Economia

Troppa politica ammazza le popolari

29 aprile 2009

Democrazia poca, tanta politica e della peggior specie. L’armentario è il solito: voti di scambio, compromessi segreti, lotte tra clan, ipocrisia e retorica per giustificare l’uso arbitrario del denaro della comunità.

Così funzionano le banche popolari italiane. Nulla ti fa dubitare dell’efficacia del meccanismo delle assemblee e delle votazioni democratiche quanto assistere alle riunioni fiume dei soci di questi istituti, con l’aggiunta dei colori e dei sapori da sagra di paese che non migliorano il quadro d’insieme. Domenica scorsa circa seimila persone hanno sfidato il forte vento sotto un tendone a Modena per l’assemblea della Banca popolare dell’Emilia Romagna, sabato prossimo il doppio degli “spettatori” si riunirà a Milano per il rinnovo della CdA della Bpm. Il risultato di Modena era scontato, come nella maggior parte di queste vicende, e l’assemblea è stata la solita passerella di tutti i potentati locali (imprenditori, sindacalisti, cooperative, commercianti) unanimi nel lodare la “scelta di continuità” che ha portato l’ex amministratore delegato Guido Leoni a diventare presidente dopo essersi scelto il successore: l’amico Fabrizio Viola.

CARA VECCHIA PROVINCIA – Tutto secondo copione, la lista di Viola ha conquistato i sei posti in CdA e ha potuto ribadire tutta la litania classica delle popolari (il legame con il territorio, l’attenzione alle Pmi, alla crescita delle persone piuttosto che del profitto). L’edizione 2009 dei discorsi nelle assemblee prevede un’aggiunta: la maggior resistenza alla crisi. L’ultimo ritrovato degli slogan dei “Profumo di periferia” è che le popolari hanno retto meglio perché meno “ingolositi” dalle sofisticazioni della finanza derivata. Sono loro il punto di riferimento affidabile e vicino per risparmiatori ed imprese. Poco importa che dopo aver dato meno utili delle banche normali per anni, le popolari stanno anch’esse ricorrendo ad aumenti di capitali e ai Tremonti Bond per puntellare patrimoni venduti come “più sicuri” delle concorrenti commerciali. Basterebbe questo a rendere discutibile l’affermazione che il modello cooperativo è vincente in tempi di crisi. Val la pena aggiungere che proprio il sistema delle popolari sta gestendo, tra mille difficoltà, il crack di banca Italease, la più grande storia di speculazione degli ultimi anni. Bper ci ha già rimesso, tra svalutazioni e ricapitalizzazioni, 250 milioni di euro, altri fondi saranno necessari visto che la bad company di cui è diventata azionista con gli altri istituti (Banco popolare, Bpm, Popolare di Sondrio) nasce con 5 miliardi di crediti di dubbia riscossione. Non è stata l’unica avventura malriuscita della gestione Viola: l’acquisto della banca d’affari Meliorbanca non annuncia ritorni positivi a breve: a metà del piano di ristrutturazione il rosso già segna 60 milioni di euro con prospettive di mercato non sono certo esaltanti. Nulla di tutto questo è bastato a far dubitare i soci, come non c’è riuscito il crollo dell’utile 2008 del 55% e un conseguente taglio del dividendo da 48 centesimi a 18. L’ovvia considerazione è che la rielezione dei CdA non si gioca sui risultati di bilancio o sulle prospettive di crescita (le fusioni tra popolari si concludono solo se una deve essere salvata dal fallimento), ma sui vantaggi che il controllo del denaro locale dà ad alcune categorie. Questo spiega perché i soci sono disposti a sopportare costi del lavoro più alti, rendimenti sul capitale pari a metà di quelli degli istituti normali. Il vero carattere “sociale e cooperativo” delle banche popolari sta nella minor importanza del profitto rispetto alla redistribuzione del denaro raccolto. Scelta legittima, a patto di non essere troppo schizzinosi sui criteri della redistribuzione. La particolarità del voto capitario è funzionale a questo meccanismo visto che evita che il socio di maggioranza, cioè quello che rischia la maggior quantità di capitale, possa decidere come gestire la banca, al tempo stesso la selezione del management favorisce i “politici“, quelli capaci di coagulare e servire più interessi trasformandoli in voti.

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