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La rubricadi Igor Jan Occelli
pubblicato il 24 aprile 2009 alle 12:30 dallo stesso autore - torna alla home

Diciannove anni più tardi, nonostante la sicurezza dei magistrati e le consulenze degli esperti, il caso dell’omicidio di Simonetta Cesaroni sembra essere ancora lontano da una soluzione.

3454t Via Poma, un giallo ancora da risolvereI magistrati oramai ne sono sicuri: è stato Raniero Brusco, l’ex fidanzato di Simonetta Cesaroni, ad ucciderla. Dopo diciannove lunghissimi anni, tanti ne sono passati da quel 7 agosto del 1990, per il Pm Ilaria Calò e il procuratore Giovanni Ferrara la verità è arrivata. Lo ha fatto sotto forma di un profilo genetico. Un profilo che però riserba molte sorprese. È di Brusco? Sì, può esserlo. Per i magistrati è sicuro. In effetti le cose non stanno proprio così. Quel profilo potrebbe, il condizionale è veramente d’obbligo in questo caso, appartenere a lui. Lo è per esclusione: perché non corrisponde a quelli degli altri indagati. Ma i fatti in questa storia vanno ricapitolati per bene, altrimenti perdersi è un attimo.

IL FATTO - Allora, è la sera del 7 agosto del 1990. Simonetta quando è passata l’ora di cena ancora non è tornata a casa. E questa non è proprio una sua abitudine. La ragazza studia, ma lavora anche. Lo fa part-time in uno stabile di via Poma, la via che poi diventerà sinonimo di questo giallo. È occupata presso l’Associazione italiana alberghi della gioventù. La famiglia inizia a preoccuparsi sempre di più. Per questo chiama il suo principale, Carlo Volponi. Lui non sa cosa dire perché Simonetta avrebbe dovuto terminare il lavoro alla solita ora. Con i famigliari si danno appuntamento sotto lo stabile. Lì arriva la sorella di Simonetta e il suo ragazzo. Le chiavi per entrare le chiedono al portiere, ma lui non c’è. Così è la moglie di quest’ultimo che si offre di accompagnarli. Uno, due, tre, quattro. Sono quattro le mandate della porta che girano. Simonetta la trovano nell’ultima stanza, alla fine del corridoio. È stesa a terra, morta. Il pavimento è un vero lago di sangue. Il corpo è pieno di lividi, segno che è stata picchiata selvaggiamente. E, come accerteranno poi i medici legali, sono proprio queste percosse che a causare il trauma cranico che l’ha uccisa. L’aggressore però non si è limitato a questo. Non si è accontentato di massacrarla. No, ha preso un arma da taglio, forse un fermacarte, e l’ha pugnalata. Una, due, tre, tante volte fino ad arrivare alla cifra di ventinove. Poi, una volta fatto questo, ha cercato di ripulire tutto. Nel ripostiglio si troveranno infatti gli stracci sporchi utilizzati. Dopo aver preso alcuni indumenti della ragazza, che sarà ritrovata con indosso solo canottiera, reggiseno e calzini, se n’è andato. Richiudendo la porta con quattro mandate. I medici legali stabiliscono che l’ora della morte è da situarsi in un arco in tempo che va dalle 18 alle 18,30. Anche se le cose farebbero pensare altrimenti, Simonetta non ha subito violenza sessuale. Almeno questo.

