Decisamente fuori luogo il riferimento al “figlio [che] non riesce a staccarsi dai genitori“, quando chi non è madre e non è riconosciuta come maestra si dichiara – appunto – mater et magistra, pretendendo d’essere tutrice, contro ogni diniego [10].
Note
[1] Così proseguiva: “Avrà probabilmente subito la sensazione che la sua posizione sia descritta per filo e per segno nel noto apologo del clown e del
villaggio in fiamme narrato da Kierkegaard, recentemente ripreso in forma stringata da Harvey Cox nel suo libro «La città secolare»” (Introduzione al Cristianesimo, Queriniana 1968). In questo punto, Joseph Ratzinger rivela di non aver letto l’apologo in Søren Kierkegaard, ma solo di seconda mano in The Secular City di Harvey Cox, che è del 1965 e che arriva in Europa (in Italia grazie all’editore Vallecchi) giusto un anno prima che Introduzione al Cristianesimo sia dato alle stampe. Infatti, in Diapsalmata (Enten-Eller, I), Kierkegaard riporta l’apologo in una forma che più stringata non si può: “Accadde in un teatro che le quinte prendessero fuoco. Il buffone venne a darne notizia al pubblico. Si credette che fosse una battuta di spirito e si applaudì; egli ripeté l’avviso, e il divertimento aumentò ancora. Ecco, penso che il mondo perirà tra il divertimento universale della gente di spirito, che crederà che sia un Witz“. Joseph Ratzinger, invece, ne dà questa versione: “La storiella narra di un circo viaggiante in Danimarca, colpito da un incendio. Il direttore mandò subito il clown, già abbigliato per la recita, a chiamare aiuto nel villaggio vicino, oltretutto perché c’era pericolo che il fuoco, propagandosi attraverso i campi da poco mietuti e quindi secchi, s’appiccasse anche al villaggio. Il clown corse affannato al villaggio, supplicando gli abitanti ad accorrere al circo in fiamme, per dare una mano a spegnere l’incendio. Ma essi presero le grida del pagliaccio unicamente per un astutissimo trucco del mestiere; tendente ad attirare il maggior numero possibile di persone alla rappresentazione; per cui lo applaudivano, ridendo sino alle lacrime. Il povero clown aveva più voglia di piangere che di ridere e tentava inutilmente di scongiurare gli uomini ad andare, spiegando loro che non si trattava affatto di una finzione, d’un trucco, bensì di una amara realtà, giacché il circo stava bruciando per davvero. Il suo pianto non faceva altro che intensificare le risate: si trovava che egli recitava la sua parte in maniera stupenda. La commedia continuò così finché il fuoco s’appiccò realmente al villaggio e ogni aiuto giunse troppo tardi: villaggio e circo finirono entrambi distrutti dalle fiamme“. Non è per dire, ma all’apologo di Kierkegaard s’è aggiunto un bel po’ di roba. Diciamo che, all’apologo di Kierkegaard, o Cox o Ratzinger hanno aggiunto l’indispensabile per rappresentarci la serietà del clown.
[2] Lascio al lettore libertà di riferimento bibliografico: Atti degli Apostoli (I sec.) o The Blues Brothers (1980).
[3] Nell’omelia (3.5.2009), per ben due volte, Joseph Ratzinger sottolinea che «mondo» debba intendersi “nell’accezione giovannea del termine” («Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto» – Gv 17, 25). Siamo, dunque, dinanzi a un “mondo” resistente alla conoscenza di Dio, che è possibile solo attraverso la fede: il mondo che non accetta la conversione, rendendo difficile il lavoro al prete. Infatti dice: “È vero, e noi sacerdoti ne facciamo esperienza: il «mondo» – nell’accezione giovannea del termine – non capisce il cristiano, non capisce i ministri del Vangelo. Un po’ perché di fatto non conosce Dio, e un po’ perché non vuole conoscerlo. Il mondo non vuole conoscere Dio e ascoltare i suoi ministri, perché questo lo metterebbe in crisi. Qui bisogna fare attenzione a una realtà di fatto: che questo «mondo», sempre nel senso evangelico, insidia anche la Chiesa, contagiando i suoi membri e gli stessi ministri ordinati. Il «mondo» è una mentalità, una maniera di pensare e di vivere che può inquinare anche la Chiesa, e di fatto la inquina, e dunque richiede costante vigilanza e purificazione“. Vale la pena di ribadire fin da adesso, come farò oltre, che la resistenza del «mondo» alla conversione costituisce un problema che la Chiesa considera un’”insidia” che la minaccia. Non a sproposito: presupponendosi catholica (kata olos), la Chiesa si sente lesa dal non poter comprendere in se stessa la totalità del genere umano. Nel fatto che il «mondo» faccia resistenza ad essere tutto cattolico il prete avverte il rischio di un “contagio” e di un “inquinamento” ai danni della ecclesia stessa e degli “stessi ministri ordinati“. Tenuto conto che ogni prete è un alter Christus, la cosa lascia seriamente perplessi.
