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pubblicato il 7 aprile 2009 alle 08:45 dallo stesso autore - torna alla home

Il 23 novembre del 1980, alle 19,33 avevo 17 anni, era quasi ora di tornare a casa ed ero a un minuto da uno dei terremoti più forti del secolo, ma non lo sapevo. Ero per strada, e la strada iniziò a sussultare, proprio come avevo sentito in una grande città europea, quando sotto i piedi ti passa la metropolitana, ma a  Salerno la metropolitana non c’era. Poi iniziò a oscillare tutto, con un rumore di metallo e di vetri che si rompevano, un rumore ritmico,  la gente che si fermava in mezzoo alla strada e scendeva dalla macchina, le sirene degli allarmi. Io mi ricordo la luce che andò via, io e il mio amico quasi abbracciati, la corsa verso il cortile dove ci riunivamo, e dopo, io e mio fratello nel buio verso casa, in mezzo a gente impazzita dalla paura, scontrarci nell’oscurità con i miei genitori che in senso inverso venivano a cercarci, perché allora i cellulari non esistevano. Io mi ricordo la notte passata in macchina con tante altre persone, l’alba livida a sentire gente che si chiede se il tuo palazzo, casa tua, ce la farà a stare in piedi, e poi tuo padre e tua madre che si chiedono dove si passerà la prossima notte. Io mi ricordo casa dei parenti, dove ho vissuto per un mese e mezzo, e per un mese noi ragazzi abbiamo dormito vestiti, perché così si scappava prima. Mi ricordo la faccia di mia madre quando ha visto in televisione le palazzine accartocciate dove vivevano i suoi alunni, e le storie dei tuoi amici che avevano i parenti in Irpinia. E un mese e mezzo senza scuola, in quarta liceo, un mese e mezzo senza vedere la ragazza che ti piaceva e che finalmente ti filava un po’, e quando finalmente la scuola è ricominciata, non era più quella di prima, lì si erano messi quelli che avevano perso la casa, e dovevi andare di pomeriggio in una classe che non era la tua, la mattina c’era qualcun altro, e siccome era una classe femminile i tuoi amici lasciavano le frasi sul banco per le ragazze. Mi ricordo la gente con lo sguardo vuoto, che si chiedeva se aveva perso i sacrifici di una vita, e quella con lo sguardo stretto, tornare con le coperte dell’esercito, anche se aveva la casa intatta. Mi ricordo i container sotto casa, e il mio amico chitarrista che diceva che in quella scatola di metallo che era diventata camera sua  c’era una acustica bellissima. E la vibrazione che sentivi a ogni bus che prendeva una buca per strada, e le leggende più strampalate, e la sensazione di essere fortunato perché vedevi in televisione il cosiddetto “cratere”, dove interi paesi non esistevano più. Mi ricordo gli scioperi a scuola per avere un’aula in più, tre mesi senza cinema perché se arriva una scossa come si fa a scappare da dentro un cinema, e poi piano piano la vita che ritorna normale, e dopo un anno pensi che forse è quasi finita, ma non è proprio così. Mi ricordo gli anni di polemiche, un oceano di soldi ingoiato nel nulla, una ricostruzione lentissima e mafie ingrassate di ogni genere. Ma mi ricordo anche tanta dignità, le storie di chi aveva tirato fuori persone a mani nude, prima che inventassero la Protezione Civile, la gente che quando si incontrava per strada aveva voglia di parlare, di sentirsi meno sola. Mi ricordo l’Università che ancora portava i segni della scossa, e la voglia e la rabbia a tratti, il desiderio di lottare per i tuoi diritti, la speranza che da tutte queste macerie potesse nascere qualcosa di nuovo e  poi pian piano le ferite che si rimarginavano, la gente che tornava nelle proprie case, i prefabbricati che sparivano e quell’aria da reduce che ti iniziavi a dare quando qualcuno parlava di terremoto, perché tu ne avevi vissuto uno vero, altro che storie.

Io tutte queste cose me le ricordo.

Coraggio, ragazzi.

Giuseppe Prisco

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