Economia

In difesa di Geithner

1 aprile 2009

L’ ampliamento del piano Talf non è un regalo ai grandi banchieri affamatori del popolo americano, ma è una risposta politica ad un problema economico.

(Luca Conforti è lo pseudonimo di un giornalista che lavora per uno dei più importanti quotidiani nazionali. La sua rubrica, Parco Buoi, si occuperà con cadenza settimanale di imprese, finanza e mercati, con un occhio al risparmiatore)

Difendo Tim Geithner. Ho letto il fuoco di fila delle critiche, da quelle di Giornalettismo fino al premio nobel Paul Krugman (in ordine d’importanza :) ), e non mi hanno convinto. I rilievi fatti al suo piano Talf per la “rimessa in circolo” degli asset tossici sono giusti, puntuali e assolutamente miopi. Si concentrano troppo sulle modalità tecniche e gli effetti contabili sul bilancio pubblico e non sottolineano che si tratta di una risposta politica ad un problema economico. Partiamo dal punto più debole: la sproporzione tra la quantità di denaro dei contribuenti che garantirà gli acquisti da parte delle società private degli asset ex tossici (92,5% conto il 7,5%), tutti lo definiscono un “regalo” sottintendendo che anche l’amministrazione Obama è diventata connivente con gli affamatori dei lavoratori americani, i grandi banchieri. La domanda che nessuno si è posto è “perché” il presidente Obama fa questo regalo ai big banker? E lo fa proprio a loro?

- SALVARE LE BANCHE NON I BANCHIERI -  La stessa argomentazione è declinata anche sottolineando che il piano Geithner è troppo simile alle soluzioni del suo predecessore [[Henry Paulson]]. Di qui l’equazione: Paulson, repubblicano ed ex banchiere d’affari, voleva salvare i suoi amici con i soldi pubblici; i democratici fanno lo stesso. In realtà, lasciando le motivazioni di Paulson a storici e psicologi, è chiara quale sia la convinzione emersa tra i consiglieri economici dell’attuale presidente: non c’è un’alternativa all’attuale sistema bancario, si possono imporre nuove regole sui prestiti, sulle retribuzioni dei vertici, si possono cambiare tutti gli amministratori delegati, ma non si possono ricostruire le strutture del credito da zero. Quindi la priorità è salvare le banche come istituzioni e nel frattempo avviare un cambio generazionale e di filosofia di gestione. Il meccanismo trovato è una ricapitalizzazione strisciante delle banche attraverso il riciclaggio degli asset tossici. Krugman sottolinea come i capitali dei contribuenti sono l’unica cosa che riporta a livelli giusti i prezzi degli asset negativi. Il piano ha dunque un intento di politica economica: usa risorse pubbliche per raggiungere un fine d’interesse generale (la stabilità del credito) di cui però non tutti i contribuenti godranno alla stessa maniera. L’esatto contrario del principio tutto finanziario secondo cui chi investe guadagna o perde secondo l’entità del proprio investimento e la bontà delle proprie scelte.

- CUI PRODEST ? - Torno a citare il premio Nobel 2008 dell’economia: “Il fatto è che i dirigenti del mondo finanziario si sono letteralmente giocati le loro banche scommettendo che non ci fosse alcuna bolla immobiliare e ciò che ne conseguiva, ovvero che i livelli senza precedenti di indebitamento delle famiglie non fossero un problema. Ebbene, hanno perso la loro scommessa, e nessun importo del giochetto di prestigio finanziario che si ripropongono di fare adesso (perché, in definitiva, il piano Geithner non è altro che questo) potrà cambiare questo dato di fatto”. Così il professore spiega la rabbia di chi dice che così “le banche la fanno franca”. Il problema è che la somma della scommessa persa è talmente alta che solo lo Stato può pagarla e solo perché può permettersi di rimandare i pagamenti a tempi lunghissimi. I principi finanziari invece pretenderebbero che tutto fosse prezzato al valore di mercato e che fossero i proprietari ad accettare la perdita, ma questo significherebbe una decina di casi Lehman Brothers, una depressione ancora più profonda e lo Stato costretto a nazionalizzare l’intero settore bancario in attesa che nuovi privati ne prendano il posto. Una cosa che Obama non vuole sperimentare. Allora meglio pagare molto, sopravvalutando quegli asset e mantenendo la presenza dei privati solo per avere segnali di prezzo credibili. E poi anche se i mille miliardi sparissero per comprare carta senza valore, qual è la cifra con cui vanno paragonati? Con la riduzione duratura di 4-5% del Pil per un decennio o con i 1200 miliardi di capitalizzazione persi dalle banche americane in tre anni, crolli che hanno ridotto il valore delle pensioni e dei risparmi di tutti gli americani (e non solo).

