Dalla Giornata della Vittoria al 25 aprile, passando per la Marcia su Roma. Piccolo breviario sul senso, posto che ve ne sia uno, dei festeggiamenti dei miti fondanti.
Fino a non molti anni fa si celebrava la festa del 4 Novembre, Giornata della Vittoria e delle Forze Armate. Non avendo le stimmate della perfetta santità democratica, cadde subito
vittima sul fronte della razionalizzazione del calendario lavorativo, un po’ troppo lassista, dei fannulloni dell’epoca pre-brunettiana. E in fondo, dove fu la Vittoria? Più che porgere la sua chioma all’Italia, fu essa a fare lo scalpo allo Stivale. Nell’Italia fatta col regolo dei laici tutti d’un pezzo, dei pianificatori centralisti, di destra quasi sempre, di sinistra sempre, perfino i liberali col culto della Patria, nel clima aggressivamente positivista dei primi anni del ‘900, videro nella prima guerra mondiale l’occasione di portare a compimento il Risorgimento, geograficamente e antropologicamente, mirando a impadronirsi delle spoglie subalpine del traballante Impero Austro-Ungarico senza aspettarne la naturale decomposizione, e a fondere definitivamente le genti italiche, ora uniformate dalla divisa, nel “crogiolo” della guerra.
ALFA – Giolitti aveva avuto ben chiari i limiti dell’ancora fragile costruzione italiana, e solo nel 1911 si era deciso a calmare gli appetiti del crescente nazionalismo, sempre sintomo di un cattivo metabolismo interno che cerca sfogo all’esterno, con l’impresa
semidomestica della conquista della Cirenaica e della Tripolitania. Ma non bastò. E nel 1915 si andò in guerra. Nessuno, in Europa come in Italia, previde l’immane macello. Un paese non provato dalle scosse telluriche della guerra e del dopoguerra forse avrebbe resistito meglio alle patologie del novecento. Subito dopo l’immortale vittoria, infatti, invece del vaticinato parto della razza italiana ci fu il collasso. E’ un vecchio e ostinato mito – un infido costruttivismo di ordine politico, per così dire – mettere a fondamento non tanto del sentimento quanto della coesione nazionale guerre di “liberazione” o di difesa dallo straniero. Cosicché a volte le si cerca, a guisa di grandioso esperimento di laboratorio su materiale umano, nel tentativo artificioso di accelerarne lo sviluppo. Oppure si spiega la gracilità di quest’ultimo, retro prospettivamente, proprio con la mancanza di tali prove del fuoco.
L’INCOMPIUTA – Ma l’idea astratta e perciò fuorviante dell’incompiutezza del Risorgimento ha fatto vittime illustri anche su altri versanti ideologici, ed è il segno di una forma mentis che come una malattia endemica non è mai del tutto scomparsa dalla penisola. Che Gramsci considerasse il Risorgimento una “rivoluzione incompiuta“, in quanto le masse popolari vi figurarono solo come soggetti passivi, non vi ricorda qualcosa? Non vi ricorda qualcosa legato a doppio filo alla retorica bolsa del 25 Aprile? Non vi ricorda i miti brigatisti della “resistenza tradita“? E quelli neogiacobini della democrazia non ancora “compiuta” della sinistra legalitaria dei giorni nostri, quella lugubre e saputa del gran sacerdote Zagrebelsky ad esempio? Che la figura di Giolitti, che ci governava un secolo fa, non sia ancora riuscita a togliersi di dosso la nomea di “ministro della malavita“, a causa della celebre definizione di Gaetano Salvemini, non è un significativo esempio, proprio
perché non volgare, del radicalismo apocalittico di quella stessa sinistra laica e socialista dal cui corpaccione ottocentesco subito dopo la guerra, nell’avvitarsi della crisi, fuoriuscirono il Partito Fascista e a quello Comunista, e le cui pulsioni demonizzanti ancor oggi non hanno trovato perfettamente pace?
