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Rassegna stampadi Alessandro D'Amato (Gregorj)
pubblicato il 16 aprile 2009 alle 09:30 dallo stesso autore - torna alla home

In America, e non è una notizia, protestano perché hanno tasse troppo alte. Ce lo racconta  Ennio Caretto in quattro rapide  pennellate: “Oggi è il «Tax day», il giorno delle tasse, il più temuto dagli americani dopo il giorno del giudizio, quello in cui si denunciano i redditi, e si paga lo Stato. Ma è un «Tax day» insolito perché nelle maggiori 300 città sono esplose dimostrazioni popolari di protesta contro il fisco. Le chiamano «tea parties» dalla rivolta di Boston del 1773 contro le tasse inglesi, quando decine di sacchi di tè furono rovesciati in acqua. Guidati da persone negli abiti della rivoluzione anticoloniale, qualcuna a cavallo, i cittadini marciano in tutti i 50 stati Usa. Un movimento spontaneo, che ha rifiutato strumentalizzazioni politiche vietando ai partiti di parteciparvi“. Guardando le cose con la lente d’ingrandimento, i contribuenti americani hanno molto di cui essere incazzati. Qualcuno, alimentando bolle su bolle speculative, 3445535760 01f8eac673 o Perversioni: agli italiani piace farsi tassare (e perculare)ha consentito loro di vivere al di sopra delle proprie possibilità. Qualcuno ha drogato la crescita del loro prodotto interno lordo attraverso i tassi d’interesse bassi, e aveva anche l’ardire di chiamare “politica economica” quella che invece si può definire tranquillamente speculazioni. Quel qualcuno ha fomentato l’azzardo morale  degli istituti finanziari e, di riflesso, quello degli individui. E oggi molti di quegli esponenti, a loro modo responsabili della crisi odierna, stanno spendendo i soldi pubblici dei contribuenti per salvare banche private – consentendo persino a qualcuno di rimettersi in pari con i propri buchi, o addirittura di guadagnarci. Insomma, questi militanti No-tax ce l’avrebbero, qualche ragione per essere incazzati. Anche se ricorda sempre Caretto qualcosa di importante: “In realtà, l’America non è uno dei Paesi più tassati al mondo, semmai è uno dei Paesi in cui le multinazionali e i super ricchi lo sono di meno: il prelievo massimo è del 34 per cento, cosa che fa ridere in Italia. Oggi, mentre la gente marciava nelle strade, Obama ha ribadito in un discorso alla nazione che riformerà il sistema fiscale a vantaggio dei ceti medio e basso. Le ha ricordato di avere già varato detrazioni fiscali per moltissime famiglie, aggiungendo che aumenterà le tasse solo per i redditi dei singoli superiori a 200 mila dollari e dei coniugi superiori ai 250 mila, e per i profitti delle «corporations“.

In Italia invece, e anche questa non è una notizia, nessuno protesta perché ha tasse troppo alte. O meglio, lo si fa come sempre, ma a mezza bocca. La lamentela ripetuta soprattutto in periodo di campagna elettorale – e utilizzata, ormai possiamo affermarlo tranquillamente, come mero strumento di propaganda – è stata appannaggio di una parte politica ben precisa: quella che ha vinto le elezioni. Che fosse un trucco lo si pensava un po’ tutti. La certificazione è arrivata nero su bianco quando il ministro economista e fiscalista Giulio Tremonti ha presentato il suo documento di programmazione economica e finanziaria. Nella tabella III.3, quella del bilancio programmatico si leggeva piuttosto chiaramente che “la pressione fiscale non diminuirà nel 2009, aumenterà nel 2010 al 43,1 per cento del PIL (quasi lo stesso livello dell’anno 2007, l’anno del terribile Vincenzo Visco!) e resterà stabile nel 2011 e nel 2012, per scendere, leggermente, solo nel 2013, restando comunque sostanzialmente agli stessi livelli del governo Prodi!“. E quel Dpef, è bene farlo sapere agli incurabili ottimisti, è stato scritto PRIMA dell’inizio della crisi finanziaria, ovvero a giugno. Se revisione di quei numeri ci sarà, è pacifico che sarà in peggio. Non solo: come oggi leggeremo in un altro articolo di Carlo Cipiciani (in pubblicazione alle 10 e 30), nel bollettino della Banca d’Italia pubblicato ieri, sta scritto chiaro e tondo che c’è stata una “riduzione del saldo negativo del bilancio statale, che passa dai -6,288 miliardi di euro dei primi due mesi del 2008 ai -9,877 del primo bimestre 2009, con una riduzione quindi del 39,4%. Ma nel bollettino è anche scritto come il risultato è stato ottenuto: le spese correnti, infatti, nel bimestre gennaio-febbraio 2009 sono pari a 71,467 miliardi di euro, rispetto ai 68,081 dello stesso periodo 2008. Ci sono quindi 3,386 miliardi di spesa corrente in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Il miracoloso effetto di riduzione del saldo del bilancio statale si deve ad un crollo delle spese per investimento“. Avete presente quelle per costruire (o mettere in sicurezza, o ricostruire) strade, ponti, ferrovie, linee adsl, ospedali, scuole e così via? Quelle lì. Che passano dai 10,008 miliardi di gennaio-febbraio 2008 ai miseri 1,165 miliardi del primo bimestre 2009: una riduzione dell’88,4%. Quasi 9 miliardi di euro di investimenti in meno. Il tutto per finanziare la spesa corrente. E qual è la spesa corrente, direte voi? La ricostruzione dell’Abruzzo? Macché. Sono i conti di febbraio, il terremoto non c’era ancora stato. 

