Ciao, Dikembe
28/04/2009 - UN CAMPIONE PER CASO – Dikembe Mutombo Mpolondo Mukamba Jean Jacque Wamutombo. Questo il suo nome per intero: una volta, un presentatore sportivo provò a stampare su una t-shirt tutti i nomi del giocatore, ma fu da quest’ultimo bonariamente rimproverato
UN CAMPIONE PER CASO – Dikembe Mutombo Mpolondo Mukamba Jean Jacque Wamutombo. Questo il suo nome per intero: una volta, un presentatore sportivo provò a stampare su una t-shirt tutti i nomi del giocatore, ma fu da quest’ultimo bonariamente rimproverato per essersene dimenticato uno, cosa che suscitò l’ilarità del pubblico. Nato a Kinshasa, capitale della
Repubblica Democratica del Congo, il 25 giugno del 1966 (sebbene la sua effettiva data di nascita rappresenti una questione assai dibattuta e mai del tutto risolta), dopo aver frequentato la scuola dell’Esercito della Salvezza, decise di sfruttare la borsa di studio offertagli dalla USAID (United States Agency for International Development, organizzazione umanitaria sponsorizzata dal governo americano) e si trasferì a Washington per studiare all’Università di Georgetown. Il basket non rientrava nei suoi progetti: Dikembe andava negli Usa per diventare medico, per perseguire il nobile obiettivo di tornare nel suo Paese di origine devastato dalle guerre civili e aiutare chi si trovava in difficoltà. John Thompson, storico coach dei Georgetown Hoyas, aveva tuttavia altri piani e, trovatosi di fronte a un giovane di 2 metri e 18 centimetri che quasi non spiccicava neppure una parola di inglese, sfruttò la ghiotta opportunità, reclutandolo per il proprio team. Ottimo pivot come per tradizione di Georgetown (università di Patrick Ewing, oltre che del già citato Alonzo Mourning), dal sicuro futuro tra i professionisti, Mutombo, pur trovandosi costretto a modificare i propri obiettivi, continuò a mantenere un vivo interesse al di fuori delle palestre e dei campi di gioco, lavorando da stagista estivo per il Congresso degli Stati Uniti e per la Banca Mondiale, conseguendo un “Bachelor of Arts” nel 1991 in lingue e diplomazia.
PALMARèS - Lo stesso anno, fu quarta chiamata assoluta del Draft NBA, scelto dai Denver Nuggets. Fin dai primi mesi con la maglia dei Nuggets, si dimostrò uno dei migliori difensori e stoppatori di tutta la lega, guadagnando la convocazione per l’All Star Game già nella stagione da matricola. Il suo impatto sulla franchigia del Colorado fu notevole e, nel suo terzo anno di attività, fu protagonista di uno degli “upset” (vittoria a sorpresa della squadra sfavorita) della storia recente dello sport americano, eliminando al primo turno dei Playoff i favoriti Seattle SuperSonics. Grazie alle 31 stoppate effettuate nella serie dal congolese (all’epoca soprannominato “The Fear from Zaire”, “La Paura dallo Zaire”, nomignolo decaduto con il cambio di nome dello Stato africano), Denver divenne la prima squadra della storia a superare il primo turno dopo essersi qualificata in ottava posizione: la commovente immagine di Dikembe Mutombo intento a celebrare la vittoria sdraiato per terra e abbracciato al pallone entrò immediatamente nell’album dei ricordi di ogni seguace della pallacanestro a stelle e strisce, inserita di diritto dai vertici NBA nella selezione ufficiale dei “60 migliori momenti dei Playoff“. L’anno successivo, fu nominato Difensore dell’Anno, onorificenza conseguita altre due volte con la maglia degli Atlanta Hawks, formazione che lo ingaggiò nel 1995. In Georgia, grazie alla maggiore attenzione mediatica rispetto a quella delle Montagne Rocciose, la popolarità di Mutombo crebbe considerevolmente, trasformando in vero e proprio marchio di fabbrica il gesto in cui si esibiva dopo ogni tiro stoppato, l’agitare del dito indice verso l’avversario, sinonimo di “Not in my house” (cosa poi, con una decisione alquanto discutibile, proibita dalla lega in quanto considerata “provocazione” antisportiva, con la clausola di poter continuare a dire “no” con il dito, ma solo verso il pubblico). Per cinque anni titolare inamovibile degli Hawks, fu ceduto nel 2001 ai Philadelphia 76ers, dove vinse ancora una volta il premio di Difensore dell’Anno, contribuendo a portare la squadra, guidata da un funambolico Allen Iverson, alle Finali NBA (poi perse 4-1 contro i Lakers di Shaquille O’Neal e Kobe Bryant). Dopo un solo anno, i Sixers lo inviarono ai New Jersey Nets, dove giocò solo 24 partite in stagione regolare a causa di un infortunio: nemmeno il tempo di ambientarsi, che fu costretto ad attraversare l’Hudson River, approdando ai New York Knicks. Nella disastrata squadra della Grande Mela offrì i servigi per poco tempo, e il suo lungo girovagare si concluse con il trasferimento in Texas, dove avrebbe fatto da riserva al cinese Yao Ming negli Houston Rockets. In 18 anni sui campi della NBA, pur non avendo mai conquistato un anello di campione, Dikembe Mutombo è stato nominato 4 volte Defensive Player of the Year (1995, 1997, 1998, 2001), è stato convocato 8 volte per l’All Star Game, è stato inserito nell’All-Rookie First Team, 3 volte nei quintetti All-NBA, sei volte negli All-Defensive. Nel 2008, ha superato Kareem Abdul-Jabbar per stoppate totali in carriera, piazzandosi al secondo posto nella storia, dietro al solo Hakeem Olajuwon.