MITI FONDANTI – Nella sua “Storia d’Italia dal Risorgimento ai nostri giorni” Sergio Romano nota, dolendosene, che “né i cattolici né i comunisti” – cioè di gran lunga le due maggiori formazioni politiche degli anni del dopoguerra e dell’era repubblicana – “condividevano i principi ispiratori dello stato unitario”. Ma ciò forse non era dovuto al fatto che anche per l’illuminato liberalismo ottocentesco da grandi proprietari terrieri, che egli sembra rimpiangere e che indubbiamente ebbe i suoi meriti, il popolo rimaneva pur sempre una manovalanza anonima che alle élites spettava guidare, educare, alla bisogna bastonare, non dissimilmente da quanto avrebbero potuto fare i comitati centrali dei demagoghi socialisti o i gran consigli di quelli nazionalisti? I lunghi decenni del potere democristiano non sono stati un’usurpazione clericale del potere
civile: hanno chiuso una ferita più con la storia di un popolo che con la Chiesa Cattolica; ma hanno anche tolto ogni illusione sulla praticabilità e sull’opportunità di un “partito dei cattolici“. Dall’altra parte, rimasto sfortunatamente in canna il colpo della rivoluzione, i comunisti dovettero acconciarsi all’italianità e lo fecero furbescamente a loro modo, impadronendosene. Trovarono al paese una nuova data di nascita: il 25 aprile 1945. Come dal giorno della Marcia su Roma 23 anni prima partì l’Anno I dell’era fascista, dal giorno della “liberazione” partì idealmente l’Anno I della democrazia, di cui si autonominarono guardiani e garanti, e costruirono il mito fondante della Resistenza con un corredo mirabolante di balle spaziali. Trasformare il disastro di una guerra persa e strapersa in una mezza vittoria; trasformare un’attività di guerriglia militarmente ininfluente per gli esiti della Liberazione, per di più condotta in buona parte da una banda di rivoluzionari pronta a mettere in riga il paese con ancor più fanatismo dei manganellatori del ‘22, per di più composta questa banda da una truppa numerosa di voltagabbana dell’ultima ora; per di più presente questa truppa numerosa di voltagabbana soprattutto in quelle roccaforti nere che nel giro di una notte si mutarono nelle roccaforti rosse del dopoguerra e
cominciarono subito a rompere i marroni con l’antifascismo con lo stesso zelo esibito nell’epoca fascista; trasformare tutto questo nella sollevazione morale di un popolo che assisteva passivo è un gioco di prestigio da pagliacci più che da bari di professione.
OMEGA – Non fu solo Mussolini a voler “fare” gli italiani; nel loro piccolo tutte le ideologie politiche cercarono di imporre al paese un modello dell’italiano comme il faut creato a propria immagine e somiglianza. L’ebete devoto della Resistenza e della Costituzione – la Bibbia Laica di qualche serioso e involontario umorista – ne è solo l’ultima versione. Rompere l’incantesimo dei diversi settarismi via via spacciatisi per esempi di ortodosso civismo è l’impresa riuscita allo statista… Silvio Berlusconi. La storia renderà merito allo psiconano, al caimano e anche allo spelacchiato aspirante sciupafemmine con la bandana, ci si metta il cuore in pace. E finalmente agli italiani sarà concesso di “farsi” a modo loro, senza che qualche maestrino del kaiser di religione laico-repubblicana si senta in dovere di indicare loro la via, la verità e la vita.






















non sono d’accordo con quasi nulla, ma mi corre l’obbligo di sottolineare che Zamarion è una delle migliori penne, stilisticamente e contenutisticamente, che sia passata dalle parti di Giornalettismo. Presenti inclusi, tié.
“Non fu solo Mussolini a voler “fare” gli italiani; nel loro piccolo tutte le ideologie politiche cercarono di imporre al paese un modello dell’italiano comme il faut creato a propria immagine e somiglianza.”
Zamax, in che senso il Duce voleva “fare” gli italiani? me lo spieghi!
Scopo del duce, è stato il meccanismo di integrazione coatta dei ceti operai e proletari nel proprio partito!