- TROPPI COLPEVOLI - L’enorme esborso pubblico ha una giustificazione anche più profonda: oltre vent’anni di deregulation finanziaria non sono frutto della congiura di pochi avidi “gnomi” come una certa propaganda obamiana della prima ora tenta di mostrare, ma un preciso modello di sviluppo accettato e più volte ribadito. Lo stessa demagogia sui megabonus ai manager non ricorda mai che i meccanismi del premio alla performance, delle stock option hanno beneficiato migliaia di persone nel settore finanziario e non poche decine. Inoltre ha finanziato a costo zero l’intera forza lavoro nell’hi tech. Tutto svoltosi secondo le regole e nel rispetto delle leggi. A ben vedere la platea dei colpevoli di fatto coincide con quella dei poveri contribuenti costretti a pagare. Il credito al consumo come parte rilevante della crescita annua, il denaro a tassi storicamente bassissimi è stato il volano dello sviluppo degli Stati Uniti, una fonte inesauribile per alimentare investimenti rischiosissimi. La sofisticazione finanziaria permetteva di frantumare e spalmare nel tempo i rischi, la concorrenza e l’innovazione tecnologica hanno limitato le conseguenze negative tipiche di questo modello come l’inflazione e la riduzione della produttività. Mentre le altre controindicazioni sono state scientemente accettate o rimosse dal dibattito pubblico: come il fatto che quel tipo di crescita aumenta le disuguaglianze tra classi sociali, “anticipa” il godimento di redditi futuri nel presente minandone la stabilità, trasforma l’America in debitore del resto del mondo e costruisce un’economia industrialmente sbilanciata. Nulla di tutto questo è stato contestato né dall’establishment, né dalla popolazione.

18 commenti a In difesa di Geithner

  1. Le cose si possono vedere in due modi: da una prospettiva di breve termine, tipica della politica, che odia i principi e le regole e ama la discrezionalità e le toppe; o da una prospettiva di lungo termine, che tiene conto sia delle cause remote che degli effetti remoti dei problemi.

    Purtroppo il punto di vista di lungo termine è passato di moda tanto tempo fa, e infatti vediamo che la politica si dà un gran da fare a cercare toppe di breve termine per problemi di lungo termine da essa stessa causati.

    All’origine dell’attuale crisi finanziaria c’è un problema noto come moral hazard: siccome è dal 1987 che i mercati finanziari sanno che ad ogni problema interverrà la Fed a cercare di mettere tutto a posto, nessuno è incentivato a minimizzare, né è in grado di conoscere, il livello di rischio sistemico. Perché il costo del rischio è socializzato dall’interventismo governativo, mentre i benefici sono privati (esternalità).

    Ci si stupisce quindi che l’economia abbia fatto quello che gli austriaci hanno sempre saputo: sia a rischio di collasso. Ma questo stupore al massimo dimostra l’irrilevanza delle teorie economiche ortodosse, e non certo la necessità di ulteriori follie governative.

    Non ci sono dubbi che la recessione sarebbe grave: sarebbe stato meglio evitare di mettersi in una tale posizione folle, facendo scoppiare le bolle nel 2000, o magari nel 1991, anziché gonfiare una bolla speculativa dietro l’altra come ha fatto Greenspan nel suo terrificante mandato.

    Ma ora stiamo qui. Che fare? Si possono perpetuare le politiche errate che ci hanno portato dove siamo, oppure si può provare una nuova strada, che però necessariamente passerà per un costoso riaggiustamento strutturale.

    C’è un concetto fondamentale della teoria macroeconomica che purtroppo non ha preso piede nella pratica della politica economica, che è quello di aspettative: se il mercato si aspetta certe cose da Bernanke, reagirà di conseguenza. Se ci si aspetta interventismo anticiclico, i costi privati del ciclo economico diventano insufficienti a incentivare gli agenti.

