I rischi di una crisi pagata a rate
13/05/2009 - Sono in molti ad indicare la luce in fondo al tunnel della crisi e ad annunciare che una ripresa, o ripresina, è già alle porte. Eppure, forse, del tutto finita non è. (Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista
Sono in molti ad indicare la luce in fondo al tunnel della crisi e ad annunciare che una ripresa, o ripresina, è già alle porte. Eppure, forse, del tutto finita non è.
(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)
L’insana tentazione di pagare la crisi a rate. Ero nel gruppetto di giornalisti corsi all’università Luiss di Roma per sentire il premio Nobel Joseph Stiglitz. Ne è valsa la pena visto che nella chiacchierata lui ha rinunciato a giocare il ruolo del
profeta per argomentare da vero economista. È riuscito a scardinare quel meccanismo terribile in cui gli economisti si affidano a formule e slogan e i media le ripetono all’infinito fino a renderle del tutto inservibili. Lo dimostra il fatto quasi nulla delle cose interessanti che ha detto è finito sui giornali del giorno dopo. Troppo difficili? No, semplicemente non “davano titolo” a dimostrazione che semplificare e informare non sempre sono sinonimi. Riflessioni buone per altri contesti.
PER FORTUNA C’È GIORNALETTISMO – Stiglitz discuteva della “forma” della ripresa, ovvero quale figura avrebbero mostrato i grafici sul Pil (ma anche quelli degli indici di borsa) a fine 2009. La dottrina ci fornisce due alternative: la “V” se la risalita è netta rispetto ai minimi (il “punto di svolta” evocato lunedì dalla stessa Bce); o una “U” se la recessione lascia l’economia così disastrata che è necessario un periodo di assestamento e magari qualche grande
riforma, economica e regolamentare, che ha bisogno di tempo per affermarsi. A “V” siamo usciti a tutta velocità dalla recessione del 2001, mentre una lunga rincorsa hanno dovuto prendere gli Stati Uniti dal ’29 al ’39 e, secondo molti storici, più che del New deal, il merito va dato a Hitler e ai giapponesi. Stiglitz ha introdotto almeno due altri possibili disegni, specie se si restringe l’asse temporale ai prossimi 12-18 mesi: il peggiore è la “L“. Risultato possibile se gli sforzi fatti dai governi si rivelassero mirati a riportare il sistema finanziario dov’era prima: «L’impoverimento della popolazione è stato compensato e mascherato aumentando la possibilità d’indebitamento» afferma il Nobel in un’analisi forse troppo centrata sugli Usa, ma che comunque esclude la possibilità di riproporre quel modello in qualsiasi luogo o periodo. L’altra possibilità, secondo me la più probabile, è quella di una figura più complessa, una sorta una radice quadrata al contrario, o una “v” spezzata: vale a dire che alla discesa segue una piccola ripresa da cui si allunga un interminabile tratto di crescita zero.
ECCO LE RATE – Fuori dalle metafore grafico/matematiche il succo è che per
uscire troppo velocemente dalla crisi si contraggono dei “debiti” che poi zavorrano la ripresa successiva impedendo di tornare al punto di partenza. E l’economia mondiale di debiti ne sta accumulando parecchi: la clamorosa crescita dei debiti pubblici può proiettare su scala mondiale lo sviluppo anemico che contraddistinguono Italia e Giappone. Oppure se l’enorme massa di liquidità riversata in questi mesi si tramutasse in inflazione, appena la crescita della domanda globale avrà un respiro cortissimo. Lo scenario della ripresa spezzata è credibile perché l’interesse a decretare al più presto la fine della recessione è altissimo: le banche centrali che hanno finito le munizioni, le imprese che vogliono rivedere i consumi in ripresa, i governi che hanno la necessità di mostrare qualche risultato dopo tanti soldi spesi, le banche impazienti di uscire dalla lista dei possibili fallimenti sono disposti a suscitare un miglioramento a qualsiasi costo. Un’alleanza imbattibile che porterà a bruciare le tappe e provocare qualche squilibrio sistemico pronto a ripresentarsi nel giro di qualche anno. E in quel caso, per rimanere nel giochino dei disegni, avremmo una classica W, conosciuto con “double dip“.
CHERCHEZ LA BANQUE – A tirare le fila di questa alleanza è il mondo bancario americano, che ha ottenuto la certificazione della propria solidità dallo stress test tenuto dalla Federal Reserve. Il Market average test (come lo chiama Stiglitz per sottolineare la scarsa durezza dei criteri) ha decretato che con un minimo di nuovi aumenti di capitale a pioggia da 75 miliardi di euro tutto sarà
risolto. Ovvio che le banche non hanno pagato fino in fondo il conto delle svalutazioni, molti asset tossici sono sopravvalutati dal momento che è stato sospeso l’obbligo del mark to market (e sono ripartiti gli scambi di crediti immobiliari per alzarne il prezzo). Inoltre i gruppi bancari, come ammesso dalla stessa Federal reserve, hanno negoziato dopo la fine delle ispezioni dello stress test ottenendo consistenti riduzioni sull’ammontare del capitale che ogni istituto doveva richiedere. Tra l’altro questo permette agli istituti grandi e piccoli di far partire aumenti di capitale (Morgan Stanley, Wells Fargo, Key corp, U.S. Bancorp, BB&T Corp., Capital One Financial Corp. and Bank of New York Mellon Corp) per una ventina di miliardi complessivi che permetteranno loro di ripagare i fondi Tarp ed uscire dai vincoli su distribuzione dei dividendi e tetto alle retribuzioni.
IN ATTESA DELL’OSTE – Vincoli già molto laschi se uno studio sul sito degli economisti europei sottolinea come le banche abbiano distribuito 130 miliardi di euro in dividendi anche durante i mesi più gravi della crisi (07-08). Ulteriore
aggravante: da dove arrivano questi soldi, visto il crollo del valore dei patrimoni e l’assenza di profitti dai servizi d’investimento? Da depositi dei clienti, l’unico business che rimane solido e che, proprio nel caso dell’Italia, permette ai nostri banchieri e politici di vantarsi della loro “maggior prudenza” che in realtà significa solo commissioni più alte sui servizi base. D’altronde anche durante la grande depressione le banche commerciali uscirono quasi indenni, a differenza di quelle d’investimento che fallirono in massa. Proprio per questo s’impose la divisione per legge tra le due attività. Tutto indica che la voglia di ottimismo nasconde soltanto una cambiale ancora più pesante da pagare in futuro.













Stiglitz identifica correttamente i problemi, stavolta, ma tremo al pensiero delle sue “soluzioni”.
L’unica cura per una depressione è la depressione: salvare i deboli non è soltanto costoso per il bilancio pubblico, ma lancia anche il segnale sbagliato , ponendo le basi dell’ennesima bolla.
Nazionalizzare completamente, che era sino a poco fa la soluzione preferita da Stiglitz, non risolve il problema: in Germania il sistema bancario statale, senza bonus, è quello che ha perso più soldi. La nazionalizzazione si limiterebbe a preservare comportamenti malati dall’estinzione per via competitiva, ma i soldi sperperati sarebbero dei contribuenti invece che degli azionisti e dei clienti.
Analisi molto interessante. Anche io che non mastico economia ho capito qualcosa…
Un bel lavorino sì.
E se la crisi fosse a Y?