Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.
RICONOSCIUTA. Ho capito subito che mi aveva riconosciuta. Da come ha serrato la mano della bimba che mi stava affidando.

EX-POLIZIOTTA. Ma per capire perché proprio una ex poliziotta, figlia di un poliziotto corrotto e corruttore, sia la destinazione delle braccia ansiose della tua bimba, conviene che si siede un attimo e mi ascolti. Giusto per imparare, gratis, quello che io ho pagato a caro prezzo: che la via più breve all’infelicità è inseguire i sogni di bambina
MIO PADRE. Il mio sogno era bello, alto, imbattibile. Tutto poteva andare male nei miei giorni ma quando lui tornava la sera il mondo ritornava a girare nel verso giusto: mi portava a dormire sistemando tutti i demoni fuori della porta. E io potevo sognare, sognare di diventare un giorno come lui, per dare un senso alla mia infanzia da bruttina evitata da tutti, percorrendo il deserto dei sentimenti fino ad una oasi di amore puro come quella di mio padre
DURI A MORIRE. Ma i sogni sono così duri a morire che quando l’attore principale cade sotto i colpi della sua stessa mano devi essere tu a rimpiazzarlo, giustificando l’ingiustificabile per preservare all’infinito i tuoi ricordi. E così feci io fino a quando, proprio davanti ad una bimba piccola rinchiusa in un cassettone mi svegliai: io non sarei mai stata come mio padre.
GRAGNOLA DI COLPI. Ma la vita è come un forte boxeur che quando ha finalmente infilato la tua difesa con un colpo ti fa seguire una gragnola che ti stende definitivamente: avevo pensato di andar via, di trovare in un’altra città un senso al mio mestiere di poliziotta quando è comparso lui, “game over“, che mi ha fatto vedere chi fosse veramente fosse mio padre.
RICORDI TRASFORMATI. “Un pover’uomo. Tanto povero da comprare parole di conforto.” E tutti i miei ricordi si sono trasformati, i sorrisi in ghigni, la sicurezza in arroganza, i successi in corruzione. E il mio sogno, il fine stesso della mia vita si allontanava sempre di più, come l’ultimo vagone di un treno che non sarebbe tornato.
PICCOLOGRANDEAMORE. Per acchiapparlo prima della sua definitiva scomparsa cercai Piccolograndeamore, per vedere chi fosse colui che mio padre aveva veramente amato, un’ultima persona con cui accendere falò forse diversi ma rivolti allo stesso dio.
Quando andai in quella casa capii che ancora una volta inseguire quel sogno mi sarebbe costato caro. Quell’ingresso con l’intonaco staccato e dal colore incerto, quelle cartacce che il vento attorcigliava in vortici infiniti, non lasciavano immaginare l’interno, il trionfo del rosso sui divani, dell’azzurro dei cieli dipinti, del bianco di stucchi improbabili e onnipresenti.
Pigiama celestino. In mezzo, ad aspettarmi con occhi languidi, c’era un uomo anziano, in un pigiama celestino che era una offesa ad ogni idea di bellezza, di amore, di decenza. Ecco chi era mio padre, ecco cosa pagava prima di tornare a casa, la spazzatura che buttava via da se stesso per portarci quel sorriso meraviglioso.

PARALIZZATA. Quell’essere immondo cominciò a parlare di lui, di quanto io gli assomigliassi, di quanto amasse me perché amava lui, di come volesse con me continuare il suo ricordo. Ed io rimasi paralizzata, incapace di scappare davanti a questo abbraccio con un padre che, alla fine, potevo conoscere davvero per la prima volta.
SOLDI. Quando me ne andai via Piccolograndeamore mi chiese dei soldi, mi disse che mio padre faceva sempre così, che in fondo io avevo diritto a quella stessa maledetta eredità. Quando presi il portafoglio che mio padre mi aveva regalato, quando le banconote volarono dall’involucro sicuro dei miei sogni alla realtà di quello che avevo fatto sembrò che a svuotarsi fosse tutta la mia vita. Uscii di corsa, buttai il portafoglio, mi strappai la catenina, mi torturai le dita per togliere la fede di mio padre e la buttai verso quella casa sperando che la abbattesse, che aprisse un crepa che incrinasse tutto il fatiscente edificio facendolo inghiottire dal terreno. Ma la fede persa non mi fece dimenticare il passato e allora di corsa verso il commissariato, verso il ricordo più caro di quello che mio padre aveva, quella pistola che sudiciamente vantava di non usare per i malviventi e che aveva usato contro se stesso. Aveva cancellato lui, avrebbe cancellato me.




