Qualche idea c’è, ma né il Partito Democratico né il Popolo della Libertà avanzano proposte per evitare che siano le Regioni in maniera del tutto discrezionale a nominare i direttori generali delle Asl. La politica toglierà le mani dalla Sanità?
Si parla tanto di meritocrazia negli ultimi tempi: l’anti-fannulloni Brunetta, per molti emblema della lotta alla burocrazia e alle inefficienze, è il Ministro più applaudit
o al primo congresso del Pdl e l’allarme per il pericolo dello statalismo dilagante è sempre pronto a riapparire in ogni dove. Ma una delle massime espressioni della invadenza della politica nella gestione della cosa pubblica, la nomina dei dirigenti delle aziende sanitarie pubbliche da parte delle Regioni, che oggi avviene in maniera del tutto discrezionale, non viene affatto presa di mira nonostante ci siano gli elementi per renderla più efficace in termini di competenza e capacità dei manager selezionati.
SPARTIZIONE PARTITOCRATICA – Per far fronte a quella che viene definita occupazione partitocratrica della Sanità sul tavolo della XII Commissione Parlamentare della Camera (Affari Sociali) sono giunte alcune proposte di legge che mirano alla modifica dei criteri di selezione dei direttori generali delle Asl: una è targata Radicali Italiani (i firmatari sono i sei Radicali eletti alla Camera tra le fila del Pd), l’altra è targata Italia dei Valori (prima firmataria Silvana Mura). Nessuna proviene dalla maggioranza, nessuna da ex-diesse e Margherita. I due testi presentano il problema della scarsa efficienza e trasparenza negli stessi termini. Si legge, ad esempio, nella prima proposta: “L’affidare strutture complesse e costose come le aziende sanitarie locali e ospedaliere a persone designate dalle rispettive
giunte regionali non tanto per le loro capacità manageriali, quanto per il loro grado di acquiescenza ai politici, si riflette a cascata o, per meglio dire, a piramide, sull’intera struttura e si ripercuote negativamente su chi sta alla base della piramide, ovvero il cittadino utente, con conseguenze deleterie sia per la salute dei cittadini, sia per il corretto utilizzo delle risorse che essi contribuiscono ogni anno a finanziare con le imposte e con i ticket sanitari“. Sono sulla stessa linea i dipietristi che introducono così: “La discrezionalità del direttore generale è totale ma la sua autonomia è subordinata alla politica che lo ha nominato. Dato che, attualmente, spetta al direttore generale nominare il direttore sanitario e il direttore amministrativo, le aziende sanitarie si confermano purtroppo come organi di natura politica, i cui dirigenti spesso non riescono a garantire l’indispensabile imparzialità nella gestione della pubblica amministrazione“.
VIE D’USCITA – Quali strada indicano i due testi per affrontare il problema ed evitare che il sistema sanitario continui ad essere un santuario della politica? La proposta radicale di cui è prima firmataria Maria Antonietta Farina Coscioni, moglie di Luca, “intende scardinare completamente il meccanismo delle nomine, sostituendolo in modo radicale“. La selez
ione dei manager verrebbe “affidata totalmente a una commissione costituita da cinque membri fra: rappresentanti delle maggiori società di interesse nazionale nel campo del consulting manageriale, prese in considerazione in base alla media ponderata dei seguenti fattori: fatturato, numero delle sedi sul territorio, quantità del personale inquadrato e a progetto“. La suddetta commissione stilerebbe “una graduatoria in base alla quale verrebbero poi assegnati i posti in palio, tenendo conto delle indicazioni dei candidati, e delle valutazioni della Commissione“. Il testo di Silvana Mura, invece, dispone che ogni regione provveda “ad istituire una propria Autorità, composta da cinque membri, che dopo una selezione per titoli e colloquio, stila una graduatoria dei tre migliori candidati“. “La regione nomina quindi direttore sanitario uno dei tre candidati selezionati dall’Autorità. Nel caso che la scelta non ricada sul primo in graduatoria, la scelta in difformità dovrà essere opportunamente motivata“. Anche un disegno di legge del precedente Governo, presentato dall’allora Ministro della Salute Livia Turco nel dicembre 2007, aveva provato ad indicare una soluzione. Ma la repentina caduta del Prodi II ad inizio 2008 aveva sbarrato la strada alla proposta. Si proponeva di passare “dalla nomina tout court decisa dalla giunta regionale a una nomina conseguente alla scelta fra una terna di nomi indicata da una commissione composta da tre membri scelti dalla regione, di cui uno tra dirigenti apicali della regione stessa, uno tra direttori generali di aziende sanitarie locali e ospedaliere e uno tra docenti universitari“.
