Sapienza? No grazie, ho smesso
05/05/2009 - RITORNO AL PRESENTE – I miei esami di psicologia però vanno che è una meraviglia. Quando ero giovane esisteva una cosa chiamata vecchio ordinamento, facevi 19-20 esami, preferibilmente in otto anni, e poi eri qualcuno. Ma siccome si era visto
RITORNO AL PRESENTE – I miei esami di psicologia però vanno che è una meraviglia. Quando ero giovane esisteva una cosa chiamata vecchio ordinamento, facevi 19-20
esami, preferibilmente in otto anni, e poi eri qualcuno. Ma siccome si era visto che c’erano troppi fuori corso – se proprio devo andare a lavorare in un call center almeno fatemela prendere comoda – hanno avuto una bella pensata. Questi perdigiorno ci mettono otto anni per fare venti esami. E se li triplicassimo? Vuoi vedere che ci mettono un terzo del tempo? E così, per un errore di calcolo, è nato il nuovo ordinamento. Totale esami da sostenere a psicologia: sessantacinque. Vado in facoltà un giorno sì e l’altro pure e quando non vado a dare un esame, che preparo sul tram, vado a verbalizzarne uno che ho già dato. Come stamattina. Il professore in questione, che chiameremo Pappardelli, è uno psichiatra e lavora in un ospedale. Nel tempo libero insegna anche a Psicologia, per uno stipendio che, immagino, non ha molto da invidiare a quello di Totti. Non va spesso in facoltà, non sa nemmeno com’è fatta, in compenso all’ospedale è sempre presente. Così, dopo appena due mesi dall’esame, tra una partita al solitario di Windows e un ricovero coatto, si è ricordato di mettere in bacheca data e luogo della verbalizzazione. A Verdespelonca, di lunedì mattina, ore nove. Perché lui dall’ospedale non si muove. Se Maometto non va alla montagna, meglio far muovere un centinaio di studenti che vengono da tutte le parti d’Italia e che presumibilmente non hanno niente di meglio da fare la mattina che andare in aperta campagna a verbalizzare uno dei sessantacinque esami da dare. E così alle 8.30 ero col mio motorino SH 50 – con tutto questo studiare non ho avuto tempo di pre
ndere la patente – sulla Flaminia a chiedere alle mignotte nigeriane indicazioni per via di Verdespelonca. Dopo aver rischiato di imboccare il Grande Raccordo Anulare – un esperienza che non consiglio a nessuno che non abbia la patente e cavalchi un mezzo di locomozione a vapore – ed essermi fermato in tempo prima del casello per Orte, sono riuscito a trovare l’ospedale di Verdespelonca, che sorgeva casualmente in mezzo al nulla. Nulla davanti e nulla di dietro, solo una strada che per il senso di libertà e desolazione ricordava una freeway nel Deserto della California. Sono andato al piano 3, così era scritto in bacheca, ma ivi ho trovato il reparto di cardiochirurgia. Siccome ho visto tutte le puntate di Scrubs e del dottor House so che cardiochirurgia non c’entra una mazza con psichiatria. E ho quindi capito che il piano in questione era il -3, nonostante pensassi che i nomi dei piani dovessero seguire la progressione dei numeri naturali. Al piano -3, ala est, ospedale di via Verdespelonca, c’è però la camera mortuaria. Sono entrato in una stanza in cui alcuni dottori in camice stavano facendo “qualcosa” su “qualcuno“, se capite che intendo, e non giurerei che fosse legale. Nel reciproco imbarazzo mi hanno spiegato che la stanza di Pappardelli sta al piano -3 sì, ma ala ovest. Dopo aver schivato un ebefrenico e due bipolari ho finalmente raggiunto l’agognato ufficio. Pappardelli non c’era, ma c’erano i suoi dodici assistenti che stavano verbalizzando agli astanti. Mi hanno chiesto che voto avessi preso per poterlo scrivere sul verbale (“uhm, trenta?!“) e poi ci siamo messi ad aspettare che arrivasse il professore, che doveva soltanto firmare. Il quale è arriv
ato placido e mansueto, ore 10.15, con una copia di Repubblica sotto il braccio e un cappuccio nell’altra. Ha rilasciato una decina di autografi ed è tornato alla pagina dello sport (“Roma. La contestazione fa piangere Rosella“).
MORALINA - Se in tutto questo volete vederci una parabola, io non so che dirvi. Per me è solo una storia, una storia triste se volete, ma è la mia storia. Ho poi trovato un lavoro, o qualcosa che gli assomigli, perché durante gli anni del dottorato ho fatto un corso in una materia buffa che chiameremo Erboristeria. Un mio collega non è stato così fortunato e ora fa il manovale (storia vera) dopo aver tentato un improbabile carriera come giocatore del lotto – si sognava i numeri – e “raccoglitore di cose per terra” – “non ha idea delle cose che lascia la gente per strada“. E anche in questo caso vorrei dirvi che sto scherzando. Quindi, se in Italia solo il 14,8% degli uomini sono laureati, credetemi. Gli altri non è che siano proprio stronzi.













mthandir, voglio la tua testa sul mio comodino, domani mattina.
premesso che sei un cazzo di genio, mi chiedo cosa abbia influito di più (sullo sviluppo del cazzo di genio) se gli inter rail (ad amsterdam, ecc.) o l’università.
se uno deve studia’ tanto per diventare cinico e disoccupato.
dove lavoro io ci son dei laureati-quadri ma anche non laureati e dei dirigenti-laureati e non laureati.
e anche laureati che stanno al mio livello o più in basso… ma gli altri col mio non-livello di studio fanno gli uscieri… ora mi chiedo: ho avuto culo (a fare il grafico anziché l’uscere) o magari se prendevo una stracazzo di laurea ora ero amministratore delegato?
p.s. dio ringrazi wikipedia, perché così ho potuto controllare se su uscieri ci va la “I”
marcello sei troppo simpatico.
Anche nella seconda parola (usciere) ci voleva la famigerata I!
Ciao Sol (una delle prime estimatrici di vertie, che lo segue sempre, nell’ombra)
Sol