è vero, Mussolini ha inquadrato i cittadini, li ha orientati, ma ne ha sgretolato anche i tanti dissensi, privando quella povera gente della libertà per affermare i suoi valori! valori, quali: rispetto, solo rispetto della gerarchia, della religione e purtroppo della PURA RAZZA!!
…e per me il Berlusca è il prototipo, anche se si muove con una certa finezza, del duce!
Complimenti, articolo sagace e colto!
Se posso permettermi, manca solo un accenno a come il nucleo centrale del Risorgimento sia stato la guerra d’annessione di un ricco e generoso Regno plurisecolare (le Due Sicilie) e l’imprigionamento del Papa Re nel fazzoletto di terra del colle Vaticano, a vantaggio degli staterelli del Nord che avevano bisogno di “liberarsi” e di “risorgere” dopo oltre tre secoli di declino.
Sarebbe davvero utile, in questo momento di crisi globale, che gli italiani si chiedessero: ma che cos’è che fa di noi una Nazione?
Sarebbe necessario e rincuorante che trovassimo finalmente una risposta convincente.
OHHHH finalmente c’è qualcuno che lo dice a voce alta che di “dogmi laici” ce ne sono fin troppi, e ci sono fin troppi “fedeli”.
@ Gregorj
Lo stile ubbidisce alla mia natura che in fondo è artistica ed estrosa e che deve godere o divertirsi di quello che fa.
@ Lucia
Ma lo ha spiegato lei cosa intendevo con “fare” gli italiani! E’ un “fare” in senso negativo, ossia ridurre gli italiani ad una sola dimensione, a delle macchiette ubbidienti al verbo della “italianità” di turno, di destra, di sinistra, o nazional-liberale-ottocentesca.
@ Wousfan
Ero certo che qualche “borbonico” sarebbe spuntato a darmi una pacca amichevole sulle spalle
Però non sia troppo entusiasta. Al saccheggio del meridione ricco, generoso, progredito ecc. ecc. non credo, o almeno non credo che stia alla base dello sviluppo del nord. Che al Sud sia stata fatta violenza è indubbio, però. Per come è avvenuta la “conquista” del Meridione è stata quasi solo l’ultima delle dominazioni “straniere” che si sono avvicendate laggiù (io parlo da quassù) dai tempi dei Bizantini e degli Arabi. Il “brigantismo”, la “mafia”, la “camorra” in un certo senso sono delle forme patologiche, estreme, di una cultura che si rannicchia in se stessa, si nasconde, di fronte alla brutale secolarizzazione dello stato “civilizzatore”, che nell’ottocento anche quando si chiamava liberale aveva una carica totalitaria giacobina. E’ sempre il solito scontro tra Zivilisation e Kultur. La democrazia, la “civiltà”, quando viene esportata ha una sua carica universalista che se non trova un corpo saldo tende a schiacciare inesorabilmente ogni cultura indigena. In certi casi il “costume” diventa ipso facto “fuori legge”. Di qui alla trasformazione di queste subculture in vera e propria criminalità non manca che un passo.
Anche il Veneto ha subito questa violenza. Si può dire dal 1866 alla fine della seconda guerra mondiale l’Italia è stata più matrigna che madre per i veneti. I numeri dell’emigrazione non sono secondi neanche a quelli del meridione. Ma il Veneto aveva un’altra storia, e non mi riferisco solo a quel mezzo secolo di dominazione austriaca; ma anche alla storia quasi millenaria della repubblica di Venezia, che aveva dato nel corso di lunghi secoli ai suoi abitanti un fondo naturale di autostima e senso civico, cosa assai difficile quando si passa di dominazione in dominazione. I Meridionali a volte sembrano o si atteggiano – e vengono pure considerati – dei SuperItaliani; ma in realtà nell’animo del meridionale vi è un fondo d’amarezza per averla più subita, che conquistata, quest’italianità. Un sentimento che uccide anche l’ambizione.
@ Maria Teresa
Per fortuna qualcuno che lo dice.
