Viaggio nel sisma dimenticato: l’altra faccia dell’Italia, non solo solidarietà e amore. E il peggio arriva da chi meno te lo aspetti.
Hanno raccontato molte storie. Tragiche, felici, deplorevoli, lacrimevoli, positive. D’ogni tipo. Dal recupero dei sopravvissuti, sotto le macerie, ai 16 bimbi volati via. Dal vigile del fuoco, stroncato da infarto per lo sforzo eccessivo, gloriato da eroe, ai vigili e volontari innominati; perché, come ha detto qualcuno nella tendopoli del mio Comune, “se non muori, non sei un eroe“. <Sventurato
quel mondo che ha bisogno di eroi>, ha scritto Bertold Brecht. Dal grande impiego di risorse e mezzi, fino alla loro inadeguata gestione, fino alla mancanza di coordinamento. Fino allo sciacallaggio.
SCIACALLI IGNOTI - Tuttavia, non ho visto nessuno parlare dello sciacallaggio di seconda generazione. D’altronde, non è facile rendersene conto, neanche tramite i potenti mezzi dei mass-media. Perchè è quello sotterraneo e fuggevole, absconditus, come il Dio che non ho visto il 6 Aprile, di quelle che dovrebbero essere le vittime, i terremotati, sfollati o come li si voglia chiamare. Qualsiasi definizione ci sta bene, ormai. E’ la storia di persone senza vergogna e senza la dignità degli abruzzesi, tanto decantata dai giornalisti. Perché, come al solito, non si può far di tutta l’erba un fascio, di fronte le telecamere son tutti bravi a mostrare il proprio profilo migliore. Quando le luci si spengono, però, quando l’occhio del Grande Fratello si chiude, tutto torna allo squallore della sopravvivenza quotidiana, del bellum omnes contra omnes. Certo, sono sciacalli i distinti signori che van di notte (ma anche di giorno) per case doloranti a far saccheggio; è uno sciacallo la signora venuta appositamente da Roma, dove ha una splendida magione immagino, a farsi consegnare le merci stockate nei magazzini di fortuna, fingendosi una sfollata; sono sciacalli le onestissime persone che, nei primi giorni, rubarono un pacco di pettorine della Protezione Civile, spacciandosi per esperti geologi, convincendo la gente ad uscir di casa, con lascusa di un’altra scossa, onde introdursi a rubare.
BASTA BIBERON - Un altro genere di sciacalli è, invece, composto da alcuni (in verità molti) degli abitanti del mio Abruzzo, tanto amato, cacciati dalla propria dimora, come me, come troppi altri, dal sisma di quel maledetto 6 Aprile, ore 3.32. Ed è questo l’aspetto che ferisce, dopo i crolli, dopo i decessi, dopo aver perso una casa, di cui si pagava ancora il mutuo, dopo aver dormito per giorni all’addiaccio, cose che ci hanno già ferito abbastanza. Ma, a quanto pare, il troppo non è mai troppo. Ho visto cose che mi hanno fatto vergognare, sin nel midollo. Non riuscirei a raccontarle tutte in quest’articolo. Che non sarà affatto politically correct. Il 22 Aprile 2009, sedici giorni dopo quell’orrida notte, nel mio Comune diluviava: alle 13.00 circa, sono capitato al campo sportivo, dove ha sede la tendopoli, sotto la pioggia battente. Molte tende, tra cui quella ospitante il Centro Medico temporaneo, si stavano allagando, trovandosi la base di ghiaia su cui poggiano allo stesso livello del terreno, non permettendone, dunque, il deflusso. Sicchè, i volenterosi e salvifichi alpini, di buona lena, hanno scavato canali e collegamenti, per consentire all’acqua di scendere a valle: non ho visto nessuno, nessuno dei miei compaesani alloggiati nelle tende prendere in mano un piccone, una vanga, una pala, offrire un aiuto a quel gruppo minuscolo di combattenti nella loro opera. Vogliamo sempre lo Stato assistenzialista. Rimboccarsi le maniche pare impossibile. Mi chiedo chi cucinerà nei campi, chi scaverà canali, chi monterà tende, chi distribuirà cibo il giorno in cui i volontari torneranno al giusto riposo, dalle loro famiglie, al loro lavoro. Ho a mala pena 22 anni, ma per quel che no so e mi han raccontato, Gemona l’hanno ricostruita i Friulani, sebbene non fossi nato a quel tempo. Qui, invece, dopo quasi tre settimane ci danno ancora il biberon.



OT: VIVA I LED ZEPPELIN!
ora leggo il pezzo
Accipicchia! (per non dire altro)
Veramente un pugno nello stomaco.Le tragedie non tirano fuori il peggio di noi, tirano solo fuori quello che era già presente.
Pezzo tremendo.
Bravissimo.
Come scrisse Brecht di Socrate giustiziato “è l’onestà che lo ha portato a questo punto; quanto è fortunato l’uomo che non ne ha”.
mi fa male leggere questo l’unica volta, unica, che ho donato dei soldi.
Un pezzo molto bello, un pugno nello stomaco, che – se posso permettermi – mi stimola una piccola riflessione per il futuro.