[4] Sulla violenza che la Chiesa di Roma ha esercitato per secoli al fine di assoggettare il «mondo» alla sua dottrina e al suo potere temporale, una per tutte, cito la monumentale Kriminalgeschichte des Christentums di Karlheinz Deschner (in dieci volumi, cinque dei quali già tradotti in italiano dalla coraggiosa casa editrice Ariele, col titolo di Storia criminale del cristianesimo), che è uno dei più documentati e organici studi sulla faccia tosta quando era armata.
[5] In questa pretesa – con paradosso solo apparente – il giro di vite fu dato dal Concilio Vaticano I (1870). Mentre la Chiesa andava perdendo quel potere temporale che le aveva sempre assicurato di ribadire la sua pretesa con lo strumento della forza, Pio IX si dichiarava infallibile: qui, come un prisma, la storia scompose la violenza in faccia tosta e vittimismo. Anche qui, una per tutte, cito lo studio che meglio ne dà conto: August Bernhard Hasler, Wie der Papst unfehlbar wurde, R. Piper & Co. Verlag, München 1979 (in ital., Come il papa divenne infallibile, Claudiana Ed., 1982).
[6] Si tratta di un articolo sul numero in uscita de La Civiltà Cattolica, che L’Osservatore Romano ha anticipato in ampli stralci (Se il Papa è scomodo, 2-3.5.2009).
[7] La miglior sintesi sta nell’immagine del pastore e del gregge: per la Chiesa di Roma, il laico è la pecora che si affida al pastore o che almeno non ne contesta il primato, sennò è un laicista.
[8] C’è sempre molta ambiguità in questa lamentela. Qui, sembrerebbe che la Chiesa di Roma soffra molto per certe critiche della poca stampa che se le consente; altrove, parrebbe valere la regola che sia meglio essere criticati che irrilevanti, sicché le critiche della stampa laicista sono inoffensive “pallottole di carta” (Camillo Ruini, Omelia, 15.11.2005).
[9] Sul fatto che l’ingerenza del magistero sia tollerata a singhiozzo, a seconda che le iniziative del Papato siano o no “condivisibili sul piano pratico dal fronte «laico»“, si è collaudato un argomento usato con varia gradazione da chierici e filoclericali (credenti o no). Su questo argomento non sarà inutile soffermarci un istante, prendendo in considerazione proprio ciò che padre Mucci scrive poco oltre: “La gente avverte nelle sue parole [di Benedetto XVI] la presenza dell’esperienza comune quotidiana…”. Bene, se consigliare al suo gregge di rispettare il codice della strada trova consenso di chi rispetta lo stesso codice senza previetà di fede, di fatto il consiglio non è ingerenza: è un luogo comune sul quale si può essere d’accordo no, senza mai dimenticare che un luogo comune non è un riflesso di verità assoluta, ma il risultato di stratificazioni spurie, sedimentate in un consenso che è immanente. Idem per tutto quanto non attenga alla morale come dettato trascendente. Se Pietro dice che la neve è bianca o nera, si può essere o non essere d’accordo, quand’anche sulla neve (bianca o nera) si fossero espresse intere generazioni di teologici e in modo univoco. Essere d’accordo con Pietro, in questo caso, non toglie e non aggiunge nulla alla neve; né Benedetto XVI aggiunge o toglie nulla al codice della strada quando raccomanda di non superare i limiti di velocità.
[10] Ma avrei potuto anche perder meno tempo mandando semplicemente a cagare padre Muccio.



pur travertito con una zazzera bianca ed il naso rosso, l’ autore del post ci ammonisce, svelandocene l’ esistenza, sulla congiura contro madre Chiesa, sorella Religione e Fratello Benedetto
rendiamo grazia a Dio per il Suo impegno emerito
D’accordissimo su tutto!
Io però voglio la Medaglia Miracolosa con la Novena autografata da Malvino.
Adsense di Google è il nuovo Satana
Mi tolgo la papal.., ops, il cappello per cotanto pezzo!
Trovo interessante, Malvino, che lei abbia citato la storiella del clown; e mi chiedo, anch’io, quale sia il nocciolo di quel romanzo, o meglio, cosa abbia voluto rappresentare quel clown: forse, la logica del gratuito amore donazionale, quella logica dell’amore quasi mai corrisposto! Dio, ha sempre avuto interesse nel seguire l’uomo, mentre, viceversa, l’uomo difficilmente lo cerca, lo sottovaluta, e il più delle volte, lo disprezza!
Perché parlare sempre della RELIGIONE come se effettivamente esistesse un \” Fenomeno religioso \” ? Ciò che noi chiamiamo religione non è niente altro che una delle tante articolazioni della plurimillenaria ideologia conservatrice o reazionaria. Se impostata in questo modo,la questione assume tutta una diversa rilevanza e le idee che comunicano i preti si giustificano nella loro evidentissima \” patenza \”… e mi scuso per l\’orribile neologismo…
@ Lucia
La logica del gratuito amore donazionale implica che il dono si debba accettare per forza?
Certo che no! si tratta di un amore a “senso unico”, unilaterale, che può rendere vana ogni possibilità di approccio, non riuscendo a istaurare alcun tipo di rapporto relazionale..