POSSIBILE SOLUZIONE – Nessuna tra tutte queste proposte sembra, però, avere a che fare con i criteri ancora più selettivi sui quali dovrà pronunciarsi prossimamente la Regione Lazio. Secondo quanto previsto da un progetto della Regione presieduta da Marrazzo, che di critiche per la gestione della Sanità durante il suo mandato ne ha subite non poche “alla selezione dei direttori generali verrebbe preposta una commissione, composta da cinque membri, scelti dal presidente della Regione tra ex giudici della Corte
Costituzionale, magistrati a riposo delle supreme magistrature e professori ordinari anche a riposo, che proporrà tre candidati al presidente. Iter analogo per la nomina dei primari. Questi saranno nominati da una commissione esterna composta da cinque dirigenti in servizio presso il sistema sanitario nazionale che verranno estratti a sorte: tre dagli elenchi di altre regioni e due dall’elenco regionale” (fonte Il Messaggero). I primari, stando alla proposta che ha incassato per ora il parere favorevole del Tribunale per i diritti del malato (Cittadinanzattiva), quindi, non verrebbero nominati direttamente dal direttore generale, bensì da una commissione scelta con lo strumento del sorteggio e, per forza di cose, molto più difficilmente controllabile politicamente. Anche la nomina del direttore generale, non avvenendo più a discrezione della Regione, essendo operata da ex alte cariche della magistratura, riduce di parecchio il rischio di spartizioni partitocratriche. Rischi che possono essere corsi, invece, con le proposte parlamentari, nelle quali o si ricorre al mercato e alle grandi aziende per la selezione degli esperti da mettere alla guida delle aziende ospedaliere, o più semplicemente si interpone tra Regione e Asl un nuovo organo, i cui componenti sono scelti dalla Regione stessa. Una mossa da valutare, quella della Regione Lazio, ammesso che qualcuno lo status attuale delle cose lo voglia davvero cambiare.






















Il tema è semplice e difficile da affrontare al tempo stesso. Vado forse un po’ “controcorrente”, seguendo quindi il tuo ragionamento.
La politica sanitaria la fanno, in Italia, le Regioni, che ne rispondono direttamente ai loro cittadini: infatti, è proprio per finanziare alcuni deficit sanitari che sono state fatte molte delle manovre regionali sull’Irpef regionale o sull’Irap (nei limiti imposti dalla legge).
La gestione concreta della ASL e delle AO spetta, invece, ai Direttori delle stesse. Ma loro devono applicare gli indirizzi di politica sanitaria e di gestione finanziaria dati dalla Regione.
Quindi, che la nomina di coloro che sono chiamati a gestire gli indirizzi della Giunta regionale la faccia la Giunta regionale NON MI SEMBRA un grande scandalo, e trovo (sono perfettamente d’accordo con te) le proposte di legge dei radicali e dell’IDV nella migliore delle ipotesi ingenue.
IO, più che alle nomine, guarderei alla Valutazione e al controllo della realizzazione degli obiettivi: è lì che avviene il “mercimonio” per cui si risponde a logiche che bnon sono nè aziendali nè di efficenza ed efficacia.
Perchè spesso i Direttori sanitari ed amministrativi NON RISPONDONO realmente degli obiettivi loro assegnati con i documenti programmatici e di indirizzo regionali, ma a logiche POLITICHE.
E allora, mentre la nomina può anche essere lasciata alla Giunta regionale, è sul fronte della formulazione degli indirizzi da dare ai Direttori e sul controllo e valutazione dei risultati che vedrei di buon occhio l’esistenza di Organismi di Controllo strategico, a supporto dell’organo politico ma da questi “indipendente” (il più possibile…^_^). La selezione e la scelta di genete in gamba (con o senza tessera, non è così fondamentale, a quel punto) avverrebbe così.
E non c’è bisogno di fare una legge. La legge c’è già, è il D.Lgs 286/99. Bisognerebbe solo attuarlo nella sua accezione più ampia, estendenedolo anche (al momento non lo è) al tema delle Asl e AO. E applicandolo a tutta la PA. Qualcuno ci sta provando, molti no.
Complimenti per lo stimolante articolo.
C.
Molto interessante il ragionamento che fai. Ma sembra che sia l’altra faccia della stessa medaglia, perchè anche spostando il problema dalla nomina dei direttori generali alla nomina degli organi di controllo sul loro operato si ripresenta lo stesso enigma di oggi: con quali criteri verrebbe nominato il controllore? E da chi?
Per la cronaca: a volte gli organigrammi della sanità regionale somigliano a quelli di alcuni partiti. Non facciamo nomi, e nemmeno cognomi.
Ciao Carlo!