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Il caso Iuventa divide le ong. E la chat su WhatsApp diventa un giallo

Il sequestro della nave Iuventa della ong tedesca Jugend Rettet disposto dalla procura di Trapani sta dividendo il mondo delle organizzazioni non governative che operano in mare per salvare vite umane. Da un lato c’è chi prende le distanze dalle operazioni dei volontari tedeschi, dall’altra c’è chi ritiene che tutta questa operazione sia finalizzata a gettare fango sull’intero sistema dei salvataggi nel Mediterraneo.

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IUVENTA DIVIDE ONG: LE CRITICHE

Così, Medici Senza Frontiere e Moas sembrano assumere una posizione critica nei confronti di quanto fatto dalla Jugend Rettet, con dichiarazioni che vanno nella direzione del «passo falso» e dell’errore. Loris De Filippi, presidente di MSF, ha affermato: «Massima fermezza nei confronti di chi ha sbagliato e ha gettato ombre sul buon nome delle ong. Ma la polizia armata è inammissibile nei nostri presidi». Gli fa eco anche Regina Catrambone di Moas: «Questi episodi mi sembrano al confine con la realtà e la Jugend Rettet dovrà spiegare molte cose: è importante aiutare le persone, ma anche combattere i trafficanti».

IUVENTA DIVIDE ONG: LA SOLIDARIETÀ

Su posizioni diametralmente opposte, invece, si schierano Sea-Watch e Proactiva Open Arms. I primi esprimono solidarietà con tutti i salvatori e tutti i salvati, perché recuperare le persone in mare «non è un crimine, ma un obbligo legale». Probativa Open Arms, invece, tramite il direttore Riccardo Gatti, sottolinea come «sia ricominciata la lotta alle ong con le relative speculazioni rispetto a quello che realmente succede in mare».

IUVENTA DIVIDE ONG: LA CHAT SU WHATSAPP

A creare ulteriore confusione sulla vicenda, poi, ci sarebbe il ruolo di una presunta chat su WhatsApp tra gli scafisti e i vertici delle principali ong che operano nel Mediterraneo e che contribuirebbero a dare delle dritte sulle operazioni di salvataggio da effettuare. Che questa chat esista sembra ormai appurato. Ma non è ancora chiara la natura dei messaggi e le persone che comunicano al loro interno. Sempre Riccardo Gatti spiega: «La chat c’è ma la usiamo solo per tenerci informati sulle nostre operazioni. Non sono mai arrivati messaggi dalla Libia».

Sembra, infatti, che alcuni messaggi siano inviati da persone note nell’ambito dei salvataggi nel Mediterraneo, come il sacerdote eritreo don Mussie Zerai, e che le «fonti» per avvisare delle operazioni di salvataggio siano piuttosto accreditate. Niente rapporti con gli scafisti, dunque. Ma la procura, nelle sue ulteriori indagini, dovrà far luce anche su questo punto.

(FOTO: ARCHIVIO/ANSA)