Interni

Il serial killer della Liguria

8 maggio 2009

17 omicidi. Tutti con la stessa pistola, le stesse cartucce, le stesse macchine ed una fame che non può essere più placata.

A pensarti, adesso, seduto in questa stanza, ti immagino lì, sul quel piazzale di Cogoleto, lontano dalla città. Ti immagino che fumi una sigaretta mentre l’aria ancora gelida di questa primavera in nuce che si respira in quella mattina del 29 marzo 1998 ti solca il viso. Gli occhi persi verso l’infinito. Cosa pensi? Magari ti tornano in mente quei pomeriggi di tanti ani fa, quando eri appena un ragazzino, quando avevi soltanto 12 anni e tuo padre ti umiliava, costringendoti a mostrate il tuo piccolo pene alle cugine. Ti ricordi di tutte le volte che bagnavi il letto, già troppo grande per farlo, per essere una cosa accettata, e tua madre mostrava a tutti i vicini quel corpo del reato, le tue lenzuola.

Ti vedo, ora. Spegni la sigaretta e la getti a terra. Ti volti e ammiri il corpo di lei. Una volta forse è stata davvero bella. Poi la vita le deve essersi accanita contro. Gli uomini, la strada, le notti al freddo e le troppe botte prese e date hanno fatto il resto. Guardi il suo corpo steso a terra. Quel piccolo foro sul ginocchio e l’altro, ancora più piccolo, proprio dietro l’orecchio: si vede appena. La guardi, lì, stesa a terra, e non sai nemmeno come si chiama. Lo scoprirai solo dopo, leggendo i giornali, così come farò io. In questo momento ignori tutto di lei. Sai solo che era una prostituta. Nigeriana, supponi, ma neanche di questo sei certo. Senti il freddo farsi pungente, ti soffi il naso con un fazzoletto, lo butti via e ti allontani. Così ti immagino. Mentre in quella mattina, in una cittadina della provincia di Savona, abbandoni Terry Adodo come fosse uno straccio. Allontanandoti sai che ora ti daranno la caccia con più forza che mai. Una, due, tre, prostitute possono essere un regolamento di conti. Quattro iniziano a diventare inquietanti. Non ti importa però. Almeno così credo, non posso fare altrimenti che pensare in questo modo. Come spiegarsi se no le sigarette lasciate a terra, gli omicidi commessi tutti con la stessa pistola, con quelle cartucce così difficili da trovare, con le stesse macchine. No, a te non importa niente di essere preso. Forse, in una parte remota del tuo animo vorresti proprio questo. Che qualcuno ti fermasse. Ti stai spingendo sempre più in là. Di tornare in carcere non ti deve interessare poi molto. Ci sei stato già tante altre volte in prigione – per furto, ricettazione, lesione, aggressioni – che un’altra non deve fare la differenza. Nemmeno adesso che potresti fare la bella vita, che frequenti case d’azzardo e bische clandestine di tutta Genova, che i soldi non sono davvero un problema ti importa. L’unica cosa che ti preme è saziare questa fame che hai dentro.