(ricchiutismo, direi: ormai ha fatto scuola)
Bene, ora che il grande statista di Arcore ci ha liberato da tutti i settarismi (salvo magari quello suo contro chiunque non sia acquisibile al suo schieramento, ma non voglio sottilizzare) e ci ha restituito la libertà di farci a modo nostro, sarà il caso che decidiamo qual è il modo nostro e quando l’abbiamo deciso incarichiamo qualcun altro di guidare tale progetto.
@ Grano
Sbagliato. Il nostro modo – di noi tutti – non c’è. Il nostro progetto – di noi tutti – non c’è. I modi e i progetti sono fatti per le ideologie. E’ lo stesso equivoco che si ripropone con la costruzione europea: prima lasciamo che si faccia da sola, poi – quando avrà acquisito una sua fisionomia riconoscibile – penseremo alla sua forma istituzionale.
Berlusconi, per quanto non vi piaccia, non è il leader di una “fazione” che vuole informare di sé l’Italia tutta. Oramai a questo non crede più nessuno.
Buono, buono, Zamax… e dire che per una volta avevo cercato di seguire il discorso.
Mettiamola così:
1) Ok, riconosco che Berlusconi non si propone di egemonizzare ideologicamente TUTTI gli italiani: non ha ideologie da proporre (bene!) e a lui comunque basta la share del 51%
2) Resto convinto del fatto che, per mantenere e rafforzare la sua egemonia politica sull’Italia, usa strumentalmente una leva settaria (l’anticomunismo o antisinistrismo), che mantiene evidentemente una sua certa qual efficacia. Non vuole essere il leader di una fazione ideologica con propositi totalizzanti, ma che tenda in genere ad esasperare il confronto di fazione politica (noi contro loro, la scelta di campo etc.) mi pare evidente ed è proprio quello che forse piace al coté fazioso di molti italiani
3) Concordo sul fatto che un modo di noi tutti (ipotesi totalitaristica) non ci sia, ma un qualche cavolo di sintesi maggioritaria sull’evoluzione che vorremmo per l’Italia (il “farci a modo nostro”, che implica una costruzione e non solo una deriva) bisognerà pure raggiungerla, o vogliamo andare avanti a lume di naso come mi pare si stia facendo dal 2000 in qua (governo Prodi compreso)?
4) Idem per l’Europa. A me pare che molti dei problemi attuali dell’Ue derivino proprio dal fatto che ci accontentiamo che esista e pensiamo che (come dici tu) “si faccia da sola”, che vada avanti da sola, che acquisisca da sola una fisionomia riconoscibile, come se uno straccio di ipotesi di direzione non servisse, nella vita delle persone, delle società e delle istituzioni (perfino gli industriali delle province di Treviso e di Vicenza, terre di forte spontaneismo, cercano di darsi degli indirizzi di riferimento a livello associativo)
Ma sai quel che mi da più fastidio del cd. “anniversario della liberazione”? Che hanno avuto l’ardire di sovrapporlo a San Marco! Un motivo in più per cui noi veneti dovremmo essere incazzati con chi cerca di imporci il proprio “modello dell’italiano comme il faut”.