    Quello che sta facendo Geithner è cercare di pompare su il mercato con le stesse identiche politiche che lo hanno portato in questo orribile stato: il piano Geithner dice infatti che il contribuente pagherà tutte le perdite, e qualcuno (Giavazzi) spaccia questo enorme moral hazard come un tentativo di dare un prezzo agli strumenti finanziari in questione, il toxic waste: dare un prezzo come? Eliminando i rischi privati e socializzandoli? Doesn’t make any sense.

    E’ vero che una recessione è costosa per tutti, ma è altrettanto costoso per tutti che l’economia venga separata dai suoi fondamenti (la domanda dei consumatori e la disponibilità a risparmiare) per creare bolle su bolle. Ed è ancora più costoso oggi, visto che è ormai chiaro e indubbio che non solo l’attivismo monetario, ma l’intera architettura del rule of law potrebbe venire sacrificata in nome del salvataggio delle banche.

    Quando quest’aspettativa verrà scontata dagli agenti, il moral hazard sarà enormemente accresciuto, perché gli agenti non si aspetteranno solo che ci saranno bailout, o iniezioni di credito, ma QUALSIASI forma di innovazione istituzionale necessaria allo scopo. Questo significa anche che nel lungo termine non esiste una architettura istituzionale su cui fare affidamento, perché è tutto arbitrio.

    I costi della recessione sono grandi, ma di breve termine. I costi di un’economia strutturalmente folle sono enormi e dureranno a lungo. La scelta è dolorosa, ma non difficile.

    Un’ultima cosa. Si fanno un sacco di paragoni con la crisi del ’29, che per certi versi sono corretti. Ma non bisogna prendere la Grande DEpresisone come esempio della possibile evoluzione della crisi: la Grande DEpressione fu peggiorata e resa eterna da innumerevoli mostruosità di politica economica di Hoover e Roosevelt, dal protezionismo al blocco dei salari, dalla regolamentazione anticoncorrenziale ai tentativi di mantenere in piedi posizioni finanziarie insostenibili, dalla distruzione della base monetaria alla continua retorica antimercatista.

    Nessuno di questi errori è necessario, e senza questi errori la Grande DEpressione non sarebbe finita nel 1941, con i disoccupati americani paracadutati in Micronesia, ma probabilmente un decennio prima.

    La lezione che dobbiamo trarre da questa crisi è che senza solidi principi politici non c’è mercato o società che tenga, e che l’arbitrio e il pragmatismo di breve termine hanno costi enormi nel lungo termine. In altre parole: la democrazia illimitata non funziona, e occorre fare di tutto per vincolarne l’arbitrio, esiziale per il nostro stesso futuro.

    Il resto, come argomentato da Falkenberg, è principalmente il solito magna-magna politico tipico di tutte le democrazie…

  2. strababaus

    Attendo con trepidazione i commenti di ihc e soci…..

  3. l.conforti

    Siamo d’accordo su molto, dalla genesi tecnica (neomonetarismo e deregulation) ai presupposti etici e filosofici che l’hanno alimentata (moral hazard). Le mie speranze derivano dall’assunto che il moral hazard finirà perchè né la Fed, né il debito Usa hanno più margini. Da ora tutte le stronzate: protezionismo, irrigidimento del mercato del lavoro o degli scambi internazionali, eccesso di debito si pagano attraverso il disagio economico (povertà, disoccupazione), tasse più alte, inflazione, perdita della centralità del dollaro.
    Negli ultimi vent’anni il deficit pubblico americano che galoppava e l’indebitamento delle famiglie non si è trasformato in aumento dei prezzi. Lo scoppio delle bolle Internet ha provocato la metà dei disoccupati di oggi e una recessione breve. Politici più saggi di quelli che governavano ce ne saranno anche stati sulla scena, ma non avevano la minima possibilità di ottenere il consenso predicando rigore e più regole.
    Il piano Geithner socializza le perdite di Wall Street ed è giusto che lo faccia: perchè sono l’effetto di scelte collettive e perchè è un primo modo (il più soft al momento) di presentare il conto a tutti.
    Non vorrei che dal moral hazard il pendolo corresse all’altra estremità: l’elogio della povertà per emendare l’Occidente dalla sua avidità.

