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pubblicato il 24 aprile 2009 alle 11:30 dallo stesso autore - torna alla home

 

Il Pdl ci ha preso gusto: dopo il duopolio col Pd alle elezioni politiche e l’introduzione dello sbarramento al 4% alle europee, arriva il disegno di legge che potrebbe spezzare le gambe ai piccoli partiti anche alle amministrative. 

 

 Alle elezioni europee di cinque anni fa su 79 europarlamentari italiani eletti ben 14 appartenevano a liste che non raggiunsero il 4% dei consensi, ovvero la soglia introdotta da pochi mesi con la benedizione di Popolo della Libertà e Partito Democratico, che consentirà ai due big dello schieramento politico di ottenere, senza correre alcun rischio, quello che alle Elezioni Politiche di un anno fa avevano ottenuto con l’appoggio determinante della buona sorte: far fuori i elezioni La tentazione del Pdl: colpo di grazia ai partitinipartitini dalla spartizione della torta elettorale. Nel 2004 erano riusciti a superare l’esame, infatti, gli stessi che oggi un posto a Strasburgo lo vedono dai buchi del binocolo, come il Partito Pensionati, la Lista BoninoAlternativa Sociale della Mussolini e la Fiamma Tricolore, ma anche Verdi eComunisti Italiani, oggi impegnati in liste di (molto) improbabile successo. 

DERIVA BIPARTITICA - E a qualcuno è venuto in mente di provare a farli fuori anche altrove. Un disegno di legge, presentato al Senato il 2 aprile e assegnato qualche giorno fa alla Prima Commissione (Affari Costituzionali), prova, infatti, ad estendere la posizione di privilegio di cui Pd e Pdl godono nelle competizioni nazionali anche alle elezioni amministrative. La proposta, firmata da due senatori siciliani del Pdl, Salvo Fleres e Bruno Alicata, intende “estendere il sistema maggioritario ai comuni fino a 100.000 abitanti e, contestualmente, di alzare la soglia dello sbarramento al 5 per cento” (verrebbero ammesse all’assegnazione dei seggi in consiglio comunale solo quelle liste che al primo turno abbiano ottenuto la soglia del 5%, oggi fissata al 3). Se questo progetto andasse in porto, ad ogni candidato alla carica di sindaco verrebbe concesso di essere sostenuto da una ed una sola lista, non più da una coalizione, e, inevitabilmente tutto l’appeal di cui godono i “nani” della politica durante le elezioni amministrative di oggi, verrebbe del tutto compromesso. Il ruolo che ricoprono oggi, di alleati nelle amministrazioni locali, si tramuterebbe, infatti, in quello di semplici “dame di compagnia” della tornata elettorale: i loro voti non sarebbero più determinanti ai fini della vittoria di questo o quel candidato a sindaco e, soprattutto, si sfoltirebbe ampiamente la pattuglia dei loro eletti. Sia per l’innalzamento dello sbarramento in sé per sé, sia per l’innescarsi della famosa “dinamica del voto utile”. Si tratti di liste civiche o partitini, infatti, l’estensione della legge elettorale in vigore oggi per i comuni sotto i 15.000 abitanti anche a quelli che ne contano 100.000 (alla quasi totalità) li priva di ulteriore linfa vitale, perché non sarebbe più possibile praticare il voto disgiunto: il candidato alla carica di consigliere scelto dovrà necessariamente appartenere alla stessa lista del candidato a sindaco votato. Il che significa che gli elettori saranno maggiormente disposti ad orientarsi verso liste apparentate con candidati sindaci “favoriti” (Pd e Pdl ovviamente), piuttosto che verso liste civiche o piccoli partiti che corrono in solitaria e che non hanno, a priori, nessuna probabilità di successo. 

MAGGIORITARIO? DIPENDE - E come se non bastasse il colpo inflitto a politiche ed europee, anche in questo caso è pronto ad essere rievocato il mito della semplificazione del quadro politico. Ecco come si argomentano gli articoli della proposta: “Un sistema di tipo maggioritario offre indubbi vantaggi in termini di amministrazione, rafforzando solitamente stabilità e continuità di governo. Del resto, una legge maggioritaria tende a ridurre il numero dei elezioni politiche La tentazione del Pdl: colpo di grazia ai partitinipartiti; ed un numero inferiore di partiti è associato ad una maggiore stabilità dell’esecutivo attraverso governi a maggioranza minima o monopartitici. Al contrario leggi elettorali proporzionali producono parlamenti e coalizioni di governo frammentate. Un sistema elettorale maggioritario offre il vantaggio di un più stretto rapporto tra elettore ed eletti: fermo restando che il candidato è selezionato dai partiti, ma che è l’unico indicato dallo schieramento, lo stesso vi sovrappone la propria immagine e si gioca, in questo modo, la propria credibilità“. Sul sistema maggioritario, sulla sua tendenza a ridurre il numero dei partiti in gioco e sulla maggiore stabilità dei governi che garantisce nulla da eccepire, per carità. Ma nella relazione che accompagna il testo, peccato che i due senatori pidiellini omettono di precisare che fu proprio il governo Berlusconi a sacrificare una legge elettorale maggioritaria per una proporzionale (il cosiddetto Porcellum) alla fine del 2005, quella stessa legge che generò due coalizioni frammentatissime, composte da oltre dieci simboli, una maggioranza risicata al Senato e un esecutivo traballante ad ogni sussulto di questo o quel partitino. Ed omettono anche di precisare che il rapporto tra elettori ed eletti, che sono così desiderosi di migliorare, in quell’occasione fu compromesso dall’introduzione della lista bloccata, che consente oggi alle segreterie di partito nazionali di nominare i futuri parlamentari già nel momento della presentazione delle liste, con un minimo margine di errore, con conseguente elezione di mogli, vallette, portaborse, medici personali, avvocati, segretari. Ma, si sa, erano altri tempi. A volte conviene, a volte no.

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