“conquista” del Meridione è stata quasi solo l’ultima delle dominazioni “straniere” che si sono avvicendate laggiù (io parlo da quassù) dai tempi dei Bizantini”
questo è un graooso errore
vero che eserciti stranieri ci conquistavano, ma i conquistatori recuperavano poi una propria individualità e non restavano soggetti alle nazioni europee di provenienza
e questo vale per i Longobardi (da cui discendo)
per fli angioini, gli aragonesi (a fasi alterne), gli spagnoli, gli austriaci, gli svevi che preferirono risiedere a Napoli piuttosto che governare in loco la Germania, gli stessi bizantini, che, solo di nome occupavano le terre delle repubbliche marinare di Amalfi, di Napoli ecc
i nostri governanti erano spesso frutto di tali frittate e compromessi che alla fine cone sempre capita, nessuno comandava su di loro
se così non fosse stato, col piffero i piemontesi avrebbero occupato il sud, england or not england
il grave errore di alcuni meridionali è solamente di voler piangere su un passato esaltante per autocommiserazione e per vantare vantaggi ormai irrecuperabili
la mia opinione invece è che la chiarezza sul ns passato sia essenziale per recuperare l’ orgoglio di appartenere ad una realtà un tempo fastosa
deve essere unicamente uno spunto, un aiuto per farsi coraggio e per ricostruire il perduto, il maltolto, quello che solo noi del Sud possiamo conquistare con le ns uniche forze, senza attenderci regali da nessuno
e saremo noi a combattere contro mafia e camorra
e saremo noi a aconfiggerle
torneremo ad essere una Nazione tra le nazioni
mafia e camorra dei pezzenti sorsero per la difficoltà degli stranieri a controllare il popolo locale
gli indigeni
e dagli stranieri continuano ad essere foraggiate
ma da noi “indigeni” sanno che non avranno aiuti, non avranno tregua
il Sud per essere degno di far parte degli stati civilizzati dovrà annientare i nemici, rifondare l’ economia e certo non lo farà con una camorra o mafia dominante
le mafie dei pezzenti non consentiranno mai agli uom,ini del Sud di recuperare Storia, Dignità e Tradizioni
la mafia dei pezzenti è succube, alleata o sottomessa alle mafie del potere politico ed economico
viva il Sud Stato tra gli Stati
ma si dai basta con questi miti fondativi inutili e peggio dannosi. La verità del darwinismo economico-sociale berlusconiano ci ha finalmente aperto gli occhi mostrandoci questi mostri per ciò che sono: simulacri vuoti utilizzati per creare false identità storiche ed ideologiche da usare a proprio piacimento.
Ma la liberazione è solo il primo passo! Vogliamo mettere il natale? Trovatemi una celebrazione identitaria più fasulla, ipocrita e pericolosa! Con tutti i suoi babbo natali e “siamo tutti più buoni oh! oh! oh!”ed i suoi palesi falsi storici (come ci ha saggiamente insegnato il notissimo storico sergio romano nel suo “dall’annunciazione alla vittoria dello scudetto della roma del 1983 for dummies”).
E perchè la pasqua? Con la favola fuoriviante della resurrezione dall’uovo di cioccolata? E il carnevale? la sagra dei desideri frustrati! Siate per un giorno ciò che questa società vi nega di essere in una vita intera! Oh! Oh! Oh! (a no quello era babbo cocacolanatale).
Finalmente saremo “fatti” (o meglio forgiati?) dalle verità storiche e inconfutabili del grande fratello (con il contributo dell’analisi del celebre sergio romano detto ormai “lo storicissimo”). Ma soprattutto il maschio italico sarà finalmente forgiato non dall’edipico mito della mamma ma dalla concreta realtà storica di un bel paio di tettone siliconate candidate in parlamento. Vuoi mettere la differenza?
jo elinassi la dimmeneca e lu sabbate
accussì terminasse lu mito della trumbata del venerdi, del sabbato e della mezzatrumbata la dimmeneca (per rispetto)
@ Grano
Questo Grano è un ossetto duro, uno che non s’incazza, e che non smuovi tanto facilmente. Uhm..
