Rubriche

Il casellante

3 maggio 2009

Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.

ALL’ALBA. Stamattina, aprendo il finestrino per il primo automobilista che pagava il pedaggio, ho sentito un profumo ignoto, quasi dimenticato. Stanotte aveva piovuto e così l’aria limpida della mattina mi ha restituito gli odori dei primi alberi in fiore. Sta tornando la primavera e dopo tanti anni di neon ed aria condizionata la torno a sentire. Aspiro forte e chiudo gli occhi per ricordarmi di corse da bambino in campagna quando, finalmente libero da braccia materne, potevo correre tra i fiori. Mi metterei a correre anche ora ma in fondo questa piccola costrizione, questa gabbietta da cui emergo due volte con la mia manina, per prendere i soldi e per dare il resto, può anche bastare.

caselloUN MANAGER. Non sono nato casellante ma ad ambizioni molto più elevate. Un manager mi dicevano, diventerai un ottimo manager. E non si sbagliavano perché quando arrivavo, in una sala riunioni come ad una cena di lavoro, in una aula di conferenze o in uno studio televisivo, gli occhi che si concentravano su di me, sui vestiti impeccabili, sulle scarpe lucidate da poco o sui miei capelli folti, tutti pensavano che io ero un manager con una grande carriera. Vivevo di quei sorrisi, dell’ammirazione di quei sguardi indulgenti, della adrenalina di nuove sfide terribili da affrontare, nella forza di sventolare ideali come bandiere che tutti convincevo a seguire .Ma dietro quella sicurezza c’erano tanti sospiri, c’erano notti in cui preparavo i discorsi che sapevo mimetizzare come spontanei, dubbi sui rischi da prendere, sugli amici da mettere in gioco, sulle strade più articolate che mi permettessero di arrivare allo scopo prefissato. E dietro di me si ingrossava la folla di persone che mi seguivano, di persone che grazie a me trovavano la strada. Poi, un bel giorno, tutta la costruzione crollò senza preavviso.

TRADIMENTO. Un dubbio nuovo, voci presunte e mai provate di responsabilità del mio team nella sconfitta per la commessa più importante degli ultimi cinque anni, per un atteggiamento troppo compiacente verso i concorrenti,  per buste che erano girate e che io non avevo visto o non segnalato.  Mi salvarono. Per i meriti pregressi non mi cacciarono ma smembrarono il team per trasferirli o avviarli alla pensione. Nei loro occhi il dubbio si esprimeva come incredulità, il risentimento come invidia per me che ero rimasto al mio posto. Ma non c’era più alcun posto e così le mie giornate cominciarono ad allungarsi come i miei gesti. Mi alzavo tardi, tardi arrivavo a lavoro e alle riunioni che ben presto si abituarono alla mia assenza. Sembrava che non ci fosse niente più di urgente, inderogabile, in ufficio come a casa: tutto andava avanti anche senza di me, forse anche meglio. Che cosa mi rimaneva a quel punto? Niente. Decisi presto di eliminare anche le convenzioni sociali, stupide ed inutili. Non mi rasai più, non rifeci più mille volte il nodo della cravatta finchè non combaciassero le punte. Buttai le mie cravatte e smisi anche di lavarmi. Non pagai l’affitto e persi l’auto con il lavoro.

UNA NUOVA STRADA - Ma proprio quando mi avvicinavo al baratro acquistai una serenità che non avevo mai avuto. La vita cominciò a scorrere nei grandi spazi che avevo liberato rivelando significati nuovi, più veri. Le poche persone che non mi evitavano mi cominciavano a parlare con gli occhi, i sospiri, la fretta delle mani. E proprio una di queste mi affrontò salvandomi la vita. Era una vecchietta di 90 anni che con gli occhi di fuoco mi disse che potevo fare tutto quello che volevo ma non mi dovevo mai abbassare al di sotto della dignità dell’uomo. Mi intimò di cercare un lavoro ma io le dissi che non avrei potuto più far niente, non avrei più potuto reggere la tensione e le aspettative degli altri. Lei allora me ne suggerì uno in cui avrei trattato tutte le persone allo stesso modo. In due mesi mi ritrovai in questo casello a dare il resto giusto a tutti, indipendentemente dalla loro importanza, ricchezza, forza di carattere. Ora, all’arrivo della primavera, respiro a bocca aperta questa aria benefica. Il lavoro mi rilassa e, a volte, mi diverte guardando le centinaia di persone che recitano su questo palco per pochi secondi.

