Alonzo Mourning, eroe dentro e fuori dal campo
06/04/2009 - La sera dello scorso 30 marzo, presso la American Airlines Arena di Miami, Florida, si è celebrato un momento speciale. I padroni di casa – quei Miami Heat che, dopo la fantastica annata del 2005, terminata con la conquista del
La sera dello scorso 30 marzo, presso la American Airlines Arena di Miami, Florida, si è celebrato un momento speciale. I padroni di casa – quei Miami Heat che, dopo la fantastica annata del 2005, terminata con la conquista del loro primo e finora unico titolo NBA, hanno progressivamente peggiorato le proprie prestazioni – affrontavano gli Orlando Magic, rivali storici, nonché unica altra formazione ad avere sede nel Sunshine State, tra le squadre più in forma dell’attuale campionato
Così in forma da affermarsi anche quella sera, con un risultato finale di 101-95, grazie all’ennesima performance da incorniciare della stella Dwight Howard – serio candidato al premio di MVP di questa stagione – autore di 22 punti, ma soprattutto in grado di catturare 18 rimbalzi, diventando così il più giovane cestista nella storia della National Basketball Association a oltrepassare quota 5000 rimbalzi (record che prima apparteneva a un tale di nome Wilt Chamberlain – per i neofiti, né più né meno di uno dei più grandi giocatori che abbiano mai messo piede su un parquet). Il momento speciale, tuttavia, non ha riguardato l’incontro, il cui risultato ha per qualche giorno piazzato i Magic in seconda posizione assoluta nella Eastern Conference, né la prova monstre di Howard o di altri giocatori in campo. Quella sera, nello stadio che i locali chiamano amichevolmente “Triple A“, di fronte a 19 mila e 600 spettatori, è stata la prima volta in cui i Miami Heat hanno ritirato un numero di maglia appartenuto a un loro ex giocatore. Una casacca che, d’ora in poi, non potrà più essere indossata da alcun attuale o futuro componente della squadra. Il numero ritirato è il 33, il cui titolare era, è e sarà sempre Alonzo Mourning.
PLURIPREMIATO! - Una cerimonia durata 43 minuti, introdotta dalla lettura di una lettera scritta e firmata dal presidente americano Barack Obama e arricchita da interventi in prima persona del governatore della Florida, il repubblicano Charlie Crist, del presidente (ed ex allenatore) degli Heat Pat Riley, del suo ex allenatore al college John Thompson e, non ultimo, del suo storico mentore, nonché ex stella della NBA, Patrick Ewing. Raramente le cerimonie di ritiro della maglia sono così sentite. Difficilmente tali manifestazioni iniziano con una lettera dell’inquilino della Casa Bianca. Mourning, tuttavia, fa caso a sé. Alonzo Harding Mourning, Jr., soprannominato “Zo“, nato l’otto febbraio del millenovecentosettanta in quel di Chesapeake, Virginia (nome noto a chiunque abbia nozioni di storia americana, in quanto sede di una arcinota battaglia del 1781), rappresenta molto più di un normale professionista della pallacanestro, molto più di un semplice talento sportivo. Due metri e otto centimetri di altezza, centodiciotto chilogrammi di peso, è stato uno dei centri di maggior impatto degli anni ’90, uno dei più arcigni difensori della storia recente, capace di vincere due volte il premio di NBA Defensive Player of the Year e di essere selezionato innumerevoli volte per l’NBA All Defensive Team. Sedici anni di onorata carriera, nei quali ha militato in tre formazioni diverse: Charlotte Hornets (1993-95), Miami Heat (1995-2002), New Jersey Nets (2003-04), quindi nuovamente Miami Heat (2005-2008). Una lunga militanza, quella nella squadra della Florida (della quale mantiene il record di punti, rimbalzi e stoppate totali), coronata con l’anello di campione conseguito nel 2005 e, ora, dal ritiro della maglia. Onorificenze alle quali si aggiungono le convocazioni per la nazionale americana, della quale ha fatto parte nel 1990 (Mondiali di Argentina, nazionale collegiale, bronzo), nel 1994 (ultimo oro mondiale vinto dagli Usa, a Toronto) e nel 2000 (oro alle Olimpiadi di Sidney).