Io direi che l’anticomunismo di Berlusconi, al di là delle rodomontate da campagna elettorale, non ha mai fatto paura a nessuno. Nessuno vi ha mai scorto qualcosa che promettesse “punizioni”. Ma se invece si guarda a molta sinistra, per non parlare dell’IDV e all’estrema sinistra, in quella fissazione di avocare a sé la democrazia e la legalità, si scorgono delle pulsioni giustizialiste o giacobine non ancora risolte. Inoltre, la “demonizzazione” di Berlusconi, per chi non se lo ricorda, non è una novità nella vita politica italiana, tutt’altro: segue quella dei democristiani al tempo della legge “truffa” di De Gasperi, segue quella dei democristiani “golpisti” e “stragisti di stato” negli ‘60 e ‘70, segue quella di Craxi negli anni ‘80. Non erano semplici “avversari politici”. Da questo radicalismo la sinistra ha sempre fatto una gran fatica ad uscire. Per questo nel mio blog all’indomani delle elezioni ho scritto che era finito il dopoguerra. Perché con la vittoria “definitiva” di Berlusconi erano finiti per sempre quei sogni di “palingenesi” pararivoluzionaria (perfino quel comico “la serietà al governo” di Prodi obbediva a questo istinto profondo) che hanno sempre intorbidato e accecato la sinistra. Giudico la vittoria di Berlusconi necessaria alla pacificazione del paese.E mi sembra che giorno dopo giorno, un passo alla volta, i fatti mi diano ragione; basta guardare i titoli dei giornali di oggi. Certo oggi Berlusconi è forte, ma non è il dittatore che perdona graziosamente i vinti per irreggimentarli dolcemente, siamo seri. Oggi la sua forza dipende anche dalla debolezza di una sinistra che dal Partito Comunista in un battibaleno è passata al Partito Democratico, una cosa che non sta né in cielo né in terra, che non può attrarre il popolo di sinistra e che si spiega con la riluttanza a confrontarsi con la dolorosa questione socialista. La sinistra – nel nostro paese, concretamente, ora – non può essere il PD né può essere una semplice somma di formazioni politiche come la disunita Unione di Prodi. Può essere riunita solo in un partito schiettamente socialdemocratico. Tappatevi le orecchie, ma sappiate che prima o dopo sarà la stessa sinistra e riabilitare Craxi.
Per il resto, l’Italia c’è, con la sua vecchiotta Costituzione, con le sue leggi: l’Italia c’è, quale che sia il suo futuro più o meno federalista. Non credo al potere dell’ingegneria costituzionale. Tocqueville metteva in guardia dal fideismo nei sistemi, nelle leggi, nelle costituzioni, senza le necessarie fondamenta dei “costumi”, intesi come il lungo tirocinio della pratica concreta delle libertà civili. Il paese più coeso è anche quello più libero. E niente è più nemico della libertà che le paure e le sfiducie reciproche. Contrariamente a molti, io penso che in Italia stia maturando un sentimento nazionale più maturo.
Quanto all’Europa, proprio noi italiani, che soffriamo ancora del modo in cui è stata fatta l’Unità (in parte inevitabilmente, certo), dovremmo essere i primi a batterci per un sano pragmatismo. La comunità degli interessi e la già preesistente vicinanza culturale tra i vari paesi col tempo potra trasformarsi in qualcosa di più preciso e strutturato, che potrà solo allora riflettere qualcosa di reale.
“con ancor più fanatismo” è gratuita, a mio modo di vedere. Non sono uno storico, ma a livello concettuale non ci vedo nulla di strano nella mitizzazione del passato per generare senso di unità al paese.
Da Roma in poi è sempre stato così, non prendiamoci in giro.
Ad ogni modo non capisco perchè non sarebbe meglio avere una qualche ortodossia civica (purchè elastica a sufficienza da garantire le libertà civili, ovvio), magari non coercitiva ma a livello puramente indicativo.
Non è una critica: semplicemente non capisco su quale base si reputi questa scomparsa (dovuta, lei sostiene, all’opera di Berlusconi) un fattore positivo.
@ Ugo
Non ne ho accennato; mi sembrava esageratamente patriottico, qui, dove oltre all’italiano, si pratica soprattutto il romanesco. Insomma, non volevo provocarli.
Forsa S. Marco!
@ Juppes
Aggie capite:
“Magna Graecia capta ferum victorem cepit”
‘O Sud conquishtate, conquishtò ‘o feroce vincitore”
Chiedo venia, e già m’arrendo!
@ Danmunty
Mitizzazione del passato, ortodossia civica ecc.ecc. Che sia così da Roma o da Atene o da Babilonia, non ci piove.
Ma voglio dire: est modus in rebus.
allora perfettamente d’accordo. Resta da intendersi su quale sia il modus corretto, o perlomeno quello più utile. Una certa enfasi sulla resistenza, in un Popolo che in realtà non si è (quasi) mai sentito tale, non è uno strumento così irragionevole, almeno a mio avviso.
