Il 23 novembre del 1980, alle 19,33 avevo 17 anni, era quasi ora di tornare a casa ed ero a un minuto da uno dei terremoti più forti del secolo, ma non lo sapevo. Ero per strada, e la strada iniziò a sussultare, proprio come avevo sentito in una grande città europea, quando sotto i piedi ti passa la metropolitana, ma a Salerno la metropolitana non c’era. Poi iniziò a oscillare tutto, con un rumore di metallo e di vetri che si rompevano, un rumore ritmico, la gente che si fermava in mezzoo alla strada e scendeva dalla macchina, le sirene degli allarmi. Io mi ricordo la luce che andò via, io e il mio amico quasi abbracciati, la corsa verso il cortile dove ci riunivamo, e dopo, io e mio fratello nel buio verso casa, in mezzo a gente impazzita dalla paura, scontrarci nell’oscurità con i miei genitori che in senso inverso venivano a cercarci, perché allora i cellulari non esistevano. Io mi ricordo la notte passata in macchina con tante altre persone, l’alba livida a sentire gente che si chiede se il tuo palazzo, casa tua, ce la farà a stare in piedi, e poi tuo padre e tua madre che si chiedono dove si passerà la prossima notte. Io mi ricordo casa dei parenti, dove ho vissuto per un mese e mezzo, e per un mese noi ragazzi abbiamo dormito vestiti, perché così si scappava prima. Mi ricordo la faccia di mia madre quando ha visto in televisione le palazzine accartocciate dove vivevano i suoi alunni, e le storie dei tuoi amici che avevano i parenti in Irpinia. E un mese e mezzo senza scuola, in quarta liceo, un mese e mezzo senza vedere la ragazza che ti piaceva e che finalmente ti filava un po’, e quando finalmente la scuola è ricominciata, non era più quella di prima, lì si erano messi quelli che avevano perso la casa, e dovevi andare di pomeriggio in una classe che non era la tua, la mattina c’era qualcun altro, e siccome era una classe femminile i tuoi amici lasciavano le frasi sul banco per le ragazze. Mi ricordo la gente con lo sguardo vuoto, che si chiedeva se aveva perso i sacrifici di una vita, e quella con lo sguardo stretto, tornare con le coperte dell’esercito, anche se aveva la casa intatta. Mi ricordo i container sotto casa, e il mio amico chitarrista che diceva che in quella scatola di metallo che era diventata camera sua c’era una acustica bellissima. E la vibrazione che sentivi a ogni bus che prendeva una buca per strada, e le leggende più strampalate, e la sensazione di essere fortunato perché vedevi in televisione il cosiddetto “cratere”, dove interi paesi non esistevano più. Mi ricordo gli scioperi a scuola per avere un’aula in più, tre mesi senza cinema perché se arriva una scossa come si fa a scappare da dentro un cinema, e poi piano piano la vita che ritorna normale, e dopo un anno pensi che forse è quasi finita, ma non è proprio così. Mi ricordo gli anni di polemiche, un oceano di soldi ingoiato nel nulla, una ricostruzione lentissima e mafie ingrassate di ogni genere. Ma mi ricordo anche tanta dignità, le storie di chi aveva tirato fuori persone a mani nude, prima che inventassero la Protezione Civile, la gente che quando si incontrava per strada aveva voglia di parlare, di sentirsi meno sola. Mi ricordo l’Università che ancora portava i segni della scossa, e la voglia e la rabbia a tratti, il desiderio di lottare per i tuoi diritti, la speranza che da tutte queste macerie potesse nascere qualcosa di nuovo e poi pian piano le ferite che si rimarginavano, la gente che tornava nelle proprie case, i prefabbricati che sparivano e quell’aria da reduce che ti iniziavi a dare quando qualcuno parlava di terremoto, perché tu ne avevi vissuto uno vero, altro che storie.
Io tutte queste cose me le ricordo.
Coraggio, ragazzi.
Giuseppe Prisco























grazie
Grazie Giuseppe.
Anch’io me lo ricordo…anche se ero molto piccola, probabilmente perchè i brutti ricordi difficilmente si dimenticano…mi sono rimasti dei “flash” impressi nella memoria:
mi ricordo le scarpe nere lucide con la fibbia che portavo…alle quali dedicavo la mia attenzione in quel momento…
ricordo che mio padre mi prese in braccio per scappare giù in strada…strada che non era più tale…ma un ammasso di formiche che correva nella stessa direzione per un ancòra di salvezza…la spiaggia!
…ricordo una vecchia fiat 500 bianca capovolgersi su se stessa…
…ricordo le notti trascorse a dormire sulle “tonnare” ascoltando le onde del mare che ti facevano compagnia…
Grazie
Ricordo bene tutto anch’io. Ero ai margini del grande terremoto, le case lesionate, ma non crollate, la paura e gli occhi fissi ai lampadari, le scuole chiuse e le università disperse difficile per chi non era in sede districarsi, le scosse infinite… Tanti che vestiti si mettevano a letto o stavano in piedi, pronti a correre, con gli occhi pieni dell’orrore che la Tv ci mostrava, mentre noi non potevamo fare a meno di pensare, che quelle case distrutte potevano essere le nostre, e quei cadaveri impitosamente mostrati potevamo essere noi, o i nostri figli i nostri cari