LA PARTITA PIU’ DURA – Non sono tuttavia le statistiche e i premi individuali a rendere speciale – o per lo meno differente – la carriera di Alonzo Mourning. Non sono nemmeno le sue poderose stoppate, il suo gioco aggressivo, o il suo attaccamento alla squadra. A rendere unica l’esperienza di “Zo” è stata la vicenda umana che lo ha riguardato, la quale ha fatto da sfondo alla sua esperienza sportiva, influenzando le sue azioni dentro e fuori dal campo. Una vicenda che ha origine nel 2000, quando Mourning stava rientrando negli Stati Uniti dopo la performance vincente del “Dream Team” ai Giochi Olimpici di Sidney. Nel corso dell’estate, in seguito a una visita medica, gli venne diagnosticata la GSSF, acronimo che sta per Glomerulosclerosi segmentaria e focale. Una malattia che colpisce i reni, una sindrome clinico-patologica caratterizzata da “proteinuria massiva tipicamente non selettiva, ipertensione sistemica, insufficienza renale, resistenza agli steroidi e lesioni sclero-ialine glomerulari”. Una malattia dalle serie conseguenze per un qualsiasi individuo, sinonimo di quasi sicura fine carriera per un atleta. Ma Mourning non si arrese, decidendo di sottoporsi a un trattamento intensivo, il quale gli impedì di giocare per cinque mesi e gli consentì di scendere in campo solo 13 volte nella stagione 2000-2001. Nonostante la diagnosi, e nonostante le condizioni non ottimali, il numero 33 degli Heat ricevette il via libera da parte dei medici per disputare il campionato successivo: 75 partite totali, nelle quali, in evidente difficoltà fisica, riuscì a dare un contributo fondamentale alla squadra, la quale tuttavia non raggiunse l’obiettivo dei Playoff. Un notevole e improvviso peggioramento della sua salute lo costrinse però a restare lontano dal parquet per l’intera stagione 2002-2003, con conseguente scadenza del contratto che lo legava a Miami. A dispetto dell’intenzione di continuare a indossare la casacca degli Heat, a causa di questioni contrattuali, Mourning decise di cambiare aria, approdando ai New Jersey Nets, con la speranza di poter tornare ai livelli di gioco mostrati in passato.
HAPPY END – L’ottimismo che accompagnò il suo arrivo ai Nets, tuttavia, fu di breve durata. Dopo soli dodici incontri disputati, Mourning fu fermato dai medici, a causa di un nuovo e preoccupante calo fisico, dovuto a un ulteriore peggioramento delle condizioni. Alonzo, in pericolo di vita, annunciò il suo ritiro dall’attività e si sottopose a un trapianto di rene, donatogli dal cugino marine Jason Cooper il 19 dicembre 2003. In seguito al trapianto, avvenne un miracoloso recupero che, grazie all’enorme forza di volontà di Mourning, si tradusse in un ritorno in campo: caso rarissimo nella storia della NBA (unico precedente quello di Sean Elliott dei San Antonio Spurs), il ritorno all’attività agonistica di un atleta sottoposto a trapianto di rene. Di ritorno ai Nets, nel 2004-2005, Zo venne spedito ai Toronto Raptors in cambio di Vince Carter dopo nemmeno 18 partite giocate. In aperta polemica con la società, rifiutò il trasferimento in Canada, costringendo i Raptors a lasciarlo libero. Di qui, la decisione di tornare a giocare per Miami, città da lui amata, accettando un contratto di minore entità rispetto al passato, ma soprattutto accettando, alla veneranda età di 35 anni, di non giocare da titolare e di fare da riserva all’ex rivale Shaquille O’Neal (“Non ci saranno problemi con O’Neal: la nostra rivalità non conta più perché adesso sono nella sua squadra” fu la sua prima dichiarazione al riguardo), al solo fine di conquistare un titolo NBA. Cosa riuscita al secondo tentativo, dopo soli due anni dal ritorno in Florida, grazie anche al suo non trascurabile contributo, a dispetto dell’età e, ovviamente, a dispetto dei trascorsi medici. “Pensate a tutto quello che ha attraversato” ha dichiarato l’attuale stella dei Miami Heat, e suo ex compagno di squadra, Dwyane Wade, “Se pensate a Miami, pensate ad Alonzo Mourning“. La vicenda umana che lo ha visto protagonista ha portato Mourning a impegnarsi attivamente, nel corso degli anni, a intensificare la sua attività nel campo della beneficenza – nel quale già operava sin dal 1997, anno in cui lanciò la “Alonzo Mourning Charities Inc.”, per aiutare bambini di famiglie povere. Dopo che gli fu diagnosticata la malattia, fondò la “Zo’s Fund For Life”, campagna di fondi per combattere la glomerulosclerosi. Nel 2007, assieme a celebrità del calibro di André Agassi, Lance Armstrong, Warrick Dunn, Mia Hamm, Jeff Gordon, Tony Hawk, Mario Lemieux e molti altri, ha inaugurato l’organizzazione no-profit “Athletes for Hope“. Un impegno che è stato riconosciuto dallo stesso Barack Obama: “Voglio che tu sappia quanto siamo orgogliosi della tua straordinaria carriera, ma anche del modo in cui tu hai contribuito per il bene della comunità in tutti questi anni: sei stato, e continuerai a essere, un grande leader. Dio benedica la tua famiglia“.












