Visita <a href="http://www.liquida.it/" title="Notizie e opinioni dai blog italiani su Liquida">Liquida</a> e <a href="I widget di Liquida per il tuo blog">Widget</a>
Archivio Chi siamo Contatti Pubblicità
di Pietro Marmo (marblestone)
pubblicato il 19 aprile 2009 alle 00:01 dallo stesso autore - torna alla home

Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.

FIGLIA DI PAPA’ Tutti bravi ora, sono diventati tutti psicologi. Mi guardano e mi fanno quei sorrisini di finto incoraggiamento che dicono solo una cosa: la solita ragazza innamorata del padre. Ma perché tutte le poliziotte sono figlie d’arte? Non è che una può decidere liberamente? poliziotta1 La poliziottaBeh, nel mio caso è stato proprio così: mio padre era un poliziotto. Ma che c’è di male? Forse che qualcuno si lamenta se il figlio di un medico o di un ingegnere prende la carriera del padre?

MIO PADRE. Io avevo un padre eccezionale. Ricordo ancora quando mi portava nel parco, in borghese, e tutti lo salutavano con rispetto, con ammirazione: mi carezzavano trasferendo su di me dei sentimenti che non potevano che essere sinceri. Quando un attacco se lo portò via vennero a fare le condoglianze anche i malviventi. Parevano vantarsi di essere stati arrestati da lui, come un punto di onore. Nel corteo avevano gli occhi tristi che non avevano dato al padre, ai fratelli agli amici più intimi; solo alla mamma e a mio padre, gli unici che li avevano considerati, voluti bene. Ecco perché sono diventata poliziotta, per continuare a fare quello che faceva mio padre, per continuare a tenere pulito quel piccolo cortile del mondo dove lui lavorava.

RIFIUTO. Lui non voleva, quando gli parlai delle mie intenzioni dapprima si disperò, poi mi parlò con calma per convincermi, poi mi sgridò, una delle poche volte che io ricordi, dicendo che i miei sogni erano solo sequele di luoghi comuni. Ma lui quei sogni li realizzava, perché non poteva pensare che riuscissi a farli anche io?

INGENUA. Come ero ingenua nei miei 16 anni. Quando morì non ebbe il tempo di strapparmi questa promessa sul letto di morte e così finiti gli studi mi preparai per il concorso e ora sono qui a vestire la divisa.

LA DIVISA. Ma a me non sta bene come a mio padre. A lui cadeva a pennello; a me sforma. Dicono che sono ancor più bella ma sembro goffa, provvisoria, come un accappatoio che si sta per deporre via, bagnato. Ma tutto qui è sbagliato, in questa periferia che è passata dalla condizione di paese all’antica, dove tutti rispettavano tutti, ad una roccaforte camorristica in cui si avanti a colpi di fucile normalmente, di autobomba quando si vuol fare la voce grossa. E’ sbagliata la nostra sede, presidio sbandierato dei politici, che non ha avuto, per mesi, un’insegna luminosa che la indicasse per paura che potessero danneggiarla (paura materializzata appena l’hanno messa, la prima notte, giusto per far vedere chi comandava).

camorra1 La poliziottaGLI SPAZZINI. Non era  questo quello che immaginavo, non era qui il posto dove potevo continuare l’opera di mio padre. Qui non siamo che gli sguatteri della camorra, i loro spazzini, quelli che vanno a raccogliere i morti o quei delinquenti da quattro soldi che non hanno nemmeno l’onore di un killer. Né possiamo davvero fare una indagine se non vogliamo che oltre all’insegna ci facciano fuori porte e finestre, auto con, magari, conducenti compresi. Ma non è questo che mi spinge a chiedere il trasferimento, non è la paura dei malviventi o dello strapotere del nemico. Tante volte ho avuto paura che mio padre non tornasse che ho trovato in quello che faceva una giustificazione, una sublimazione della sua vita che non poteva che essere anche la mia. E’ che non sarà mai possibile essere amici di quelli che delinquenti non sono, è impossibile che un giorno qualcuno si sentirà aiutato, amato dalla mia divisa, da me.

DISILLUSIONE. E a dirmelo non sono stati gli sguardi vuoti e disillusi dei miei colleghi, non il loro cinismo, ma quello che mi è accaduto ieri, l’ennesima delusione dopo una flebile speranza. Una signora ci aveva telefonato dicendo che un uomo ubriaco, un pregiudicato a noi ben noto, stava minacciando la moglie con la pistola. 

casa1 La poliziotta

Lei urlava per lo spavento e per il dolore delle botte che accompagnavano le minacce e quella vicina non ce l’ha fatta più a tapparsi le orecchie. Siamo corsi a piedi, era lì vicino, e siamo saliti, io e un collega per le scale. Lui era rimasto indietro, infastidito della chiamata, mentre io volavo per quelle scale senza ascensore, per quei gradini senza la luce di quei neon che penzolavano fuori uso. Quando sono arrivata avrei dovuto aspettare il collega ma la porta era aperta e sentivo solo il pianto della donna e di non so quanti bambini: un paio scapparono davanti a me per le scale. Ho chiesto alla donna dove fosse il marito ma lei si è irrigidita e mi ha puntato due occhi furiosi. Un bimbo di un paio di anni nella culla continuava a strillare in un modo innaturale come i maiali che stanno per essere scannati. Quando il mio collega è arrivato ha detto di cercare subito la pistola e allora è successo.

NEL CASSETTONE. Ho aperto un cassettone e ho visto una neonata messa lì, in mezzo a mutande e calzini, che dovevano coprire quel rumore che aveva provocato la lite. Allora l’ho presa e ho cercato di poggiarla sul letto quando lei ha preso una paletta per le mosche e ha cominciato a picchiarla sulla mia testa.

MAZZA DI FERRO. Quei colpi deboli, inutili, capaci di smuovere a malapena i miei capelli, mi abbattevano come una mazza di ferro. Lei urlava di lasciare la sua bimba, che io non ero la sua madre e che mi avrebbe ammazzato. L’ho deposta senza una parola e sono andata via. Quando il mio collega mi ha raggiunto, molto tempo dopo, quasi non c’era più traccia di tutte le lacrime che avevo versato