Storia di una vignetta controversa che sarebbe dovuta andare sulle pagine del New York Times e che, invece, non ci andò mai. Neanche a pagamento. Qualcuno, soprattutto l’autore, dice per colpa delle pressioni esercitate dalle lobbies filoisraeliane sulla stampa americana. Ma sarà vero?
Nel 2003 una vignetta satirica sul rapporto tra le presunte lobbies filo israeliane e i media americani sarebbe stata censurata dal New York Times. Cancellata prima ancora di essere pubblicata. Forse perché, come tre anni dopo ci avrebbero raccontato due autorevoli docenti universitari, in America i gruppi di pressione in sostegno della politica di Israele
potrebbero essere molto forti, tanto da condizionare persino la stampa e l’opinione pubblica. Oppure no. La vicenda è stata riesumata a fine febbraio da un blog che si propone di dimostrarci come stanno davvero le cose. Sempre che possa.
LA VIGNETTA- Nell’autunno del 2003 sarebbe stata cancellata dal New York Times la programmazione di una striscia satirica schizzata da un vignettista dallo pseudonimo che è tutto un programma”Kitchen Table Cartoons“. Nella vignetta, seduto ad un tavolo apparecchiato, c’è un omone dal ghigno cattivo e lo sguardo rivolto verso di noi. Indossa un’uniforme “targata” Israele e tiene una bandiera americana in tasca. Calza scarpe con la suola “made in Usa“, con una delle quali, spuntando un piede dal tavolo, schiaccia della gente. Al lato, in piedi, un cameriere – la stampa americana – che serve al suo cliente niente popodimeno che l’opinone pubblica. L’headline recita “Motto of the U.S.Media: to serve the American People“. Il dop
pio senso è fin troppo evidente.
U.S. MEDIA AND ISRAEL – E se pure non lo fosse no problem, ce lo spiega un certo David Morris, lo scorso 22 marzo, in una sorta di dichiarazione di intenti, nel blog che ha ospitato, da quanto ci risulta per la prima volta, più di un mese fa, o lo sfogo del vignettista. U.S. Media and Israel, questo il nome del neonato sito, si propone di dimostrare che l’AIPAC ovvero l’American Israel Public Affairs Committee, la lobby americana più influente a Washington nota per il suo convinto supporto ad Israele, e gli altri gruppi filo-israeliani in genere, controllano i media statunitensi. Anche il New York Times che, quando si occupa del Medio Oriente – secondo David Morris – tradirebbe quegli standard di imparzialità e professionalità che ne fanno il migliore tra tutti i quotidiani degli States. Ed è su questo mito dell’informazione mondiale che il blog intende puntare l’obiettivo. La storia della fumetto”censurato” (così ci viene proposta) viene indicata come una delle prove a sostegno di questa tesi, del fatto cioè che editori, direttori ed editorialisti sarebbero controllati ed intimiditi dai gruppi pro-Israele.
LA CENA INDIGESTA - A raccontarcela – dicevamo – lo stesso Kitchen Table Cartoons, che chiameremo “KTC” per comodità. Nel 2003, indignato da quanto aveva percezione stesse accadendo al popolo palestinese cui – scrive di sua mano – venivano allora tolte la terra, l’acqua, la
dignità, considerando la vicenda un sopruso di cui riteneva complice la stessa stampa americana, disegnò la famigerata vignetta, seduto al suo tavolo in cucina… Dopo aver intuito e preso coscienza che nessun giornale l’avrebbe pubblicata, pensò di comprare uno spazio pubblicitario sulle pagine del New York Times per darle quella vetrina di visibilità che la sua sensibilità gli suggeriva dovesse invece meritare. Venne allora a sapere che le associazioni filoisraeliane avevano riservato un angolo tutto per loro per 30 delle successive 52 domeniche. E il “fumettista” ? Beh, prenotò al volo la prima data che risultava disponibile: il 21settembre. Il NYT gli chiese di cambiare qualcosina, in modo da rendere la striscia conforme agli standard richiesti dalle regole di pubblicazione previste dal giornale. E quelle modifiche – ci dice – furono immediatamente effettuate. KTC pagò l’intero prezzo dell’acquisto dello spazio. Poi attese. Ma due giorni prima della prevista uscita sul NYT del suo lavoro, il 19 settembre, gli fu data una spiacevole notizia. Mai la sua satira avrebbe trionfato irriverente sulle pagine del più grande quotidiano americano. Lo spazio che gli era stato concesso era stato cancellato.























vabbeh, lasciare la parola a Chomsky – non so mica se è il caso!
Io invece sarei curioso. E’ un po’ che non leggo vaccate sul tema
Per chi non clicca sul link del blog USMEDIA: la vignetta è questa
http://usmediaandisrael.com/wp-content/uploads/2009/02/politicalcartoon_toservetheamericanpeople_500px2.jpg
Beh io il libro l’ho letto (anche e soprattutto attratto dal fatto che Mearsheimer e Walt sono due nomi pesanti, come sa qualunque studente di relazioni internazionali) e c’è una tesi piuttosto semplice e non così scandalosa, vale a dire: Israele è un alleato “speciale” degli Usa, i quali nelle questioni che lo riguardano si fa guidare da interessi spesso diversi da quelli “nazionali” in un senso ampio. E questo grazie anche al sostegno di una lobby radicata, importante ed elettoralmente fondamentale, ben organizzata ma soprattutto palese, come giustamente sottolineato. Se leggete Commentary non è che nascondano di essere filoisraeliani peraltro.
Questa è la parte direi legale, ma ovviamente una lobby non agisce sempre in maniera trasparente, anche ove dichiari i suoi scopi. Gli stessi M&W hanno detto più volte di essere stati fatti oggetto di mezze censure e attacchi personali. Ognuno tragga le sue conclusioni, ma che il dibattito su Israele negli Stati Uniti (e non solo) sia ben poco imparziale è un dato abbastanza oggettivo…
I fumetti e i fumettari fanno sempre paura.
C.
Quelli che fanno informazione senza calarsi per forza le braghe fanno paura.