poma Via Poma, un giallo ancora da risolvereLE INDAGINI – In un caso del genere alcune certezze ci sono. Primo le mandate. Quel qualcuno che  è entrato la ragazza lo doveva conoscere. Su questo non ci piove: gli ha aperto la porta. Poi ci sono le coltellate. Così tante, con quell’accanimento, sono un indice sicuro di un delitto passionale. Anche il morso che viene ritrovato sul corpo della ragazza non fa altro che confermare questo dato. Gli inquirenti concentrano le proprie indagini sul portiere dello stabile, Pietrino Vanacore. Ad appena tre giorni dal delitto è questo il nome che passa di bocca in bocca. Ha 57 anni Pietrino e oltre ad essere freddo, impassibile, non ha un alibi per l’ora in cui il delitto è avvenuto. Di lui, dalle 18 alle 19 non c’è traccia nel palazzo. Nessuno l’ha visto né sentito. In più, c’è da dire che ha un mazzo di chiavi di scorta di tutti gli appartamenti. Per gli inquirenti siamo già agli “indizi gravi e concordanti” che per il nostro ordinamento possono costituire una prova. A questi se ne aggiunge anche un altro: delle tracce di sangue trovate su un suo indumento. Però, si saprà più tardi, sono le sue, non di Simonetta.  Così dopo essersi fatto venti giorni di prigione viene scarcerato. Ed è da qui in avanti che ha inizio il vero e proprio giallo. Mentre l’Italia si divide fra innocentisti e colpevolisti, fra chi vorrebbe vedere Vanacore dietro le sbarre e chi è certo che è stato il ragazzo di Simonetta invece, che ha un alibi, anche se poi l’amico con cui sarebbe dovuto essere dirà che quel giorno era a un funerale a Frosinone, succede un fatto strano. Succede che un certo Roland Voeller, di professione commerciante austriaco, un truffatore con varie condanne per bancarotta, chiama gli inquirenti nel 1992. Dice di aver saputo che a uccidere Simonetta potrebbe essere stato un certo Federico Valle. Valle è nipote di uno degli inquilini dello stabile di via Poma ed è figlio di un avvocato. Come fa a sapere che potrebbe essere stato lui Voeller? Lo sa perché una sera aveva sbagliato a fare un numero telefonico e così, per sbaglio, aveva trovato dall’altro capo del filo Giuliana Ferrara, la madre di Federico. E avevano iniziato a parlare, così era nata una sorta di amicizia. Poi arriva la sera del 7 agosto. Voeller sente Giuliana e lei gli racconta di essere preoccupata per il figlio che ancora non era rincasato da quando era andato a trovare il nonno. E dopo, in un’altra telefonata, gli racconterà che il figlio quella sera era tornato con un taglio sulla mano. Uno più uno deve pensare Voeller. Uno più uno pensano gli inquirenti che controllano il ragazzo e non trovano il taglio alla mano, ma una cicatrice sul braccio. Che però è solo una smagliatura. Per il Gip Antonio Cappiello non c’è niente che possa giustificare il fermo del giovane. Tanto più che su Voeller, e come sbagliarsi, aleggia l’ombra dei servizi segreti. Più avanti l’austriaco sarà anche arrestato, ma sarà in relazione a un altro delitto, un altro giallo, quello dell’Olgiata.

31774737 Via Poma, un giallo ancora da risolvereOGGI - Ma torniamo a Simonetta. E adesso arriviamo quasi ai giorni nostri. Siamo nel 2004 e vengono disposte nuove indagini nello stabile. Le fanno i Ris che trovano tracce di sangue ai lavatoi, su nella terrazza del palazzo. Forse l’assassino potrebbe essere passato di lì ed essere sceso da palazzo accanto con cui lo stabile è collegato. Le tracce sono così rovinate che è necessario far arrivare una special strumentazione dagli Usa: un kit di amplificazione, che serve per ottenere con più probabilità un profilo genetico. Gli uomini del Ris, che sono bravi davvero nonostante la serie tv, alla fine lo trovano. Ma non è proprio una fortuna per gli inquirenti: quel profilo non appartiene né al portiere, né a Federico e neppure a nessuno degli altri sospettati sono entrati a vario titolo nelle indagini. Oggi le cose sembrano diverse, ma in effetti non lo sono poi tanto. In mano agli inquirenti di diverso c’è poco o niente. C’è quel morso ad esempio. O meglio, c’è l’arcata dentaria che è stata estrapolata a partire da quel morso e che, secondo due esperti, è compatibile con quella dell’ex fidanzato di Simonetta, Raniero Brusco. Poi c’è quel profilo genetico. Su questo c’è quella consulenza del Ris. L’hanno fatta Vincenzo Pascali, Marco Pizzamiglio e Luciano Garofano. Così si concludeva quella consulenza: “La traccia rossastra sul tassello di legno è riconducibile a sangue. La quantità di materiale genetico estrapolata dalla medesima è risultata estremamente esigua. Le analisi della traccia ematica hanno consentito di estrapolare un assetto genotipico complesso, in cui la componente maggioritaria è costituita dalla vittima, in associazione ad una componente largamente minoritaria riconducibile a materiale genetico maschile. La valutazione globale dei dati ottenuti concorda con quanto affermato nella relazione degli esperti spagnoli, il che non permette di escludere né di confermare la presenza di materiale genetico di Raniero Busco, nel profilo complesso estrapolato dalla macchia di sangue in reperto. Lo stesso assetto genotipico complesso è stato confrontato con i profili genici di tutti gli altri soggetti precedentemente considerati nell’ambito dello stesso processo, escludendo qualsivoglia compatibilità”. Né di confermare né di escludere quindi. Solo sugli altri c’è la certezza. Il giallo, dopo diciannove anni, sembra tutt’altro che vicino a una soluzione.

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