdere nuovamente nostro figlio, solo la tristezza di perdere due persone coraggiose con le quali si era instaurato un rapporto. Ma anche in questo caso la perdita è stata alleviata dalla riconoscenza delle loro famiglie, per aver dato ai loro cari una possibilità di vita. Dopo il trapianto Andrea Mongiardo, il ragazzo che aveva ricevuto il cuore di Nicholas, amava ripetere che ormai aveva una Ferrari nel petto, al posto della sua vecchia e malandata carriola. Valentina Lijoi, una sua cugina, sorrideva nel raccontarmi quella storia dopo la morte di Andrea, e io l’ho rassicurata che avrebbe fatto sorridere anche me, fino al giorno della mia morte. È stato un bellissimo momento di condivisione, certamente terapeutico per tutti e due». «Ogni Paese – è il messaggio – deve decidere fino a che punto è auspicabile mettere in contatto donatori e riceventi». «La cosa migliore sarebbe – si legge nella missiva – consentire a entrambe le famiglie di prendere quella decisione, con il supporto dei medici». Proprio come avviene negli Stati Uniti.

(Foto da archivio Ansa)