di Mauro Senzaterra (Mthrandir)
postato alle 08:40 del 14 Aprile 2008 in InterniTorna alla home

Cosa (non) cambierà quando le urne ci forniranno l’agognato verdetto. Scenari futuri, “ma anche” un po’ passati.

Tranquilli, state pure seduti. E non fate finta di rimanere lì, in ansia, per vedere come va a finire. Perché, vinca chi deve vincere queste elezioni, l’unica certezza è che non comincia niente. Ma finisce quasi certamente un ciclo lunghissimo. Cominciato con Tangentopoli e le monetine dell’Hotel Raphael, e passato attraverso l’alternanza di due caravanserragli litigiosi e indecisi a tutto, i quali ogni volta che si sono presi il potere, hanno finito per scontentare gli elettori e finire sconfitti nelle elezioni successive. In più, ha ragione Francesco Cundari: “chiunque sarà il vincitore, è difficile resistere all’impressione che ci troveremo dinanzi a un ultimo giro di giostra, più che all’inizio di un nuovo ciclo”. Manca di sapere ancora come si scriverà la parola fine su questi quindici anni trascorsi in coma profondo, ma è l’unica curiosità legittima che può coltivare chi si è messo diligentemente in fila per andare a ratificare le decisioni della nomenklatura.

Di sicuro sarà l’ultimo giro di valzer per Silvio Berlusconi, anche se dovesse vincere a mani basse rispettando il pronostico: ha settantadue anni e, nonostante gli sforzi di don Verzè, è ragionevole immaginare che questa sia stata l’ultima fatica elettorale del Cavaliere. Da domani, se perde, o dalla fine della prossima legislatura, il Grande Imbonitore finirà di essere giudicato sulle pagine della cronaca politica e si siederà comodamente davanti al tribunale della Storia, luogo dove né io né voi abbiamo titoli per rappresentare accusa o difesa.

Molto probabilmente, sarà anche l’ultima volta della sinistra italiana, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuta. In cosa si trasformerà dipende molto dalla consistenza del seguito che il pifferaio magico avrà dimostrato di riuscire a portarsi appresso. Una mezza vittoria di Veltroni, ma anche una sostanziale tenuta – stessi voti, o di più, di quelli messi in cascina dal duo Margherita-DS nel 2006 - consegnerebbe al paese il remake della sinistra democristiana dei bei tempi andati. Un’eventuale débâcle, invece, significherebbe il brusco risveglio dal sogno ulivista e la fine dell’utopia del compromesso con tutti e con tutto in nome della quale si è suicidato più volte il vecchio PCI.

Ma questi sono cavilli, perché gli avventori della legislatura decima sesta della storia repubblicana saranno chiamati non tanto a fare i conti col bilancino della consistenza parlamentare, ma con una scelta difficilmente rinviabile: o tornano a fare politica come Dio comanda, nel senso che continuano a fare i loro personali interessi assieme a quelli del Paese, oppure rischiano di dare fuoco alla Santa Barbara dell’antipolitica, subappaltando alla piazza una rivoluzione che sarebbe più carino facessero da soli. Del resto, senza neanche sapere cosa abbiano scarabocchiato sulle schede elettorali, le facce degli elettori che si sono viste ai seggi ieri e oggi qualcosa vogliono pur dire: questa volta se ne son viste tante ingrugnate e incattivite, molte di più di quelle rassegnate all’inevitabile destino che si sono incontrate in passato.

Per questo credo che i soli auguri di buon senso che si possano fare a tutti quanti è che esca dall’urna un mandato chiaro e abbondante per chi avrà vinto, ma soprattutto che il vincitore si convinca da subito che il tempo della melina per difendere lo zero a zero è finito. Apra bene le orecchie, quindi, e ascolti il brusio sugli spalti. C’è ancora il recupero per provare qualcosa: poi, finito quello, si rischia l’invasione di campo. E non ci saranno poliziotti a difenderli.

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