L’amico di Sgarbi in odore di mafia

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Repubblica racconta della candidatura del critico a sindaco di Cefalù

Lo scrive Repubblica in un articolo di Attilio Bolzoni. Vittorio Sgarbi si è gettato fra le braccia di Giuseppe Giusi Farinella detto “Oro colato”, sindaco di qua o sindaco di là, Salemi o Cefalù poco importa. A Palermo si vota fra le macerie lasciate da inetti amministratori, in provincia si fanno prove di infiltrazione criminale alla luce del sole.

Non sono trascorse neanche tre settimane da quando il Comune di Salemi è stato «sciolto » per mafia e una Porsche rossa s’infila nel posteggio del Sea Palace di Cefalù, l’albergo dove sabato 17 marzo il critico d’arte (e saggista, opinionista, conduttore televisivo, ex deputato ed ex sottosegretario di Stato) annuncia ufficialmente che avrebbe corso per la candidatura a sindaco nella città turistica sotto il santuario di Gibilmanna. Costretto ad andarsene in fretta da Salemi per «commissariamento » e per le sospettissime intromissioni nella sua giunta di Pino Giammarinaro, si rimette in pista per le amministrative di maggio appoggiato da tre liste civiche e da quell’uomo che guida la Porsche rossa. Si chiama Giuseppe Giusi Farinella.

A volere Sgarbi primo cittadino di Cefalù più di ogni altro è lui, famoso imprenditore della zona che ha un grande albergo e soprattutto appartiene a una «famiglia » di peso:

È quella che da un quarto di secolo comanda ai confini della provincia palermitana con il territorio messinese, sono i Farinella di San Mauro Castelverde. L’uomo della Porsche rossa è cugino di Giuseppe, uno della Cupola, incarcerato con sentenza definitiva per le stragi di Capaci e di via Mariano D’Amelio, uno degli amici più fidati di Totò Riina. È figlio di zù Mariano meglio conosciuto come «Marciune» (marcio), noto ai Carabinieri Reali già ai tempi del prefetto Mori e delle sue retate contro i briganti. E poi è se stesso: arrestato su mandato di Giovanni Falcone più di 20 anni fa; condannato dalla Cassazione nel 1998 a quattro anni e sei mesi per associazione mafiosa, estorsione, porto abusivo d’armi e materiale esplodente; sospettato di avere trovato rifugio a Michele Greco — il «papa» di Ciaculli — durante la sua latitanza.

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Già sulla sua precedente carica c’erano molte chiacchiere:

Alle sue spalle si allungava già l’ombra di «Pino» Giammarinaro, prima democristiano legato a Salvo Lima, poi amico di Totò Cuffaro, poi ancora arrestato per mafia e assolto dall’accusa di mafia e alla fine scivolato in altre indagini di mafia. Da sorvegliato speciale dal 2001 al 2005 ha continuato a fare affari con sanità pubblica e privata, qualche mese fa i magistrati di Trapani gli hanno sequestrato beni per 35 milioni di euro. Il Comune di Salemi l’hanno sciolto per «Pino», che manovrava dietro le quinte e qualche volta anche di presenza. Uno stralcio della relazione del ministro dell’Interno al Presidente della Repubblica: «Questi (Giammarinaro, ndr), partecipando alle riunioni di giunta ed avvalendosi di fidati esponenti della compagine elettiva, sui quali esercita il proprio ascendente, è riuscito a condizionare l’attività dell’ente locale… ». Un califfo. Il vero padrone del paese. Decideva tutto «Pino». Anche quando l’amministrazione doveva cedere un terreno confiscato al boss Salvatore Miceli. «Mai a Libera e a don Ciotti», diceva Sgarbi a un suo assessore tenendo conto dei desideri di Giammarinaro. Accadeva questo e altro a Salemi, paese costruito su colline bianche che già qualche secolo fa venivano descritte in versi rintracciati dallo scrittore Vincenzo Cunsolo: «Unni viditi muntagni di issu/ chissa è Salemi, passatici arrassu/ sunnu nimici di lu crucifissu / e amici di lu Satanassu». Dove vedete montagne di gesso stateci lontano, non sono amici del crocifisso ma amici di Satanasso.

Ecco la replica di Sgarbi

ROMA - Vittorio Sgarbi replica ai contenuti dell’articolo, a firma di Attilio Bolzoni, dal titolo «Sgarbi e il cugino del boss ergastolano: nuove ombre sulla candidatura a Cefalù», pubblicato sull’odierna edizione del quotidiano «La Repubblica»