    Infine Lf un chiarimento: pensi che le politiche attuali hanno degli effetti prociclici come avvenne all’inizio degli anni 30?

  4. domanda

    “oppure riproponendo la divisione tra banche commerciali e banche d’affari.”

    Ma le banche d’affari negli USA non estono più, sono state “costrette a convertirsi” in banche commerciali con gli sportelli.
    O mi sbaglio?!?!

  5. tu ti sei sbagliato a nascere, signoraggista.

  6. Il mio riferimento alla crisi del ’29 è legato al fatto che la raison d’etre del “salviamo le banche a tutti i costi” nasce da un paper di Bernanke del 1983 chiamato “nonmonetary effects … in the propagation of the great depression” in cui affermava che la crisi bancaria del ’29-’32 aveva distrutto ogni possibilità di ripresa economica nel medio-lungo termine.

    Non ricordo quali argomenti adducesse, ma in quel periodo di stupidaggini ce ne sono state così tante che non credo ci sia bisogno di aggiungere nuove spiegazioni ad hoc.

    Una su tutte: Hoover fece pressioni per non tagliare i salari già nel 1929, e infatti il monte-salari passò dal 60% all’85% del PIL in soli quattro anni, perché la distruzione dell’offerta di moneta aveva provocato una riduzione dei prezzi che rendeva i salari reali enormi.

    Ci sarebbe stato tutto quel casino con salari flessibili? Dare l’85% del PIL al lavoro significa mangiare il capitale a ritmi vertiginosi. Probabilmetne questo fattore da solo bastava a generare una crisi eterna.

    Ovviamente poi l’offerta di moneta si stabilizzò e l’economia cominciò a riprendersi, tornando ai livelli del ’29 nel ’36, anche se la disoccupazione, grazie a Roosevelt, rimase elevata fino al 1941.

    Mettendo le cose in prospettiva, non c’è alcun rischio di crisi in stile ’29 allo stato attuale, a meno che non vadano al potere seguaci di Hoover e Roosevelt con programmi protezionisti, sindacalisti e corporativi che distruggerebbero il mercato.

  7. AG

    Ma se io aumento il salario in termini reali questo non viene poi in parte appunto risparmiato e diventa quindi capitale?

    LF, io ti conosco, quindi non credo che tu voglia dire che quella che tu consideri distruzione di capitale sia solo in realtà ridistribuzione di capitale.

    Perchè queste teorie che dici le ho sentite propugnate da chi vuole mantenere le stesse persone con gli stessi soldi di prima, mentre invece bisognerebbe separare i soldi dagli stupidi, e mi pare che i capitalisti di questi ultimi anni facciano parte di quest’ultima categoria.

  8. TROLL

    perdonate ma a me pare che gli stupidi non esistano

    ognuno fa ‘o scemo per nun ire alla guerra…come si suol dire

    ognuno ci mette la sua per ottenere i fatti propri

    e non si tratta nemmeno di dare capitali alle classi dipendenti, che, incapaci come sono di utilizzarli direttamente come capitale di imprese, li darebbero ai soliti fessi di intermediari…..

    con le conseguenze che sappiamo

    è giusto che i salari reali rimangano forti, ma è meglio che il danaro vada a chi sa maneggiarlo….

    non certo i dipendenti, nè gli intermediari. ma vada agli imprenditori che intraprendono.

  9. @AG Non sono libertyfirst (per commenti successivi :) )
    Credo che la differenza stia anche nel fattore temporale. Ovvero tu distruggi oggi il capitale per aumentare (o mantenere) i salari reali alti, sperando che POI, parte di questi salari vengano risparmiati e IN SEGUITO investiti per tornare capitale. C’è un lasso temporale in cui il capitale viene distrutto e un maggior numero di imprese è costretto a chiudere. La interpreto così, poi vedremo libFirst che dice.

