Storie della domenica, la rubrica che nei giorni festivi vi tiene compagnia, facendovi pensare , o rilassare, piangere, ridere, assistere a pezzi di vita inventata. Ma vera.
Sete. Apro gli occhi ed intorno a me c’è un deserto bianchissimo, sovrastato da un sole giallo, che diffonde luce accecante oltre il suo naturale cerchio. Guardo dappertutto, ma non vedo nient’altro che bianco; non sento nulla, solo il bruciore della gola che mi chiede un goccio d’acqua. Cammino, cammino e finalmente appare una bottiglia di plastica, piena ed invitante. La infilo avidamente in bocca quasi ingoiando il suo esile e lungo collo. Ne scende un’unica goccia che regalo alla mia saliva, che, scendendo in gola, mi sveglia, mi riporta alla mia situazione reale. Sento ancora la plastica lungo la mia trachea, un sapore amarognolo come di una bottiglia al sole, con acqua calda e schifosa. Sent
o il suo odore e cerco di buttarla via, ma non ho mani a cui comandare un movimento, non un muscolo della testa che ascolti i miei desideri, non un alito che si possa trasformare in richiesta d’aiuto. Solo una luce diffusa sopra la mia testa, su occhi aperti che non so chiudere, su pupille dilatate che non so mettere a fuoco. Ma percepisco suoni. Il ronzio di un neon, passi lontani, che si avvicinano, si fermano, per poi dileguarsi nel silenzio. E un ticchettio come di un orologio, ma più lento, che si accorda con un mastice che si gonfia e si sgonfia. Altri passi, più calmi, uno sbuffo di sedia imbottita, uno scricchiolio di spalliera e un leggero sfrigolio di calze che si incontrano. Un libro che si poggia su un tavolo, le pagine che lentamente cominciano a battere l’una contro l’altra.
Una voce, esile, gentile: ”Ciao.”
Pausa, un vento leggero mi sfiora il viso, mentre scompare per un attimo la luce sui miei occhi. La spalliera scricchiola di nuovo e la voce, miracolosamente, ricomincia a farsi sentire: ”Ho sempre sognato ad occhi aperti: quando ero piccolo mi fermavo e i miei pensieri si trasformavano in cataclismi che frantumavano case, bambini che si dimenavano nei flutti, aerei che stavano per schiantarsi; e io correvo velocissimo, infaticabile, a salvare tutti. Diventavo l’eroe coraggioso che non ero, al centro di un’attenzione che non sentivo mai. Ma non erano solo pensieri eroici: a volte inventavo persone, animali e cose mai viste, teorie e discorsi che vivevano nella mia fantasia, fino a che un pallone o la voce di mia madre mi richiamavano alla realtà”
“A volte fantasticavo la continuazione di romanzi o film. Immaginavo i personaggi dopo la parola fine per il desiderio che il lieto sistemarsi delle cose durasse un po’ di più. Inventavo le storie dei miei cartoni animati preferiti quando, al sopraggiungere dell’estate, i palinsesti si affollavano di repliche e aumentavano le ore libere per fantasticare. A volte mi ribellavo, cambiavo un finale, o un personaggio. Pensavo, pensavo e passava il tempo.” Rumore di pagine messe da parte, di pagine accarezzate; il filo di un segnalibro scivola per evitare futuri strusci di fogli: ”Caro diario, caro me stesso, povero disgraziato che hai deciso di abitare il mio corpo, ti scrivo per consigliarti di andar via, prima che crolli tutto. E credimi, sto cercando di trovare almeno un briciolo di sentimento intorno a me. Ma anche le mie storie non inventano che delusioni. Per lei, che con un bacio mi ha illuso, mi ha fatto toccare il cielo, ma poi, ricaduta in inibizioni millenarie, mi ha mandato via, rinunciando a carezze e sospiri.
Per i miei amici, quei legami che si dichiaravano eterni. Ma quando arrivano gli anni, gli incontri si fanno radi, rari, fino a spogliarsi della loro ipocrisia e sfumare nel nulla. Nemmeno la famiglia sfugge al logorio del tempo. Quando il lavoro consuma tutte le energie, lasciando agli altri solo ambizioni e delusioni, anche loro ti sostituiscono, cercando altrove quei sentimenti che gli hai negato. Anche io ho scaricato sulla famiglia depressione, isterismi, quel misto di orgoglio e distratta indifferenza che li ha allontanati per sempre. Ma mi torturano storie più tristi, che mi vestono dei sentimenti di poveri sfortunati che vendono la loro vita per un posto in questo paese dei balocchi. Sapeste, in fondo al mare che vi custodisce come perle, quanto siete migliori di quelli che vi considerano bestie, o che, aggiornando il conto dei morti, quasi ringraziano Dio che vi ha risparmiato altri stenti. Voi che avete lasciato famiglie e speranze, comunità vive, più autentiche e pure, dove ci sono più feste di piazza che sere davanti alla tivù, più amici che presentatori televisivi; dove il rispetto ferma, davanti ad una donna che ha perso il figlio, quei microfoni che qui registrano il dolore solo per vendere più assorbenti e merendine. Questo fiume di parole non porta a nulla. I miei occhi sono tristi ma rifiutano, a questo mondo, altre lacrime e sentimenti. Preferisco uccidere i miei sogni sull’altare di questo foglio piuttosto che vederli imbrigliati nell’uniforme dell’apatia.
Addio diario. E’ arrivata anche per te la parola FINE.”




“Anche io ho scaricato sulla famiglia depressione, isterismi, quel misto di orgoglio e distratta indifferenza che li ha allontanati per sempre.”
“Sono pronto, solo il tempo di cercare l’interruttore giusto.”
aggiungerei, solo il tempo di trovare un “input”: e ciò che è interessante è partire, non arrivare;…partire sempre pieni d’amore, di desiderio e di entusiasmo, e quest’ultimo non è lontano dalla gioia!
Altro che racconto! è un resoconto che racchiude tutte le storie che hai scritto!
La tua bimba che fa?…è tranquilla?
@cocci
Il concetto che tu hai ripreso è secondo me molto importante perchè la famiglia diventa il posto dove più spesso si da il peggio di sè (altro che famiglia del Mulino Bianco) e per questo bisogna stare attenti, molto attenti
@Lucia
non saprei dire cosa fa da input: a volte la disperazione a volte la gioia. Ma a piace credere che questo input può venire anche dalla osservazione di se stessi che, fuori dalle banalità, significa fermarsi un attimo e chiedersi se si è felici e cosa ci può rendere felici.
La bimba sta bene, mangia sempre di più e dorme sempre di meno…ma con tranquillità….
azz…ma non lo avevo commentato già, questo racconto??
Mi è venuta la voglia di leggere tutta la raccolta dall’inizio…