In Friuli, come in Umbria e nelle Marche, il protagonismo delle comunità locali (istituzioni, associazioni sindacali e di categoria, consorzi di cittadini) è stato FONDAMENTALE non solo per la fase dell’emergenza (dove comunque un po’ di smarrimento iniziale è comprensibile) ma per la fase successiva: il prolungarsi dell’emergenza e soprattutto la ricostruzione.
Io ho notato fino ad ora – dall’esterno, da non Abruzzese – un eccessivo silenzio da parte dei sindaci dei comuni terremotati, che solo negli ultimi giorni hanno cominciato a far sentire (timidamente) la loro voce.
Ecco, è questo che è importante. Senza il protagonismo attivo degli Abruzzesi, quando le luci saranno spente (e succederà, inevitabilmente, fra non molto) se davvero ci sarà un atteggiamento passivo, il problema non sarà tanto nei canali da scavare. Ma nelle case che resteranno rovine per decenni.
Il decreto abracadabra di tremonti sarà solo un pallido inizio di quello che verrà, se l’Abruzzo non reagisce.
Un abbraccio
C.
Saluti a tutti, sono l\’autore del pezzo. Ringrazio gli (ormai se posso permettermi) amici di giornalettismo per la pubblicazione. Che mi è costata non poca sofferenza, nel dover \”accusare\” i miei concittadini.
Ringrazio a nome del mio popolo tutti coloro che ci hanno dato una mano.
Caro Comix hai centrato il punto: il futuro, da soli. Non si potrà pretendere la presenza sempiterna dei volontari, è logico, è inevitabile e dal mio punto di vista anche giusto. Siamo noi a dover ripartire, a dover ricostruire, è ora che tutti si diano da fare, non solo i pochi già al lavoro.
E hai fatto un\’altra importante osservzione: gli stessi organi centrali, gli stessi cittadini hanno lamentato una grave latitanza dei sindaci. Per carità, capisco che non sia facile il loro lavoro, in questo momento soprattutto, ma devono cominciare ad attivarsi in maniera più precipua.
Noi abruzzesi siamo \”tosti\” come ci ha definito la Marcegaglia, spero sia vero e spero venga fuori questa caratteristica di cui ci siamo spesso vantati. Saluti e buona giornata.
A dire la verità, siamo noi ad essere onorati di poter essere definiti amici.
Ma andarsene, no. A 22 anni è troppo presto per alzare bandiera bianca e, senza tanti forse, penso che l’Abruzzo avrebbe parecchio da perderci.
O potrebbe essere lui a perderci a restare lì… o in Italia in generale, proprio perché giovane e (suppongo) poco paraculato.
Non è escluso che tornerò. Intanto, fino alla laurea (tra 2 anni e mezzo se tutto va bene) resto qui. Non intendo del tutto abbandonare un luogo che mi ha dato tanto. La decisione di andar via esiste già da tempo, per diversi motivi, il sisma ha solo spinto sull’acceleratore. Mala tempora currunt.
Dalle tristi parole che leggo mi viene in mente una considerazione: ogni paese ha la classe politica che si merita e che, nel nostro caso tristemente, lo rispecchia. Come possiamo sperare di migliorare se soprattutto al sud e in buona parte del centro aspettiamo sempre una mano dal cielo? Un saluto da una sempre più triste e sfiduciata Meridionale
@zoso87:
Grazie per gli amici, l’onore è tutto nostro. Sapere che ci sono persone di 22 anni con questo spessore mi rende (per una volta tanto) ancora fiducioso che il futuro dell’Italia non è definitivamente segnato.
E sono d’accordo con Mthrandir e – per una volta tanto – non d’accordo con Leo: se i migliori scappano, di questo paese davvero, non resteranno altro che macerie. E ricostruire diventerà davvero impossibile. Resta. Anche se non è forse la scelta più facile e più “comoda” per te.
Un sorriso dall’Umbria
C.
Cristo Santo: quando leggo certe cose spero sempre trattarsi di letteratura…
Caro Comix,grazie per il complimento, sono molto sensibile all’asulazione ora il mio ego si è appena gonfiato XD. Concordo sul fatto che la fuga di “cervelli” non va bene, non è quella la mia intenzione, ma ferma resta l’ambizione di fare esperienze lavorative e non al di fuori di questa regione, non solo per i motivi descritti nell’articolo. Vedremo. Spero di poter tornare a seguire assiduamente questo sito e il resto dell’amato web al più presto(la mia connessione in questi giorni è un po’ ballerina per ovvi motivi, dovrò consultare un tecnico prima o poi). Per ora vi saluto, a buon rendere.
Un pezzo dal leggere e rileggere e far leggere: non solo per gli abruzzesi ma per tutti noi! Dalle mie parti (e credo un po’ ovunque) si dice “aiutati che dio t’aiuta!” e questo dovremmo sempre averlo a mente perché molte più volte di quante non si creda le cose ce le potremmo fare da soli e invece stiamo sempre ad aspettare la pappa scodellata…
Io credo che l’Abruzzo e la sua gente abbiano ancora bisogno dell’Italia tutta ma prima ancora hanno però bisogno di se stessi!
Lisa
Ecco una diversa angolatura dei fatti…in cui serpeggia, purtroppo, anche l’indifferenza…
Bravo zoso.
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