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pubblicato il 17 aprile 2009 alle 10:30 dallo stesso autore - torna alla home

Tremonti dà, Tremonti prende. Se il Ministro dell’Economia si prepara ad aggiungere causale e codice fiscale appositi per un 5 per mille pro terremotati abruzzesi, gli italiani hanno poco da stare allegri. E non solo i disgraziati senza una casa. Soprattutto i singoli, generosi, contribuenti.

Infatti, malgrado i meriti da riconoscere riguardo a questo strumento all’uomo di via XX Settembre, l200805151702volontariato70668 img Il 5 per mille è un buon investimento. Sì, per lo Statoa storia del 5 per mille ci dice che è più facile incontrare Osama Bin Laden che capire se, come e quando vengono impiegati quei quattrini.

UNA BELLA IDEA INCOMPIUTA – Il ministro dell’Economia rilancia infatti uno strumento da lui inventato nel 2005 per dare ossigeno all’emergente terzo settore, realizzando la massima sussidiarietà economica possibile. E (si disse allora) la libertà del cittadino-contribuente di destinare risorse alla miriade di soggetti (onlus, associazioni, etc.) che da anni costituiscono l’ossatura del cosiddetto “privato sociale“, in grado di sostituire lo Stato nell’erogazioni di servizi. Dove non arriva lo Stato dunque, per sua natura burocratico, lento, inefficiente, il contribuente concede volontariamente una quota del reddito Irpef dichiarato, ad enti no-profit che operano nel campo della ricerca, assistenza sociale, solidarietà varia. Bene. Peccato che fin da allora (si parlò di misura sperimentale) si decise di introdurre il 5 per mille con un’apposita norma nella Finanziaria 2006, anziché inserirla nel Testo unico per il Fisco così come vale per l’8 per mille. Così il tetto massimo per i contributi (250 milioni di euro nell’anno fiscale 2006), criteri e scadenze per la graduatoria utile alla spartizione del fondo, più tutte le norme relative alla procedura per l’iscrizione degli enti fra i beneficiari vennero affidate alla discrezione di ciascun Governo. Berlusconi prima, Prodi poi.

RAGGIRI E RITARDI - E qui inizia il raggiro. Infatti stabilito un tetto massimo in Finanziaria, qualora la somma del gettito raccolta dal 5 per mille, volontariamente versato dai cittadini, superi il plafond fissato per legge il restante finisce nelle casse dell’Agenzia delle Entrate. Per l’anno fiscale 2006, a versare il 5 per mille del proprio reddito dichiarato furono ben 20 milioni di italiani, che riuscirono a raccogliere circa mezzo miliardo di euro. Peccato che nelle casse degli enti, fra cui centinaia di enti locali (per Costituzione incaricati di realizzare il principio di sussidiarietà), ne finirono solo 250milioni. Esattamente l’ammontare del tetto massimo introdotto dal Governo Prodi nel 2007. Non un centesimo di più. Nella Finanziaria 2008 il tetto venne rialzato dal ministro Padoa-Schioppa a 380milioni, anche in seguito alle proteste di molte Federazioni di piccole onlus e associazioni, nei due anni precedenti sistematicamente penalizzate dalla spartizione. Risultato: non si sa. Aldilà della riformulazione (stavolta profonda) delle categorie e dei soggetti ammessi al beneficio, per l’anno finanziario 2008 non ci sono né i nomi né le risorse certe destinate ai beneficiari. Il perché è da cercarsi nelle continue proroghe previste fra le pieghe degli ennesimi decreti omnibus. Mai disdegnati, né a sinistra e né a destra. Con tanti saluti a sussidiarietà e libera volontà del cittadino contribuente. Senza contare che – come ha spiegato lo scorso 8 aprile alla Camera dal sottosegretario all’Economia, Daniele Molgora – i tempi tecnici necessari per l’effettiva ripartizione dei fondi, c portano nelle casse delle associazioni i fondi con almeno 2-3 anni di ritardo

LA “SPARIZIONE” DEI FONDI 2005 – Senza dimenticare il giallo relativo ai dati del 2005. Con l’avvio della sperimentazione a firmare sul proprio Modello Unico in favore del cosiddetto Terzo settore furono circa 16 milioni di italiani. Un stremonti trucco Il 5 per mille è un buon investimento. Sì, per lo Statouccesso. Su cui però, eccezion fatta per le cinque categorie di beneficiari (volontariato, Onlus, attività sociali svolte dal Comune residente, ricerca sanitaria, ricerca scientifica e/o universitaria), non si è saputo un bel niente per tutto il 2006. Ignoto l’ammontare, ignoti i beneficiari, ma soprattutto ignoto il riparto della torta. D’altronde, che la gestione centralizzata da parte dell’Agenzia avrebbe “zavorrato” e reso opaca la procedura si era già intuito dalla lettura del decreto 22 del 2006 (attuativo della manovra), laddove spiegava che l’importo totale effettivamente raccolto sarebbe stato iscritto in bilancio e quindi soggetto alle regole della contabilità pubblica. Il decreto tuttavia riuscì perlomeno a fugare i dubbi di arbitrarietà sui criteri di ripartizione: “(..)il gettito verrà suddiviso tra i beneficiari in rapporto alle preferenze accordate a ognuno di essi e al calcolo dell’importo dell’Irpef dovuta da ciascun contribuente(..)“. Ma solo dopo l’approvazione di decreti ministeriali “(..)saranno corrisposte a ciascun soggetto ovvero a ciascun comune le somme che a loro spettano“. Risultato: il mistero del tesoretto perduto venne svelato solo nell’ottobre 2007 (345 milioni divisi per circa 30mila enti), ossia quasi due anni dopo. Un altro buon motivo per scegliere il 5 per mille del ministro Tremonti. In una parola, un buon investimento. Almeno per le casse dello Stato.

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