Tecnologia

Il vero problema ora è “Pirate Google”

20 aprile 2009

Google come Pirate Bay? Archiviata la momentanea vittoria in tribunale delle major sul sito simbolo dello scambio libero di file in rete, qualcuno inizia a chiedersi se i pezzi grossi del cinema e del disco non possano mirare ancora più in alto.

La notizia della condanna dei gestori del sito Pirate Bay è probabilmente il colpo più pesante assestato al mondo del file sharing negli ultimi anni, non tanto per le conseguenze immediate – praticamente nulle – ma per il messaggio chiaro e semplice che si è voluto far passare: se si può colpire il sito più conosciuto e popolare, tanto da poter alzare la voce nel dibattito politico in patria, si può colpire chiunque.

DOVE TUTTO HA INIZIO – È dalla fine della prima era del p2p, decretata dalla morte di Napster, che gli “scaricatori” hanno scoperto le potenzialità dei motori di ricerca classici. La “Grande G.”, Yahoo, MSN Live e gli altri, mediante query di ricerca appropriate, consentivano di rintracciare ogni tipo di file copiati illegalmente, situati su server in paesi lontani dove le leggi in materia di copyright erano permissive e i controlli praticamente nulli. Poco è cambiato: ancora oggi non è possibile discriminare automaticamente: che si tratti di musica, video, testi, che siano essi protetti da diritti d’autore oppure liberamente distribuibili, Google li indicizza comunque; oltre, ovviamente, ad indicare la strada che porta alle “baie dei pirati” sparse in tutto il mondo. Infatti per un Pirate Bay che se ne va o, meglio, che se ne potrebbe andare, ce ne sono altri che continuano imperterriti a prestarsi alla passione collettiva per la condivisione, ed altri che ritornano, come nel caso di isoHunt.com, che, nonostante l’oscuramento seguito ad una denuncia del 2007 da parte di una major ed è di nuovo online. Il tutto comodamente raggiungibile tramite il motore di ricerca di Mountain View.

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