Intanto, il governo ha varato una serie di provvedimenti anti-crisi, qualcuno a favore delle banche. Tra queste, i Tremonti bond. Ohiboh!, direte voi: ma non è esattamente quello che sta succedendo in America? Sì, tocca rispondere. Solo che c’è una differenza: qui stanno tutti zitti. Chi perché spera che nessuno se ne accorga – il governo, il Popolo delle Libertà e la Lega – chi perché non ha ancora capito che l’argomento ai cittadini interessa – il PD – chi perché non ha ancora proprio capito cosa sta succedendo – L’Italia dei Valori - chi perché ritiene più utile pensare a cazzeggiare – la Sinistra, l’Udc. In compenso, l’opinione pubblica è spaccata sulle sorti di Michele Santoro, Marco Travaglio e Vauro Senesi, tra chi ne vorrebbe la beatificazione per manifesto martirio, a chi ne vorrebbe la dannazione negli Inferi della censura. Quando una questione del genere, in America, neppure si porrebbe: lì sanno cosa significa pluralismo, di reti ce ne sono tante, e in mano ai privati. Tanti privati, tante voci: ciascuno ascolta ciò che vuole, da Rush Limbaugh all’Huffington Post. Intanto, da noi Berlusconi non è riuscito a imporre la sua volontà alla Lega (e chissà se ci ha mai realmente pensato), e il referendum sul sistema elettorale non verrà accorpato alle altre elezioni. La cosa divertente è che secondo Calderoli, la decisione di indicare il 21 giugno come data del referendum, “non è una vittoria della Lega, ma riguarda il rispetto della Costituzione“. No, dico: anche Calderoli che difende la Costituzione ci toccava vedere, nel clamoroso avanspettacolo che ci regala ogni giorno la politica italiana. In tutto ciò, rimane che si spenderanno altri soldi inutilmente, mentre la spesa corrente – la mangiatoia delle prebende di ciascun governo che si rispetti – cresce. Altro che Tea Party: ce n’è abbastanza per rincorrere i propri rappresentanti con il forcone, e preparargli, alla maniera del vecchio West, il sacco di pece e le piume, prima della cacciata con disonore. Eppure, specialmente da gente che ha rotto le palle per anni sulle troppe tasse che ti faceva pagare lo Stato, c’è un silenzio tombale. Non si muove foglia, nessuno sembra accorgersene. L’opinione pubblica di questo paese mostra un encefalogramma piatto. Oppure è tremendamente masochista. Oppure ancora siamo morti, ma nessuno ancora l’ha certificato. Speriamo che la risposta a questa domanda arrivi presto: questa suspence mi sta uccidendo!

(L’illustrazione non mi ricordo da dove l’ho presa; normalmente dovrei riconoscere il credit o rinunciarci, ma mi ricordava troppo l’attuale condizione psicologica di un conoscente per non metterla; scusate…)

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