La sera dello scorso 30 marzo, presso la American Airlines Arena di Miami, Florida, si è celebrato un momento speciale. I padroni di casa – quei Miami Heat che, dopo la fantastica annata del 2005, terminata con la conquista del loro primo e finora unico titolo NBA, hanno progressivamente peggiorato le proprie prestazioni – affrontavano gli Orlando Magic, rivali storici, nonché unica altra formazione ad avere sede nel Sunshine State, tra le squadre più in forma dell’attuale campionato
Così in forma da affermarsi anche quella sera, con un risultato finale di 101-95, grazie all’ennesima performance da incorniciare della stella Dwight Howard – serio candidato al premio di MVP di questa stagione – autore di 22 punti, ma soprattutto in grado di catturare 18 rimbalzi, diventando così il più giovane cestista nella storia della National Basketball Association a oltrepassare quota 5000 rimbalzi (record che prima apparteneva a un tale di nome Wilt Chamberlain – per i neofiti, né più né meno di uno dei più grandi giocatori che abbiano mai messo piede su un parquet). Il momento speciale, tuttavia, non ha riguardato l’incontro, il cui risultato ha per qualche giorno piazzato i Magic in seconda posizione assoluta nella Eastern Conference, né la prova monstre di Howard o di altri giocatori in campo. Quella sera, nello stadio che i locali chiamano amichevolmente “Triple A“, di fronte a 19 mila e 600 spettatori, è stata la prima volta in cui i Miami Heat hanno ritirato un numero di maglia appartenuto a un loro ex giocatore. Una casacca che, d’ora in poi, non potrà più essere indossata da alcun attuale o futuro componente della squadra. Il numero ritirato è il 33, il cui titolare era, è e sarà sempre Alonzo Mourning.
PLURIPREMIATO! - Una cerimonia durata 43 minuti, introdotta dalla lettura di una lettera scritta e firmata dal presidente americano Barack Obama e arricchita da interventi in prima persona del governatore della Florida, il repubblicano Charlie Crist, del presidente (ed ex allenatore) degli Heat Pat Riley, del suo ex allenatore al college John Thompson e, non ultimo, del suo storico mentore, nonché ex stella della NBA, Patrick Ewing. Raramente le cerimonie di ritiro della maglia sono così sentite. Difficilmente tali manifestazioni iniziano con una lettera dell’inquilino della Casa Bianca. Mourning, tuttavia, fa caso a sé. Alonzo Harding Mourning, Jr., soprannominato “Zo“, nato l’otto febbraio del millenovecentosettanta in quel di Chesapeake, Virginia (nome noto a chiunque abbia nozioni di storia americana, in quanto sede di una arcinota battaglia del 1781), rappresenta molto più di un normale professionista della pallacanestro, molto più di un semplice talento sportivo. Due metri e otto centimetri di altezza, centodiciotto chilogrammi di peso, è stato uno dei centri di maggior impatto degli anni ’90, uno dei più arcigni difensori della storia recente, capace di vincere due volte il premio di NBA Defensive Player of the Year e di essere selezionato innumerevoli volte per l’NBA All Defensive Team. Sedici anni di onorata carriera, nei quali ha militato in tre formazioni diverse: Charlotte Hornets (1993-95), Miami Heat (1995-2002), New Jersey Nets (2003-04), quindi nuovamente Miami Heat (2005-2008). Una lunga militanza, quella nella squadra della Florida (della quale mantiene il record di punti, rimbalzi e stoppate totali), coronata con l’anello di campione conseguito nel 2005 e, ora, dal ritiro della maglia. Onorificenze alle quali si aggiungono le convocazioni per la nazionale americana, della quale ha fatto parte nel 1990 (Mondiali di Argentina, nazionale collegiale, bronzo), nel 1994 (ultimo oro mondiale vinto dagli Usa, a Toronto) e nel 2000 (oro alle Olimpiadi di Sidney).
LA PARTITA PIU’ DURA – Non sono tuttavia le statistiche e i premi individuali a rendere speciale – o per lo meno differente – la carriera di Alonzo Mourning. Non sono nemmeno le sue poderose stoppate, il suo gioco aggressivo, o il suo attaccamento alla squadra. A rendere unica l’esperienza di “Zo” è stata la vicenda umana che lo ha riguardato, la quale ha fatto da sfondo alla sua esperienza sportiva, influenzando le sue azioni dentro e fuori dal campo. Una vicenda che ha origine nel 2000, quando Mourning stava rientrando negli Stati Uniti dopo la performance vincente del “Dream Team” ai Giochi Olimpici di Sidney. Nel corso dell’estate, in seguito a una visita medica, gli venne diagnosticata la GSSF, acronimo che sta per Glomerulosclerosi segmentaria e focale. Una malattia che colpisce i reni, una sindrome clinico-patologica caratterizzata da “proteinuria massiva tipicamente non selettiva, ipertensione sistemica, insufficienza renale, resistenza agli steroidi e lesioni sclero-ialine glomerulari”. Una malattia dalle serie conseguenze per un qualsiasi individuo, sinonimo di quasi sicura fine carriera per un atleta. Ma Mourning non si arrese, decidendo di sottoporsi a un trattamento intensivo, il quale gli impedì di giocare per cinque mesi e gli consentì di scendere in campo solo 13 volte nella stagione 2000-2001. Nonostante la diagnosi, e nonostante le condizioni non ottimali, il numero 33 degli Heat ricevette il via libera da parte dei medici per disputare il campionato successivo: 75 partite totali, nelle quali, in evidente difficoltà fisica, riuscì a dare un contributo fondamentale alla squadra, la quale tuttavia non raggiunse l’obiettivo dei Playoff. Un notevole e improvviso peggioramento della sua salute lo costrinse però a restare lontano dal parquet per l’intera stagione 2002-2003, con conseguente scadenza del contratto che lo legava a Miami. A dispetto dell’intenzione di continuare a indossare la casacca degli Heat, a causa di questioni contrattuali, Mourning decise di cambiare aria, approdando ai New Jersey Nets, con la speranza di poter tornare ai livelli di gioco mostrati in passato.



