Economia

L’impossibile difesa dei superstipendi in Borsa

8 aprile 2009

L’ad di Seat, Luca Majocchi, difende i grandi meriti dei manager italiani e la bontà delle loro retribuzioni. Ma con scarsa obiettività.

I manager italiani sono pagati troppo? No, sono pagati male. Nel senso che quasi mai la retribuzione, anche quella legata alla performance, non rispecchia né il loro valore né quello creato per la società che hanno creato per l’azienda. La dimostrazione più lampante l’ha data, quasi involontariamente, il più coraggioso (ai limiti dell’impudenza) tra di loro: Luca Majocchi. L’ex banchiere prodigio della prima nidiata Unicredit, sta per lasciare a giugno la guida di Seat Pagine gialle dopo sei anni di promesse e continue delusioni al mercato e si propri dipendenti. Un addio che gli frutterà 8 milioni di euro. Majocchi non rispetta la massima “prendi i soldi e scappa”, ma affida al Giornale il suo sfogo contro l’indignazione generale: “La nostra è una società strana. Accettiamo di pagare tanto chi ci diverte (nello sport, alla Tv), o chi fa il libero professionista, ma non i manager. Un esempio è quello di un allenatore di serie A, contratto triennale da 50 milioni lordi”. Insomma Majocchi, oltre a evocare Gesù/Mourinho (e nominandolo invano), pone sul piatto la questione più spinosa: siamo o non siamo più importanti delle celebrità mediatiche? I manager determinano i redditi di centinaia migliaia di lavoratori, definiscono con le loro strategie il presente e il futuro dell’industria nazionale. Tanta responsabilità richiede competenze che poi vanno pagate. Tutto vero e assolutamente condivisibile: un amministratore delegato che fa bene il proprio lavoro vale, per la sua azienda, cento volte di più di un semplice impiegato, giusto che possa guadagnare in proporzione.

L’ECCEZIONE? - Peccato che proprio Majocchi sia la dimostrazione che le retribuzioni dei manager non è una variabile della bontà del proprio lavoro. Mai il manager in questi cinque anni ha avuto un rendimento paragonabile ai campioni del calcio (Totti, Kaka, Del Piero, Ibrahimovic) che si sono guadagnati stipendi annuali simili ai suoi, l’unica similitudine calcistica calzante è con il flop più costoso dell’anno: Quaresma, anche se il portoghese ha avuto meno tempo per dimostrare il proprio valore. Quando prese in mano le redini di Seat Pg nel 2003 doveva traghettare la società dal business vecchio degli elenchi a quello delle informazioni su Internet. In più, doveva farlo senza impiegare troppo denaro visto che i suoi datori di lavoro (fondi di private equity che hanno acquisito la società da Telecom) hanno estratto 3 miliardi di euro di extra dividendi per rimpinguare i loro portafogli. Un esborso che non avrebbe tarpato il rilancio della società perché Seat sarebbe diventata più snella, più produttiva, più digitale. Tutte palle: i numeri ci dicono che il fatturato 2003 era di 1,45 miliardi di euro, dopo cinque anno è sceso a 1,375. Non è andata meglio sul fronte della redditività (il Mol è sceso da 673 a 658 milioni), né sul fronte della produttività visto che un minor fatturato è realizzato da mille dipendenti in più (5450 contro 6421). Il capitale investito è sceso da 4,8 miliardi a 3,9 miliardi a causa delle svalutazioni.

EPPURE - Eppure di fronte a questo peggioramento, il cda ha dato a Majocchi 1,5 miliardi per aver rispettato gli obiettivi di budget 2008. Obiettivi che non tengono conto del fatto che il margine lordo si trasforma in una perdita netta per gli enormi interessi sul debito (l’indebitamento sotto l’attuale gestione è passato da 428 milioni a 3,1 miliardi). Non solo, Majocchi ottiene 5 milioni perché gli azionisti vogliono assicurarsi che non vada a “migliorare” i conti qualche concorrente (un rischio che si poteva correre, stando ai numeri). Dopo cinque anni di gestione l’ad lascia la società in stato prefallimentare: la capitalizzazione di borsa è scesa da 2,4 miliardi a 400 milioni e Seat ha lanciato un aumento di capitale da 200 milioni di euro che ha l’unico scopo di dare alla società più tempo per rinegoziare il debito con le banche.

2 commenti a L’impossibile difesa dei superstipendi in Borsa

  1. AG

    Io posso solo dire che uno che avesse investito in azioni SEAT un 5000 euro verso il 1999-2000 adesso si ritroverebbe con meno di 10 euro, diritti inclusi ;)

    In effetti io un premio lo avrei da dare al Sig. Majocchi, peccato che ci sia l’arresto per quello.

  2. grano

    Quella clausola di non concorrenza retribuita con la modica cifra di 5 milioni di euro mi sembra la conferma sfacciata che il giro dei consiglieri di amministrazione delle grandi aziende è un giro chiuso nel quale pochi in realtà pagano di tasca propria (e quindi oggi io faccio il regalone a te e domani tu farai il regalone a me, qui o da qualche altra parte, indipendentemente dai risultati effettivi per gli azionisti nel medio termine).
    Poi questi soggetti hanno anche la faccia tosta di dire: “Le mie preoccupazioni per la sicurezza sono quelle di chiunque viva in una grande città”. Sì, come quelle di un operaio della Thyssen, paro paro!

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