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Microplastiche, i pesci le mangiano perché odorano di mare e così arrivano anche nel nostro stomaco

I pesci sono ghiotti delle microplastiche, non le ingeriscono per sbaglio. Potrebbe sembrare solo una curiosità la scoperta del Bodega Marine Laboratory dell’Università della California e invece faremmo bene a preoccuparcene, perché nella catena alimentare il prolipropilene fa presto a tornare al mittente, cioè noi, che ogni anno riversiamo in mare 10 milioni di tonnellate di plastica. Gli effetti sulla nostra salute non sono ancora del tutto chiari, ma è possibile che le microplastiche siano responsabili dell’infiammazione dei tessuti corporei con cui entrano in contatto.

AI PESCI PIACCIONO LE MICROPLASTICHE

Perché ai pesci piacciono le microplastiche? Lo spiega oggi Repubblica:

È il profumo a renderle irresistibili. Inzuppate in acqua di mare, triturate dal sale e dal sole, impanate con un mix di alghe e batteri, le microplastiche che finiscono negli oceani come rifiuti diventano una ricetta ghiotta per pesci e uccelli marini. Riversati in mare al ritmo di circa 10 milioni di tonnellate all’anno, i rifiuti di plastica impiegano decenni a degradarsi completamente. Basta però una manciata di settimane perché si riducano in frammenti di pochi millimetri, che sempre più spesso finiscono nello stomaco degli abitanti delle acque. Da anni ormai le analisi su pesci, o uccelli come i gabbiani, ritrovano con regolarità particelle di microplastica sia nell’apparato digerente che (in quantità più ridotte) negli altri tessuti. Si pensava che l’ingestione avvenisse per caso. Oggi si scopre invece che la zuppa di polimeri e fibre tessili sintetiche (si stima che i frammenti negli oceani raggiungano quota 5 trilioni, in buona parte al di sotto dei 10 millimetri di diametro) ha un aroma che i pesci trovano squisito.

La scoperta è del Bodega Marine Laboratory dell’Università della California, che ha pubblicato su Proceedings of the Royal Society B i risultati di un esperimento sui gusti dei pesci: i ricercatori hanno pescato 6 banchi da 200-400 acciughe ciascuno e li hanno portati nell’acquario di San Francisco. Nel frattempo hanno preparato per loro due ricette diverse: una “tradizionale”, fatta di krill, cioè i piccoli organismi di cui si nutrono i pesci piccoli, l’altra a base di polipropilene, la plastica “dura” con cui sono fatti i tappi di bottiglia, lasciato per tre settimane nell’oceano, perché s’impregnasse bene dell’odore di mare. Le acciughe anno gradito entrambi i pasti, rifiutando solo le microplastiche più diluite.

MICROPLASTICHE: LE ACCIUGHE LE MANGIANO E NOI MANGIAMO LE ACCIUGHE

Il problema delle microplastiche non riguarda solo le acciughe: seguendo la catena alimentare, se le mangiano loro, allora arrivano anche a tutti gli animali che si nutrono del piccolo pesce, come foche, cetacei, uccelli marini e anche l’uomo. E – se è vero che le microplastiche presenti nello stomaco dei pesci a cui viene esportato l’apparato digerente prima che vengano consumati, non creano nessun problema per l’uomo – con i mollusci o i piccoli pesci come le acciughe che vengono mangiati interi, la contaminazione avviene.

Qualche numero: con 225 grammi di cozze, ingeriamo anche 7 microgrammi di plastica. Le conseguenze sono in gran parte ancora da scoprire e la Fao sta cercando di scoprirle proprio in questi giorni. La conclusione per il momento è che ne sappiamo troppo poco, anche perché preoccupanti per l’uomo – più che le microplastiche in sé – potrebbero essere gli altri contaminati più tossici che vi si associano. E c’è poi la questione delle nanoplastiche: quelle particelle così piccole, che «non esistono metodi per individuarle e quantificarle, né nelle acque né negli organismi», come scrive la Fao.

MICROPLASTICHE, IL MEDITERRANEO OCCIDENTALE È Più INQUINATO DEGLI ALTRI MARI

L’anno scorso Stefano Aliani, ricercatore dell’Istituto di scienze marine del Cnr, ha pubblicato con un gruppo di colleghi un rapporto sul Mediterraneo occidentale, da cui emerge che «da noi l’inquinamento è peggiore rispetto agli oceani. Ma siamo sempre al di sotto delle concentrazioni usate in esperimenti come questo». La sfida dei ricercatori è capire di più su nano e microplastiche, soprattutto perché la produzione annuale di plastica è in continuo aumento e i 400 milioni di tonnellate l’anno sono destinate ad aumentare nel prossimo decennio.

Foto copertina: ANSA