Volevo pubblicamente ringraziare Pietro Marmo per l’occasione offertami e la disponibilità. Finalmente ho avuto un lieto fine.
Grazie.
Bel colpo. Bella la storia a quattro mani e pure l’ incrocio Marmo-Ricchiuti.
( E non era nemmeno semplice )
Se fosse stata una partita a scacchi, direi che m’ha battuto con la mia stessa mossa (far risultare diversi in contropiede i personaggi) pur senza snaturare il suo gioco(li fa risultare migliori).
\”Avrei voluto vivere in quello stato tossico per sempre\”
una sensazione che conosco bene, come conosco l\’evoluzione personale che porta alla fine del racconto.
Mi sento toccata in modo profondo, e come tutto ciò che ti tocca in modo profondo, questo racconto mi ha scosso, facendomi rispolverare vecchi ricordi che tengo chiusi bene a chiave di solito, in una cantina della memoria, un pò come quelle foto che non ti piacciono, ma che non smettono di esistere perchè non le guardi.
“Avrei voluto vivere in quello stato tossico per sempre”
una sensazione che conosco bene, come conosco l’evoluzione personale che porta alla fine del racconto.
Mi sento toccata in modo profondo, e come tutto ciò che ti tocca in modo profondo, questo racconto mi ha scosso, facendomi rispolverare vecchi ricordi che tengo chiusi bene a chiave di solito, in una cantina della memoria, un pò come quelle foto che non ti piacciono, ma che non smettono di esistere perchè non le guardi.
“Eppure la vita che marcisce in uno stagno può ricominciare a scorrere, più a valle, in altri rivoli.”
Si, ma bisognerebbe essere anche caratterialmente forti per riuscire a trovare un’altra strada, o meglio, qualche altra distrazione, perchè la vita di qualsiasi persona non è persa se trova una causa buona per cui valga la pena di giocarla!
…e la protagonista del racconto, fuori dal tunnel, ha trovato “i bambini”: infatti, si desidera, anche se in senso lato, appartenere a qualcuno…essere di qualcuno…e al centro dei nostri desideri scopriamo questo grido infinito!
(chi è che ha scelto le foto?…il signore col pigiama celeste…oddio!…sto ancora ridendo!!)
Questa partita a scacchi è nata da Ricchiuti che mi ha chiesto questa doppia storia. Avevo proposto di scrivere io uno dei suoi personaggi e lui uno dei miei ma poi non me la sono sentita e gli ho scritto una delle mie storie. Lui mi ha fatto una chiavica l’eroe del racconto e mi ha rimandato una palla piuttosto avvelenata combinando addirittura un appuntamento tra la mia poliziotta e piccolograndeamore. Allora io li ho riportati dalla mia parte con un po’ di scenografia.
Io non direi di aver vinto la partita: se pensiamo ai grandi artisti del 500 che dipingevano madonne perchè li pagavano per questo e poi facevano quello che volevano è evidente che il pretesto costituisce l’involucro e il risultato è da cercare dentro. Io volevo dare un messaggio negativo sui sogni (come nel brano Father and Son di Cat Stevens “Why, think of everything youve got.For you will still be here tomorrow, but your dreams may not”) perchè in ogni racconto io metto un messaggio. Ricchiuti ha una originalità ed un estetismo eccezionali. Solo il lettore può dire chi ha vinto ma per me il personaggio Game Over è francamente eccezionale, un po’ come quelli di Camilleri (ricordate quello che conservava nelle botti tutto quello che aveva avuto nella sua vita, liquidi e solidi prodotti compresi?) che sembrano incredibili ma che sono verosimili. Per me dunque, e non lo dico per cavalleria, ha vinto lui. Io mi sono preso qualche sfizio (l’istituto delle suore…)
Mica facile mettersi davanti ad un paragrafo intitolato “Il senso della vita”; per chi scrive, intendo.
Mi ricorda una persona che mi è stata e mi è ancora cara, che in un momento di sconforto mi disse “vorrei svegliarmi tra dieci anni” per vedere subito come va a finire. E invece tutto quello che conta è oggi.
@ mariateresa
Mi prendono in giro per i lieti fine ma io credo davvero alla possibilità di recuperare da brutti momenti. Tutti li hanno avuti, alcuni a tinte molto drammatiche, e proprio recuperando una propria essenza ed equilibrio se ne esce fuori. In ogni caso mi fa piacere aver dato voce ai tuoi sentimenti sperando che il ricordo condiviso sia ogni volta meno doloroso
@ Lucia
I bambini li ho inseriti come simbolo di quello che maggiormente si declina al futuro e che invece andrebbe vissuto al presente. Per la forza di carattere…beh a volte è solo forza di disperazione
@just
Io ero protetto dal fatto che indicavo il senso della vita della protagonista…
Vale quello che ho detto dei bambini. Oggi, rigorosamente oggi
@tutti
grazie di avermi e averci letto.