L’hai provata la prima volta qualche mese fa. Lo ricordi bene quell’attimo, avresti voluto prolungarlo all’infinito. Quel secondo in cui la tua vita ha preso questa piega non potrai cancellarlo mai. Hai preso Giorgio, un tuo amico, sempre se di amici si può parlare nell’ambiente che frequenti, Giorgio Cogoleto per essere precisi, e l’hai ucciso a casa sua. Sono passati solo pochi mesi, era il 16 ottobre dell’anno scorso. Giorgio non poteva passarla liscia. E nemmeno Maurizio. Li avevi sentiti, alla bisca, «Hai visto come abbiamo messo in mezzo il “Walter”» dicevano fra di loro. Tu avevi sentito tutto, il “Walter” non potevi che essere tu, questo era il tuo soprannome. Non ti dispiaceva per i soldi. Ti doleva perché li consideravi due amici, non potevi immaginare che ti avessero fregato. Non loro. Dovevi fargliela pagare. Così hai aspettato. Hai seguito Giorgio con la tua auto, finché un giorno non ti ha portato alla sua abitazione. E una sera lo hai atteso lì, hai finto un incontro casuale, lo hai accompagnato su e tutto è stato così intenso. Il nastro adesivo legato intorno al collo, lui che si dimenava, la vita che lentamente lo abbandonava. Ti dovrai essere sentito un dio. Un Giusto, così suppongo tu ti sia immaginato. Hai persino chiamato il magistrato, giorni dopo, per dirgli che Giorgio non era morto per cause naturali, come tutti pensavano. Peccato che non ti abbia creduto. Forse ti avrebbero potuto fermare in tempo. Anche se non credo. Troppa era la tua fame, troppa la tua sete. E c’era ancora da pensare a Maurizio, il Parenti. Con lui lo sapevi – ne sono sicuro – che le cose sarebbero state più difficili: si muoveva con la scorta, era un mafioso. Devi aver considerato la cosa totalmente indifferente: nessuno si poteva prendere gioco di te. Nessuno.

Anche lui lo hai atteso sotto casa. Solo otto giorni dopo da quando avevi assassinato Giorgio. Ti vedo, lì, alle tre del mattino, fuori a quel portone. Sei calmo, non hai paura né fretta. Sai già cosa accadrà: aspetterai che la scorta vada via, lo avvicinerai e gli dirai di dovergli dare una cosa. Poi una volta dentro il portone, gli punterai la pistola alla nuca, lo ammanetterai e gli metterai il nastro adesivo intorno alla bocca. Salirai con lui nell’ascensore, entrerai nel suo appartamento, legherai anche sua moglie. Lo sapevi già dall’inizio come sarebbe andata. Sapevi che gli avresti letto la tua sentenza, mentre loro, piagnucolanti, impauriti e sperduti ti avrebbero supplicato di non sparargli. Ma ormai era tardi. Un colpo ad ognuno e giustizia sarà fatta, pensavi. E così fu. La fame però non ti doveva lasciare mai. La dovevi sentire in ogni parte di te. E così dopo appena tre giorni, il 27 ottobre, decidi di regolare altri conti. Questa volta uccidi Bruno Solari e la moglie, Maria Pitto, sono padroni di una gioielleria. Devono esserci vecchi conti in sospeso. Lo stesso con Luciano Marro, un cambiavalute assassinato il 13 novembre e Giangiorgio Canu, da te freddato il 25 gennaio. Finché non arriva quel giorno, la notte del 24 marzo, in cui tutto cambia ancora una volta. In cui la tua fame e la tua sete si appagano e ti regalano un’emozione unica, immensa, indefinita. Impossibile da capire per me. Impossibile anche solo da immaginare. Eppure lo stesso riesco a vederti, mentre percorri quel viale di Novi Ligure, in provincia di Alessandria , una cittadina che diventerà famosa per un altro delitto più feroce, se mai puo’ esserci  una scala nel Male, ma tu adesso non ne sai nulla, vuoi solo saziare la tua fame, questo bisogno implacabile che ti morde allo stomaco. Alla fine la vedi: è bellissima. Ti avvicini con la tua Mercedes blu, che poi non è la tua ma fa lo stesso, e la fai salire. Si chiama Lorena, tu lo ignori però. Come ignori che il suo vero nome è in realtà John, John Zambrano per l’esattezza.

6 commenti a Il serial killer della Liguria

  1. Greek

    Adoro un sacco la tua rubrica.

  2. bello bello il pezzo

  3. “Adesso, ti vedo in una cella, non troppo piccola credo, e ti immagino ancora affamato.”

    Con quest’ultima frase, mi hai riportato alla mente Hannibal Lecter del “il silenzio degli innocenti”: ecco, lo immagino cosi!

    Bellissimo articolo!

  4. gloria

    sì, bellissimo

  5. giannina

    sempre asciutto ma coinvolgente.. bel pezzo. davvero.

  6. Sarebbe bello che qualcuno fosse capace a romanzare le vite normali, invece che gli assassini.

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