Il giornale che becca un milione per vendere 2500 copie

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L'Opinione delle Libertà di Arturo Diaconale non paga gli stipendi da cinque mesi

Lancia strombazzando su Facebook e Twitter la nuova versione del sito internet: bene, così si capisce che prendere 1,6 milioni di contributi (soldi pubblici) per vendere 2500 copie è roba talmente fatta bene da poterne chiedere altri 1,6 per fare 2500 contatti. Tutto ciò è l’Opinione delle Libertà, il giornale di Arturo Diaconale che ci parla di liberismo con i soldi pubblici e ci racconta quanto sia divertente urlare ai tagli di spesa (altrui) con i soldi nostri. Tanto, la possibilità di risparmiare qualcosina c’è sempre: basta non pagare gli stipendi per cinque mesi e licenziare chi si lamenta. Dell’incredibile storia dell’Opinione, giornale da 1,6 milioni di soldi pubblici di contributi e 2500 copie vendute in edicola ci parla Il Fatto Quotidiano:

A fine 2011 la testata, ex organo di movimento politico trasformato in cooperativa di giornalisti, si è messa in fila per incassare i contributi per l’editoria del 2010, che nel triennio precedente si erano avvicinati a 2 milioni l’anno. Denaro indispensabile per il funzionamento del giornale che oltre a Diaconale vede in prima fila l’ex sindaco di Milano e cognato di Bettino Craxi, Paolo Pillitteri. Ma i ritardi nell’ultima erogazione devono aver inceppato la macchina. TANTO CHE, nonostante l’arrivo del sospirato aiuto, nelle scorse settimane l’amministrazione si è presentata ai dipendenti che non vedono un soldo da ottobre, chiedendo la rinuncia a parte degli arretrati.

Alla fine chi non ha accettato la proposta è stato messo alla porta, come sottolinea il sindacato dei giornalisti:

E mentre tagliava i tre redattori che non hanno accettato, Diaconale si presentava su La7 a raccontare ai telespettatori di In Onda quanto sia difficile il mestiere del direttore che non ha alle spalle un grande editore. Più che giustificati, quindi, secondo lui, i contributi pubblici, non solo perché la “stampa assistita svolge una funzione determinante per la democrazia”, ma anche e soprattutto perché “c’ho giornalisti regolarmente retribuiti con tanto di contratto rego l a re ”. Quando poi i sindacati gli hanno chiesto conto dei licenziamenti, il direttore ha difeso la posizione dando la colpa vuoi ai giornalisti, vuoi allo Stato. “Non sono un padre-padrone il problema sono stati i tagli nell’editoria e il fatto che è stata esercitata, dopo due anni, la decisione di chiedere ai soci-cooperatori l’aumento di capitale. Quindi tutto è nella norma: una cooperativa è gestita in maniera diversa dalle altre aziende editoriali. Noi non chiudiamo, ma siamo costretti a tagli dolorosi per sop rav v i ve re ”.

Insomma, il giornale del centrodestra che vive con i soldi dei contributi pubblici e fa la morale agli altri. Nulla di strano, visto che c’è anche Il Velino, Liberal e tanti altri organi del genere. Quello che colpisce è la spocchia con cui trattano quel mercato che a parole dicono di idolatrare. Dopo i liberali alle vongole, siamo arrivati alla droite caviar. A carico nostro.