PER IL SOCIALE – Alle impressionanti statistiche che hanno illuminato la sua lunga carriera, Mutombo ha sempre affiancato una inesauribile dedizione per la beneficenza, l’impegno sociale e gli aiuti umanitari. Nel 1996, in occasione delle Olimpiadi di Atlanta, pagò personalmente le uniformi e tutte le spese della squadra femminile di basket dello Zaire. Nel 1997 fondò la Dikembe
Mutombo Foundation, al fine di migliorare le condizioni di vita della popolazione del suo Paese. Ambasciatore delle Nazioni Unite, più volte al fianco di personalità quali Bono nella lotta alla povertà e all’AIDS, nel 1999 fu scelto tra i venti vincitori del prestigioso “President’s Service Award“, massima onorificenza statunitense per il volontariato, mentre nel 2001 la NBA gli conferì il suo “Humanitarian Award“. Nel 2004 prese parte al programma NBA “Basketball Without Borders“, per il quale alcuni cestisti si impegnarono in un tour umanitario in Africa. Nello stesso anno, partirono i lavori per la costruzione del suo sogno, un progetto iniziato dalla sua fondazione già nel 1997: a Kinshasa, sua città natale, fu eretto l’ospedale “Biamba Marie Mutombo”, una struttura da 29 milioni di dollari, così chiamata in onore di sua madre, capace di ospitare fino a 300 persone. Il più moderno ospedale costruito in quell’area negli ultimi quarant’anni, realizzato grazie alle offerte raccolte dalla fondazione, ma soprattutto grazie alle donazioni personali dello stesso Mutombo, circa 19 milioni di dollari provenienti dalle sue tasche. Nella settimana prima dell’infortunio, gli è stato consegnato il “J. Walter Kennedy Citizenship Award“, presentato annualmente dalla Professional Basketball Writers Association, per i traguardi raggiunti nel campo umanitario e per il suo continuo impegno che prevede interventi nel combattere la malaria. Dall’istituzione del premio (1975) a oggi, Mutombo è l’unico individuo ad averlo vinto due volte. Nel 2007, fu invitato da George W. Bush - il primo cittadino americano che, dati alla mano, più ha fatto per l’Africa – a presenziare al consueto discorso sullo Stato dell’Unione. E il comandante in capo lo salutò, nel corso dell’evento, con parole di apprezzamento per il suo operato, che ben sintetizzano la parabola dell’invidiabile carriera di uno straordinario uomo, atleta, filantropo: “Dikembe Mutombo crebbe in Africa, nel mezzo di grande povertà e malattia. Arrivò alla Georgetown University con una borsa di studio per studiare medicina – ma coach John Thompson diede un’occhiata a Dikembe e ebbe un’altra idea. Dikembe è diventato una star nella NBA, e un cittadino degli Stati Uniti. Ma non si è dimenticato mai la sua terra natale, o il compito di condividere le sue fortune con gli altri. Ha costruito un nuovo ospedale nella sua vecchia città. Un amico ha detto di questo uomo dal cuore grande: ‘Mutombo crede che Dio gli abbia dato l’opportunità di fare grandi cose’. E noi siamo orgogliosi di chiamare questo figlio del Congo un cittadino degli Stati Uniti d’America”.












