Dopo le polemiche sul caso Englaro e sul video testamento biologico di Ravasin, ci scrive Marina Garaventa, da svariati anni costretta a letto e attaccata ad un respiratore. Per chiedere di non doversi immolare in nome di quello che è un suo diritto.
Nei giorni scorsi Paolo Ravasin, malato di sclerosi laterale amiotrofica (Sla), aveva affidato all’associazione Coscioni una sorta di testamento biologico in video: “nel momento in cui non fossi più in grado di mangiare o di bere attraverso la mia bocca, oppongo il mio rifiuto ad ogni forma di alimentazione e di idratazione artificiale sostitutive della modalità naturale”. Nel periodo in cui il caso di Eluana Englaro ha sollecitato addirittura la richiesta di conflitto d’attribuzione del Parlamento, la cosa non poteva passare inosservata. E dopo la risposta del Vescovo di Trev
iso, che si è recato a trovare Ravasin, ecco un’altra “risposta“. E’ quella di Marina Garaventa, malata della colpita dalla rara sindrome di Guillame Barrè, che riceviamo e pubblichiamo:
Caro Ravasin,
Solo oggi, vilmente, ho visto il video nel quale esprimi le tue volontà circa le cure alle quali non vuoi essere sottoposto. La mia codardia non dipende certo dalla paura di affrontare quest’argomento ma, piuttosto, avevo il timore di soffrire troppo per te. Anch’io ho fatto dei tentativi per parlare nonostante la tracheotomia e conosco la fatica che quest’esercizio comporta: io ho desistito quasi subito perché riuscivo a dire solo qualche parola, poco comprensibile. Sei stato eroico, calmissimo e assolutamente chiaro, senza tradire minimamente l’emozione che, sicuramente, doveva agitarsi dentro di te: quasi al limite dell’indifferenza, hai compitato il tuo atto formale come un freddo notaio che legga uno scontato contratto di compravendita. Davanti ad un microfono e ad una videocamera, hai scandito con fatica ma con fermezza, le parole formali, i termini legali e i nomi opportuni per rendere palese una volontà dolorosa ma sicuramente meditata e sofferta che, in uno stato civile e partecipe, dovrebbe poter essere espressa nella più segreta intimità e non sbandierata ai quattro venti come lo spot pubblicitario di una merendina.
Proprio qui sta lo “scandalo” di vivere in un paese che obbliga un cittadino, che voglia affermare una sua intima e tragica volontà, a doversi mettere “in piazza”, seppur su una piazza mediatica, per paura che, in futuro, le sue volontà possano essere travisate o, addirittura, del tutto disattese.
Un atto così difficile e doloroso si dovrebbe compiere, o ancor meglio officiare, nel chiuso della propria stanza, testimoniato dal proprio medico, da amici e parenti e da una legge equa che, pur nella freddezza che gli atti legali devono avere, permettesse ad ognuno di conservare la propria intimità, che non chiamo volutamente privacy per non rifarmi ad uno sterile contratto di vendita per corrispondenza, e la propria dignità di essere umano. Ti confesso che, dopo averti visto, era venuta anche a me l’idea di esprimere le mie volontà in questo modo ma, immediatamente, ho mutato parere e ho deciso di scriverti e di rendere pubblica questa lettera per continuare questa battaglia di libertà, che accomuna tante persone. Ogni lotta ha i suoi eroi che pagano con grande sofferenza: Welby e sua moglie Mina, Giovanni Nuvoli, Eluana e la sua famiglia. Tu hai pagato il tuo tributo ad uno stato, fino ad ora indifferente e codardo, io vorrei che tutto ciò mi fosse risparmiato.
Grazie
Un abbraccio forte
Marina

























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Dopo le polemiche sul caso Englaro e sul video testamento biologico di Ravasin, ci scrive Marina Garaventa, da svariati anni costretta a letto e attaccata ad un respiratore. Per chiedere di non doversi immolare per qualcosa che è un suo diritto….
occorre solo rispetto per le scelte umane che vanno nelle direzione della ricerca di una qualità del vivere e comprende, necessariamente, anche il diritto a spegnere la luce sul dolore e sulla dignità.