VELOCISSIMI - Ci sono i velocissimi, quelli che tendono la mano con l’ammontare esatto come se potessero guadagnare in quei pochi secondi le ore perse per ambizioni più grandi delle loro possibilità. Ripartono a razzo appestando tutta l’aria del mio cabinotto.

ASPIRANTI VELOCISSIMI - Poi ci sono gli aspiranti velocissimi, che vorrebbero fare come i primi ma ricordano solo all’ultimo che non hanno gli spiccioli o addirittura il denaro. Allora paiono presi da un ballo di san Vito, morsi da una tarantola, mentre cercano il portafoglio sempre nella tasca di dietro, mentre mandano all’aria il posacenere e tutti i vani portaoggetti dell’auto, inveendo contro il compagno di viaggio perché non li aiuta

INDIFFERENTI -  Ci sono poi gli indifferenti, che ti annullano, non ti guardano nemmeno ma porgono solo una banconota, tipicamente di grosso taglio a cui tu non puoi che replicare con una pila di banconote e spiccioli. A volte mi diverto a restituirgli pile immani di spiccioli in modo da riempirgli quasi del tutto la mano. Allora li vedo trasformarsi in belve, come se tutti i guai dipendessero da quello che poco prima avevano completamente ignorato. Ripartono schiacciando l’acceleratore con la stessa foga con cui schiaccerebbero la mia testa.

DISTRATTI - Ma oltre ai gentili, che ti guardano in viso e ti ringraziano prima di andar via, spingendo piano sull’acceleratore dell’auto come su quello della vita, c’è anche la categoria dei distratti. Sono quelli al cellulare, che pensano a chissà quale amore, che sono impegnati con una discussione importante con il compagno di viaggio oppure attenti ai bimbi sul sedile di dietro. Arrivano alla sbarra frenando come se fosse apparsa in quel momento dal nulla, cercando con una mano una banconota e con l’altra la porgono aspettando il resto; ripartono quasi dimenticando di averla ancora fuori dal finestrino.

5 commenti a Il casellante

  1. Ottima descrizione dettagliata e perfetta di noi guidatori al casello! mi è piaciuta!
    la prima categoria dei “velocissimi” e perchè no “precisini” mi appartiene…anche se non parto a razzo! :)

  2. Lisa72

    Temevo che oggi non ci fosse la storia e invece… bella!… e credibile
    Un saluto, Lisa

  3. Il riscatto. Non sempre è possibile, ma quando accade, è una bella sensazione.

    L’insegnamento è che ci si può sempre rialzare, quando sei sbattuto in basso.

    Bello.

    :-D

    C.

  4. marblestone

    Tante volte, quando mi spaventano le responsabilità, sogno di fare il casellante. Ma anche lì, se non si spegne il cervello c’è la possibilità di conoscere la gente.
    E da lì, dal comprendere gli altri, parte ogni riscossa di se stessi.
    Perchè si può stare senza responsabilità per un po’….ma poi bisogna tornare all’attacco
    Perchè la vita da sempre una seconda o una terza possibilità

  5. karrie

    bella bella….
    la vendetta(anche piccola ma soddisfacente)… il riscatto … le soddisfazioni..
    si ottengono se si vogliono e se si e’ ‘flessibili’ sui modi e sui tempi..

    un abbraccio
    c.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

*

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>