Bossetti
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Bossetti, confermata in appello la condanna all’ergastolo per l’omicidio di Yara

Massimo Bossetti è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Yara Gambirasio. Assolto invece dall’accusa di calunnia ai danni di un ex collega. La decisione della Corte d’Assise d’Appello di Brescia, che conferma in toto la sentenza di primo grado, arriva dopo 15 ore di camera di consiglio. I giudici – due togati e sei popolari – dovevano decidere se riformare o confermare la sentenza di primo grado, oppure con un’ordinanza disporre la perizia sul Dna chiesta dalla difesa. «A perdere è stato il diritto», commenta a caldo l’avvocato Salvagni, uno dei difensori di Massimo Bossetti.

Il processo d’appello è iniziato il 30 giugno 2017 a Brescia, davanti alla Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Enrico Fischetti. Un’aula inaccessibile a telecamere e fotografi. La richiesta del procuratore generale Marco Martani è stata la stessa del primo grado: ergastolo più isolamento diurno di sei mesi. Il magistrato ha chiesto la condanna di Bossetti anche per calunnia nei confronti dell’ex collega che il muratore ha accusato dal carcere di essere il responsabile dell’omicidio di Yara. Un’accusa da cui il muratore di Mapello è stato assolto in primo grado. Per la difesa di Bossetti le prove «non consentono di condannarlo. Se avete dubbi dovete assolvere», è l’appello dei difensori Claudio Salvagni e Paolo Camporini, che alla Corte hanno chiesto una “super perizia” sulla prova regina, il Dna. «Non è il suo, non c’è stato nessun match, ha talmente tante criticità – 261 – che sono più i suoi difetti che i suoi marcatori», sostengono.

L’ULTIMO APPELLO DI BOSSETTI AL PROCESSO D’APPELLO

«Poteva essere mia figlia, la figlia di tutti noi. Neppure un animale avrebbe usato così tanta crudeltà», dice ai giudici della Corte d’Assise d’Appello di Brescia Massimo Bossetti, ribadendo ancora una volta la sua innocenza. «Nessuno ha chiesto la perizia psichiatrica per me, perché altrimenti sarebbe emerso che sono una brava persona, non ho mai fatto male a nessuno. La violenza non fa per me, non è la mia indole, non sono un assassino, ficcatevelo in testa una volta per tutte», dice Bossetti. Nel suo appello finale, il muratore di Mapello menziona anche i suoi figli, parlando «più da uomo che come imputato», spiegano i suoi avvocati. Si dice «vittima del più grande errore giudiziario del secolo», mentre chiede ai giudici una «superperizia» sul Dna, per comparare ancora una volta la traccia biologica di ‘Ignoto 1’ con la sua.

OMICIDIO DI YARA GAMBIRASIO, CRONOLOGIA DEL DELITTO

È il 26 novembre del 2010, Yara Gambirasio, 13enne di Brembate di Sopra, un piccolo comune in provincia di Bergamo, scompare dopo essere uscita dalla palestra del suo Comune, alle 18.40 circa. Appena 15 minuti più tardi il suo cellulare viene spento, per non essere mai più riacceso. I genitori denunciano la scomparsa di Yara e cominciano le ricerche vane della 13enne. Il 5 dicembre i cani molecolari conducono gli investigatori in un cantiere edile di Mapello, dove lavora come operaio Mohamed Fikri, fermato su una nave diretta in Marocco e arrestato. Solo due giorni dopo viene rilasciato, perché non è lui l’assassino. Passano due mesi e mezzo e il 26 febbraio del 2011 viene ritrovato il corpo di Yara Gambirasio in un campo incolto a Chignolo d’Isola, a pochi chilometri da casa. La ginnasta 13enne ha subito ferite alla testa, coltellate alla schiena, al collo e ai polsi ed è stata lasciata dal suo assassino ancora viva: a ucciderla le ferite e insieme il gelo, dopo una lenta agonia.

OMICIDIO DI YARA GAMBIRASIO, L’ARRESTO DI BOSSETTI

Sui sui slip e i suoi leggins la polizia scientifica riesce a isolare una traccia biologica, da cui viene estratto il Dna di “Ignoto 1”: passano mesi prima che il campione venga collegato a Giuseppe Guerinoni, un autista di Gorno morto anni prima, che al 99,999% è il padre illegittimo e ormai defunto dell’assassino. Così le indagini ripartono dal Dna mitocondriale di “Ignoto 1”, quello che collegherebbe il responsabile dell’omicidio di Yara Gambirasio alla madre. Il match nel giugno 2014: “Ignoto 1” è al 99,999% il figlio di Ester Arzuffi, cioè Massimo Bossetti.

MASSIMO BOSSETTI, UN RITRATTO DEL PRESUNTO ASSASSINO DI YARA

44 anni, operaio di Mapello, Massimo Bossetti è sposato e ha tre figli. Dopo un controllo per l’alcoltest, il suo Dna viene confrontato con quello di “Ignoto 1”: combacia e così Bossetti viene arrestato, con tanto di annuncio su Twitter da parte dell’allora ministro dell’Interno Angelino Alfano. Per lui l’accusa è di omicidio con l’aggravante di aver adoperato sevizie e di avere agito con crudeltà. Un delitto aggravato anche dall’aver approfittato della minor difesa, data l’età della vittima.

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MASSIMO BOSSETTI, IL PROCESSO

Il processo di primo grado inizia il 2 luglio 2015 presso la Corte d’Assise di Bergamo. Bossetti si dichiara fin da subito innocente e lo ribadisce la prima volta che prende la parola in aula, l’11 marzo 2016: «Quel Dna non mi appartiene: è un Dna strampalato, che per metà non corrisponde. E dal giorno del mio arresto che mi chiedo come sono finito in questa vicenda visto che non ho fatto niente». L’accusa chiede che Bossetti – su cui grava anche l’accusa di calunnia, per aver puntato il dito, durante la detenzione, su un ex collega – venga condannato all’ergastolo con sei mesi di isolamento diurno, per l’omicidio di Yara Gambirasio, aggravato da crudeltà ed efferatezza. Per la difesa invece Bossetti è da assolvere, perché «nessun indizio è preciso neanche il Dna». La super prova è infatti il «il tallone d’Achille» di un’indagine «con troppe anomalie» dove «più che l’accusa ho visto la difesa delle indagini», spiegano gli avvocati Claudio Salvagni e Paolo Camporini.

MASSIMO BOSSETTI, LA CONDANNA DI PRIMO GRADO

La giuria non gli dà ragione e il 1 luglio 2016, dopo oltre 10 ore di camera di consiglio, condanna Bossetti all’ergastolo, senza però isolamento diurno, come chiesto dal pm. A Bossetti viene anche tolta la potestà genitoriale, gli riconoscono l’aggravante della crudeltà, ma viene assolto perché “il fatto non sussiste” dall’accusa di calunnia.

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