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«Mio padre stava morendo ma al 118 rispondeva un disco: ‘Rimanga in attesa’»

«Mio padre stava morendo e al 118 rispondeva un disco: ‘Rimanga in attesa’». È il drammatico racconto di una giovane giornalista, Valentina Ruggiu, pubblicato oggi su Repubblica, che getta qualche ombra sul servizio dei numeri di emergenza sanitaria e sulla tempestività del servizio di pronto soccorso. «Mio padre – è il messaggio che chiude l’articolo – si chiamava Gianfranco e faceva il cameriere, era un uomo devoto al suo lavoro. Un padre e un marito con i suoi presi e i suoi difetti. E questo racconto è perché nessun altro padre, marito o figlio, nessun altro amico o cugino, possa morire con una voce che ti dica ‘Rimanga in attesa’».

LE CHIAMATE SENZA RISPOSTA AL 118

Valentina Ruggiu parla di minuti trascorsi tra paura e disperazione, tra inutili tentativi di chiamare medici e le urla di familiari che non sanno come intervenire per provare ad aiutare quell’uomo steso a terra. Racconta di un figlio che prova a raggiungere direttamente il pronto soccorso, dove dicono che non ci sono ambulanze. E di un mancato intervento che è quasi una beffa, perché il pronto soccorso è a pochi metri dall’abitazione, a un minuto di macchina. È il racconto di chiamate che si susseguono, da più cellulari, senza successo. E di una risposta arriva che arriva quanto ormai è troppo tardi:

Fuori, scalza, suono ai vicini. In casa c’è solo la figlia minore. Le chiedo di aiutarmi a chiamare i soccorsi e anche lei ci prova. Poi, d’improvviso la vocina dal mio smartphone si interrompe, mi rispondono. All’operatore dico dove abito, gli spiego del rumore tremendo che mi ha svegliata e di come ho trovato mio padre. Gli dico che è ancora vivo, ma che sta per morire. Gliel’ho visto in faccia. Serve un’ambulanza urgentemente. Mi dice «Ok, trasferisco la chiamata alla centralina del 118 più vicina a lei». E anche qui la beffa, uno dei punti da cui partono è a pochi minuti da casa. Ritorno in attesa, di nuovo la voce cordiale di donna.
Urlo, mi sembra un incubo. Al telefono della vicina risponde un altro operatore: gli spiego tutto di nuovo. Sottolineo che ho già parlato con loro, che mi hanno già messo in attesa con il 118, ma che mio padre non ha più tempo, morirà se non si sbrigano. Torna la voce di donna. Mollo il telefono con la chiamata aperta alla vicina, le dico di non riagganciare e di ripetere cosa ho detto io casomai qualcuno dovesse rispondere. Corro in mezzo alla strada e comincio a urlare aiuto. Anche la vicina urla, vede un uomo uscire dalla casa di fronte. Lo raggiungo gli dico di entrare in casa mia, che deve correre perché papà sta morendo e il 118 non risponde e devo portarlo al pronto soccorso.

LA TARDIVA RISPOSTA E LA MORTE DEL PAPÀ

Il papà effettivamente muore qualche minuto dopo, per un ictus o un’ischemia. Alle 3.34 e alle 3.36, almeno 15 minuti dopo la prima chiamata, Valentina Ruggiu viene raggiunta da telefonate da un numero privato. «Signora se la vuole ancora, le mando un’ambulanza», le dicono. Ma non c’era più nulla da fare:

Per mio padre forse non avrebbero potuto fare nulla, ma una voce umana mi avrebbe almeno aiutata, guidata, supportata. Ho dovuto caricare mio padre in macchina. Mio fratello ha dovuto guidare con le gambe tremolanti. Alle 3:34 o alle 3:36, quell’ambulanza a noi non serviva più. Eravamo già al pronto soccorso, qualche minuto più tardi ci hanno ufficializzato la morte.

È accaduto ad Albano Laziale, in provincia di Roma, dove la famiglia si è trasferita per allontanarsi dalla caotica Capitale.

(Foto generica da archivio Ansa)