Cultura

Shooting a star

24 aprile 2009

“Se una ragazza d’oro riuscirà a strappare una preghiera dalle labbra di un peccatore”- Canterville

Lei quasi lo riconobbe. Quello strano tipo che li aveva avvisati sembrò infonderle una antica sicurezza. Si sentì a casa. Anzi, quasi non sapeva nemmeno chi stesse conducendo quell’interrogatorio. “Vi ho avvisati per salvargli la vita”. “Addirittura”. “Non giudicatemi, alle volte non si direbbe”. Un po’ male in arnese per essere un benefattore. Per avere amici. “Di mestiere fai anche il telefono, allora”. “Solo quando ho la scheda”. “Chi sei allora ?”. “Per tutti quelli a cui serve, Game Over”. “Cioè ?”. “Niente, sono quello che avverte quando è finita”. “Magari quando sei tu a cominciare”. “E’ un mio vecchio collega ma non ho picchiato nessuno (lei non la penso) e non so dove sia. Non volevo che finisse il lavoro. M’impressionava pure un poco il rumore”. “Hai detto basta perché è la tua natura”. “Ho cominciato ben altro”. Seduti, che è come a teatro.

“Per un’ora d’amore”. Si chiamava così, Per un’ora d’amore, perché per meno manco ci si metteva. Faceva faville nel quartiere. Tutti ne erano in cerca. Donna o uomo che fosse che importa. Lei /lui non faceva eccezioni. E pagava tutti. Donne, uomini, altri animali. Poco ma bene, e solo per volersi un po’ di bene. Poi arrivava Game Over a tempo per dire basta. Per oggi era finita. Domani, avanti un altro. Il prossimo nella lista. Dei beneficati. Quella lista era d’oro. L’oro lo teneva nascosto Game Over. L’arbitro. Una garanzia di riuscita. Volersi bene, in un’ora poi, non è mica un lavoro tranquillo. Occorre pazienza, allenamento, colpo d’occhio. Una fidata e selezionata clientela. Prima devi conoscere bene le esigenze del tuo cliente. Il malato d’amore. Uno che non sa stare così. Con le mani in mano. Ha bisogno di starsene qui, un’ora, dopo il lavoro. Prima di rientrare in famiglia, tra le sue cose. Ha bisogno di amare. Tutti. E di poterli pagare. Così è sicuro che ritorneranno, che non sbufferanno, che non disprezzeranno. Solo quello che è gratis diventa di troppo e invisibile agli occhi, un rumore e mai suono. Con un’ora pagata, lo staranno a sentire. E questo gli farà più bene che male. Il bene è una furbacchiona. Un colpo basso. Sembra che dorma. Che non scavi la roccia. Però invece scava. E quello è il prezzo che poi pagheranno.

“Chi abbiamo oggi in programma ?”, “Il solito guappo“, “Che passa ?”, “Che l’avete quasi arrestato e s’è spaventato, ora è in crisi e la mamma dice che più non mangia, si raccomanda”, “Va bene”, “Domani invece la figlia del capozona, pare che abbia ammazzato il cognato del clan rivale, la state cercando e ora la Madonna che piange e più non dorme”.
Perunoradamore (seduto in auto): ha il volto coperto, parla tra sé. Game Over (metallico): Perunoradamò, che avete ?. P: Domani non pago nessuno. G: ci risiamo. Quello lì io non lo conosco. P (preoccupato ma deciso): Domani non pago nessuno.
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“Chi era”, “Uno”. La poliziotta fece il giro della scrivania per prendere tempo. E’ un brutto giorno quando ti danno tutte le risposte. Devi pensare molto prima di chiedere. “Il nome”. “Piccolo grande amore, scriveva lettere anonime a tutto il Commissariato”. “Lo amava sul serio ?”, “Signora, la gente non si innamora da vicino, figuratevi per corrispondenza”.
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Perunoradamore (metallico): Da oggi non servi più, non c’è più il marcatempo. Game Over : Ma c’è gente che aspetta.
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Andò avanti un bel po’. Nel parcheggio degli avvocati. Solo allora la gente cominciò a mormorare. Non era invidia. Ma gelosia. “Ma che storia è, Gheimò ?”, “E’ una storia”. “D’amore ?”, “Perciò finì presto”. La poliziotta era in vena di dire la sua. Le risposte non bastano mai. “L’amore. L’amore finisce”, “Finirono prima i soldi”.
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Perunoradamò (rassegnato al peggio) : Tutto finito. Non ho più una lira. Game Over (tranquillo): Lo so. P: Lo conosci ?. G: Piccolo grande amore ? E’ un mio parente. P : Non bastavano le mance vero ? G: Quelle non sono risposte e per questo non bastano mai.
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“Non l’ho visto più. Né io né l’amico mio più lo cercammo. Quando è morto, s’è saputo che al funerale sono andati tutti i fidanzati e le innamorate, tutti quei delinquenti che inseguiva e poi pagava, tutta quella gente che per un’ora gli voleva bene”. “Tu invece”. “Io il mio l’avevo fatto. Era rovinato. E quando s’è sparato nel parcheggio a voi e vostra madre vi ho avvisato”. “Già, l’ultima ora pure l’hai fischiata”. Game Over fece per uscire. “Perché non gliel’hai detto tutto quello che hai detto a me in quest’ora, tutto il disprezzo, in fondo siamo poliziotti tutti e due”. Game Over non sembrava interessato. “Per fermarlo ? Tuo papà era un pover’uomo. Tanto povero da comprare parole di conforto. Ma se vuoi il bene di qualcuno devi fingere di non averlo capito del tutto”.
“Vai da quello adesso ?”, “Si, perché voi con le risposte che v’ho detto più non lo arrestate”. “Ho capito tutto”, “Si. Gli voglio bene”.
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Piccolograndeamò: E’andata bene. Game over (metallico): S’è creduto tutto. P (ironico): Ma non è una donna ?. G (professionale) : Donna uomo bestia, che differenza c’è. P (fregandosi le mani) : Ora ce l’ho in pugno e posso farmela pulita come il padre. G (allungandogli le mani): La parte. P (metallico): Se hai fatto tutto questo allora davvero mi vuoi bene. G : Se veramente, una mancia ‘e chhiù.

2 commenti a Shooting a star

  1. dovessi interpretarlo davvero chi saresti ?

  2. ricchiuti

    bella domanda

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