Complimenti ad ogni modo per l’articolo, davvero notevole
Una cosa su cui ho meditato a lungo in passato, è che l’Italia, il Paese dei Comuni, delle Signorie, degli Stati regionali, in definitiva del campanile, non può avere un’identità “monolitica”, sul modello della Francia, ad esempio. Ci vuole qualcosa di diverso, e, per forza, differenziato. Una cosa sola non andrà mai bene a tutti.
Eh si!liberiamoci di qualsiasi tipoo di ideologia che possa farci sentire una nazione unita,buttiamo nel dimenticatoio il sangue di tutti quei poveri imbecilli che per due secoli si sono fatti ammazzare per fare di tutte queste regioni satelliti uno stato,abbandoniamoci alla secessione ed al più perverso dei relativismi.Tanto c’è zio Silvio ad illuminarci,lui ci mostrerà la via verso le libertà individuali che faranno di noi un popolo a modo nostro e non calato dall’alto dai vari interpreti della demagogia del momento.Però a pensarci bene,mi sorge un dubbio,non sarà che il Berlusca dai tempi di Telemilano 58 a Mediset Premium ha provveduto con molta sagacia a FARSI l’Italia a modo suo.Io non sono pratica di psichiatria, ma credo che il processo di inculturazione televisiva messo in atto da Berlusconi si avvicini molto al lavaggio del cervello, per non dire alla lobotomia,visto che dopo essere stati formattati a dovere le menti degli italiani vengono riprogrammate a dovere affinchè il loro equivalente del sogno americano sia un’omologazione elevata ad infinito.Sarà che non ci ho capito niente,ma mi tengo il 25 Aprile,i miei ideali,mi tengo lontana dalla fabbrica dell’uomo con la bandana e il sorriso smagliante,per il resto ognuno faccia quel che crede,se ancora riesce ad avere una sua credenza personale.
Eh, sì, scrive proprio bene, Zamax, e cambia discorso con molto stile (che invidia!).
[...] [pubblicato su Giornalettismo.com] [...]
(Mi sono imbattuto per caso in questo vecchio articolo che avevo commentato, e ho notato che l’autore mi ha risposto)
Caro Zamax, la ringrazio di chiamarmi borbonico (tolga pure le virgolette: è una definizione di cui vado fiero). Mi sembra però che quello troppo entusiasta sia lei: la mia amichevole pacca sulla spalla conteneva infatti dei ben precisi distinguo che permangono.
Se non è convinto che il Centronord (con l’esclusione del Nordest) è “risorgimentato” appoggiandosi sulle spalle del Sud… beh, non mi rimane che invitarla ad approfondire ancora la sua ricerca sulle fonti storiche. Sono certo che non farà suo un recente invito di Angelo Panebianco (per citarne uno a caso tra i vari sacerdoti di quest’Italia massonica) a fregarsene di chi si impunta sul valore dell’onestà intellettuale, riducendo sostanzialmente il compito dello storico – ed in particolare del risorgimentalista – a quello di arbitrario soppesatore di fatti, con un vero capolavoro di ipocrisia e antiscientificità.
Mi spiace però soprattutto che lasci cadere la mia domanda su quale sia la vera essenza degli Italiani (ammesso che la questione le interessi): la sua irrisione dei meridionali-superitaliani, peraltro non convincente, non è nemmeno sufficiente.
Auguri di buon anno.
Wousfan
Non mi pare di aver irriso i meridionali. Ho detto che c’è un immagine, nazionale ed internazionale, del “meridionale” come “superitaliano”, con i suoi pregi e i suoi difetti, nel quale lo stesso meridionale sembra indulgere con complicità.
Non rispondo a cosa sia l’essenza degli italiani, perché è errata la domanda. E’ una di quelle domande che ubbidiscono ad una sorta di misticismo antropologico che mette la Tradizione al posto di Dio. E’ vero che ogni popolo o nazione ha qualche sua profonda peculiarità, che però non ha i contorni della metafisica. I popoli muoiono e nascono. La chiusa finale dell’articolo è in polemica con questa impostazione. Il “popolo italiano” è una realtà, è una pianta che ha radici antichissime, ma che è appena sbucata dal terreno. Questa, se vogliamo, è la nostra peculiarità.