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È tornata l’aviaria, e l’abbattimento di centinaia di migliaia tra galline e tacchini

L’influenza aviaria è un pericolo mai del tutto debellato. E lo dimostrano i dati delle ultime settimane sulla comparsa di focolai in allevamenti di polli o tacchini di diverse regioni. Per il rischio di diffusione della malattia tra gli animali è stato ordinato tra fine luglio e inizio agosto l’abbattimento di centinaia di migliaia di capi in Lombardia, Veneto e in Emilia Romagna, in particolare nelle province di Mantova e di Verona. Nel Veronese, ad esempio, sono stati ordinati abbattimenti ad Albaredo d’Adige (di quasi 18mila tacchini da carne), Erbè (12.200 capi) e Nogara. Nel Mantovano, invece, a Castiglione delle Stiviere (460mila galline ovaiole) e a Castellucchio (126mila). In Emilia, a Sorbolo, in provincia di Parma (26.500 tacchini). Altri Complessivamente si superano i 900mila capi abbattuti da inizio anno, quasi 800mila dal 20 luglio ad oggi.

INFLUENZA AVIARIA, 900MILA CAPI ABBATTUTI DA INIZIO ANNO

Gli animali sono stati contagiati da virus ad alta patogenicità, quelli che si manifestano con sintomi gravi, colpendo anche gli apparati respiratorio, digerente e nervoso, e quindi con un elevato tasso di mortalità. Come spiega il sito dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie, che pubblica tabelle dettagliate e costantemente aggiornate su tutti casi di influenza aviaria rilevati in Italia, la positività degli animali riguarda un virus di tipo A e sottotipo H5. Uno degli ultimi casi concerne un allevamento nel Veronese, in cui erano presenti circa 5.600 tacchini da carne maschi con 47 giorni di vita: il 31 luglio è stato osservato prima un calo dell’assunzione di mangime e acqua, poi il giorno seguente un forte aumento della mortalità, il 2 agosto si sono concluse le operazioni di abbattimento con la supervisione dei servizi veterinari. Qualcosa di simile è accaduto a Parma. Anche in questo caso la positività al virus influenzale è stata riscontrata dopo la segnalazione di un elevato tasso di mortalità di tacchini, in questo caso con 91 giorni di vita. Il focolaio tra i 26.500 capi si è riacceso in un allevamento già sede di un focolaio lo scorso inverno, estinto il 9 febbraio. In precedenza altri focolai erano stati estinti a inizio giugno e, prima ancora, tra gennaio e aprile. Le zone colpite risultavano ancora una volta la Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna, e soprattutto, come nelle ultime settimane, le province di Mantova, Verona e Parma.

 

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(Una mappa dal sito dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie)

 

INFLUENZA AVIARIA, NESSUN RISCHIO PER L’UOMO

Non esiste un rischio per l’uomo, chiariscono gli esperti. Ma la cosa particolare di ciò che sta accadendo in questi giorni, spiega a Giornalettismo un veterinario che conosce bene il caso, è legata alla stagione in cui siamo, perché i virus influenzali degli animali tipicamente sono virus che imperversano in inverno o comunque in un periodo freddo. Il fatto che l’epidemia si sia verificata in estate è, dunque, qualcosa di anomalo. Così come è anomalo il fatto che siano coinvolte filiere piuttosto diverse, come quella dei tacchini e delle galline. In ambito zootecnico avicolo ci sono diversi comparti (come quello delle galline ovaiole, dei tacchini, dei polli) che non sono tutti ugualmente recettivi del virus. Ma in questo caso vengono coinvolti nello stesso momento. Altra considerazione degli esperti riguarda il fatto che il settore avicolo sia organizzato in processi distinti. Ogni azienda solitamente lavora per se stessa e non ci sono punti di contatto tra un gruppo industriale e l’altro, ma stavolta sono più o meno coinvolte diverse realtà.

La cartina con la distribuzione dei focolai indica il contagio in zone ad alta densità di allevamenti avicoli. Per quanto riguarda il numero di animali coinvolti, 900mila (la cifra che emerge dalla somma dei capi indicata dall’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie) è un dato elevato, ma non così grande da destare allarme: sono coinvolti allevamenti di oltre 400mila e oltre 100mila capi e, sottolinea l’esperto, due soli allevamenti rappresentato il 70% del totale degli abbattimenti.

Restano però poco chiare le modalità di diffusione. Seguendo la normativa vigente, in alcuni casi si è proceduto con gli abbattimenti semplicemente perché c’era un focolaio in corso, mentre in zone ad alta densità di allevamento avicolo si è valutato l’abbattimento preventivo per la troppa vicinanza all’allevamento sede del focolaio. In questo caso si cerca di prevenire facendo il vuoto intorno in maniera da evitare un’ulteriore diffusione della malattia.

Non è facile individuare una dinamica ben definita di diffusione dell’epidemia. È più semplice scoprire dei punti di contatto se si considera il singolo focolaio e si cercano connessioni con un altro. Ma capire la dinamica generale è più complicato. Uno degli elementi che viene considerato è una sorta di variazione del virus influenzale. I virus vengono identificati in base alle caratteristiche strutturali, proteiche. E possono esserci però delle piccole differenze. Questo è uno degli elementi che potrebbe spiegare il perché continua a sfuggire. La tabella del 2016 dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale delle Venezie indica due casi di abbattimenti di 17mila (galline ovaiole) e 50mila (tacchini da carne) capi in provincia di Ferrara.

Cifre e dinamiche che sollevano gli interrogativi sugli allevamenti intensivi come luogo di diffusione più rapida dei virus. Philip Lymbery, ceo di Ciwf (Compassion in World Farming, gruppo no profit che lavora per la protezione e il benessere degli animali allevati a scopo alimentare) e autore di Faramgeddon e Dead Zoneha spiegato che tenere decine di migliaia di animali in un ambiente piccolo è il modo migliore per favorire una nuova epidemia. Virus come l’aviaria possono diffondersi come incendi ed anche evolversi e mutare.

INFLUENZA AVIARIA, ANIMALI GASATI NEI CAPANNONI

Ma come vengono abbattuti galline e tacchini? Ci sono sistemi codificati, previsti da un regolamento comunitario. Gli avicoli vengono gasati. Si utilizza monossido di carbonio, da solo o con altri gas. O si tolgono gli animali dai capannoni, si mettono in cassoni dove vengono chiusi e portato a saturazione con monossido di carbonio l’ambiente, o si chiude il capannone e si gasano gli animali all’interno. Le carcasse vengono portate in appositi impianti dove vengono poi incenerite.

(Foto da archivio Ansa. Credit: Felix Kästle / dpa)