Io non so dove sia la mafia in Sicilia. E non l’ho mai incontrata. Lo saprà Attilio Bolzoni che ne parla. So però bene dov’è l’antimafia e come lavora nell’ingiustizia e contro i cittadini, con arroganza e prepotenza. Lo so da quando quattro magistrati indagarono me e Tiziana Maiolo in concorso esterno in associazione mafiosa in Calabria, senza alcun fondamento e costretti ad archiviare tutto dopo otto mesi con l’intervento del procuratore generale Pierluigi Vigna. Pensavo che un errore bastasse. E invece l’arbitrio e la violenza di questa antimafia impunita, che agisce con metodi mafiosi, non hanno limiti e si manifestano con atti infondati in nome dello Stato contro una inerme cittadinanza. La specialità di questa antimafia in vetrina sono gli «odori» e le «aure», registrati da giornalisti compiacenti, prima a Salemi dove un indagato per riciclaggio, non per mafia, da decenni attivo sulla scena politica del trapanese in modo palese, dà origine allo scioglimento del comune per infiltrazioni mafiosa e della «criminalità organizzata». Un uomo solo è in questi teoremi, la «criminalità organizzata». Naturalmente Bolzoni sa benissimo che la mafia è in sonno, inattiva, distratta, a Salemi, da almeno vent’anni. Però, in perfetta malafede, s’interessa all’«ombra di Pino», per ricordarne il potere sul Comune che non ha avuto, nonostante avesse democraticamente presentato liste post-democristiane, ottenendo, sempre democraticamente, la maggioranza dei consiglieri comunali. Gli sfugge che i suoi affari, che io non conosco, nella sanità pubblica e privata, sono sotto osservazione nel periodo 2001-2005, quando nessuno si preoccupò di sciogliere il Comune e quando ancora io non ero sindaco. Dovrà ora rispondere, con il ministro dell’Interno in tribunale, di menzogne del genere: «Questi (Giammarinaro) partecipando alle riunioni di giunta, ed avvalendosi di fidati esponenti della compagine elettiva, sui quali esercita il proprio ascendente, è riuscito a condizionare l’attività» Nella realtà Giammarinaro non ha condizionato nulla e non ha mai partecipato alle riunioni di giunta. Sono illazioni non documentate e non provate dall’antimafia intimidatoria, con la controfirma del ministro dell’Interno. Pure edimostrabili, falsità. Vigliacco e in malafede, Bolzoni finge di ignorare il mio personale e antico contrasto con i professionisti dell’antimafia, e che le mie decisioni non possono essere in alcun modo condizionate dai desideri di Giammarinaro. Testimoni, interventi giornalistici, l’assessore Peter Glidewell, l’assessore ex Pd Nina Grillo, possono confermarlo, senza difficoltà, che io fin da subito proposi i terreni confiscati alla mafia, a Salemi, ignorando il parere di Giammarinaro, a Slow Food, che condizionò però la sua disponibilità a un contributo di 50 mila euro, di cui il Comune di Salemi non disponeva. Tutto qua: gli ispettori del prefetto, il ministro e Bolzoni potevano documentarsi. Ma non l’hanno fatto per mancanza di serietà e cieca fede nei luoghi comuni e nelle illazioni. Come può un giornalista ignorare deliberatamente quello che il suo stesso giornale ha pubblicato ? Ora il TAR dovrà esaminare le carte che hanno determinato lo scioglimento. Che Bolzoni sia abituato a mentire, a scrivere de relato, a non documentarsi, è provato dalla sua ricostruzione delle vicende di Cefalù. Lo sponsor politico, che politico non è, di cui narra, non ha «una Porsche rossa», né dentro né fuori, ma grigia. Basterebbe questo a rivelare la superficialità dell’obiettivo dissuasorio rispetto all’amico avventato o spregiudicato attraverso «l’avviso» del suo articolo. Il metodo è evidente: intimidazione e terrorismo psicologico in un crescendo che ha l’obiettivo di ostacolare o infangare la mia candidatura. Una buona ragione per non ritirarla. Inutile dire che Giuseppe Farinella è un elettore con tutti i diritti civili. Ma il “servizio” di Bolzoni ha altri scopi. E così si guarda bene dal ricordare che i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Palermo il 13 luglio del 2007, chiamati a valutare la riabilitazione (concessa) dalle condanne penali di Giuseppe Farinella, citando a loro volta la Corte di Appello di Palermo che il 21 gennaio 2005 ha riabilitato l’albergatore anche dalla misura di prevenzione della sorveglianza speciale, scrivono: «Dalla cessazione di tale misura (la sorveglianza speciale, avuta nel lontano 1999) il condannato non si è più posto all’attenzione degli organi di Polizia… evidenziandosi altresì alcune circostanze significative di un’affrancazione dalle logiche caratterizzanti tipicamente il sodalizio mafioso». Non solo. I giudici del Tribunale di Sorveglianza di Palermo sottolineano come «il Farinella si è costituito parte civile in alcuni procedimenti per tentata estorsione aggravata consumata ai suoi danni (avete letto bene,. “ai suoi danni”) da esponenti dell’associazione mafiosa operante nel territorio di Cefalù». Farinella è come tanti elettori di Leoluca Orlando e di qualunque altro antimafioso in esercizio permanente ed effettivo. A Bolzoni dovrebbe interessare di più un mio sostenitore vero, Gugliemo Serio, che è stato, per più di un anno, Commissario straordinario con le funzioni di Sindaco a Palermo, magistrato del Tar, presidente di sezione del Consiglio di Stato, presidente del Consiglio di Giustizia amministrativa. E che a propormi la candidatura a sindaco sono stati il Vicesindaco Corsello, oggi schierato in altra lista, esponente del Pdl indicato dalla senatrice Simona Vicari, già sindaco di Cefalù e di cui fu grande elettore Giuseppe Farinella (ma di cui nessun Bolzoni si preoccupò); il segretario del Partito Liberale Stefano De Luca; il presidente dell’«Istituto Vite e Vino» Dino Agueci, un tempo vicino ad Alleanza Nazionale; e la parte maggioritaria dell’Udc locale. Ma Bolzoni non è interessato alla verità ma agli «odori». E li trasforma nelle puzze dei suoi articoli. Io ho provveduto a chiedere al ministro dell’Interno Cancellieri se, in una situazione cosi inquinata e alterata da intimidazioni – non ultimo l’invio di uomini «suoi» da parte di Manfredi Borsellino, per aver copia di un mio intervento radiofonico che ricordava espressioni affettuose di sua madre – e poi falsificazioni e «messaggi», come quello di Bolzoni nell’articolo pubblicato oggi da «La Repubblica», sia opportuno che io mi candidi.