    Sul post, sono pienamente concorde con il suddetto libertyfirst, e in disaccordo quindi con l’autore. Tra le altre cose, non credo affatto che i fallimenti delle banche possano distruggere l’economia, né che rappresentino un grave problema per i risparmi. I conti correnti sono solo una piccola parte del budget e sono già tutelati da fondi interbancari e promesse di fiat money governativi. Invece salvare le banche con piani Geithner e Paulson et similia è solo un aumento esponenziale di moral hazard. Perfino se è vero ciò che dice l’autore, ovvero che dopo questo intervento non ci sono più i margini per un ulteriore intervento, ciò non toglie che a seguito degli stessi, si continuerà a fare malinvestment (magari per pressioni politiche tipo F&F) e la crisi si ingigantirà. Col risultato che ci troveremo senza margini di manovra e con una situazione ancor più grave.

  10. AG

    LF2 :P (così vi imparate a chiamarvi come i SuperEroi degli anni 50)…

    Allora… o i salari alti vanno in consumi, e quindi ripagano i capitali attualmenti investiti … o vanno in risparmi e sono subito nuovo capitale pronto ad essere investito…

    Tertium non datur a meno che uno non li seppellisca in giardino.

    io sarò anche un keynesiano ma voi due mi sembrate tronchettiproveriani (che non è precisamente un complimento neh?).

  11. Ghisabrain

    @AG
    vista la situazione della bilancia commerciale (senza una vistosa impronta protezionista) i salari alti forse farebbero contenti cinesi et similia più che gli americani stessi

    Riguardo l’articolo, invece, non sono proprio persuaso che tutti gli attori fossero consapeli del casino in cui ci si stava per infilare e, soprattutto, che tutti avessero la facoltà di spingere per un cambio di direzione.

    Secondo me la scelta dell’amministrazione americana è quasi obbligata perché si vuole priviligiare la rapidità d’azione. Penso che tutti siano daccordo sul fatto che una soluzione più drastica comporterebbe tempi di assestamento più lunghi dovuti alla “lentezza” dell’economia produttiva rispetto a quella finanziaria
    no?

  12. AG

    @Ghisabrain

    Faccian contenti chi ti pare. Anche se paghi i cinesi, visto il loro livello di vita, probabile che vadano tutti in consumi, e quindi comunque a remunerare il capitale investito per produrli.
    O no?

  13. grano

    Boh, mi sembra la classica disputa irresolubile, anche perché nella storiografia macroeconomica (soprattutto relativamente alle situazioni eccezionali come questa) i rapporti causa-effetto sono assai aleatori e dunque ognuno può trovare le conferme che vuole al suo approccio iperliberale o iperkeynesiano o più o meno meticcio.
    Determinante a mio avviso è il fatto che in tempi di grande crisi un qualsiasi responsabile politico che ritiene di avere un qualche strumento per intervenire ben difficilmente rinuncerà a farlo per non interferire sul libero sviluppo del mercato.
    Rinuncerà solo se non gliene è rimasto nessuno, come ai governanti russi di metà anni ’90 (e non mi sembra peraltro che lì sia andata particolarmente bene, in quel periodo)

  14. Sono rimasto indietro con i commenti perché avevo da fare:

    AG, Ore 17:00

    “Ma se io aumento il salario in termini reali questo non viene poi in parte appunto risparmiato e diventa quindi capitale?”

    Supponi che esista un solo tipo di investimento: si fa lavorare all’inizio un operaio e dopo 5 anni esce fuori un prodotto finale. Il prodotto finale vale 100, e l’equilibrio di mercato del credito si ha al 9% di interesse annuo. Questo significa che il lavoro vale 65, perché investire oggi 65$ in un investimento al 9% che dura 5 anni rende proprio 100$ a fine periodo.

    Un’economia del genere funzionerebbe così: ogni trimestre si assume un insieme di operai a 65$, e dopo 20 trimestri si ottengono 100$ di beni finali. Nel trimestre successivo gli operai lavoreranno al lavoro del 21° trimestre, eccetera…

    Bene. Se ora i prezzi dei beni finali vanno a costare 50$, ma i salari scendono solo a 45$, il 90% del reddito andrà ai salariati, ma chi investe nella produzione otterrà non il 9% ma il 2%, perché 50$ tra 5 anni valgono 45$ oggi soltanto al 2%, appunto. Questo significa che nessuno risparmierà abbastanza perché non ne vale la pena, e in assenza di anticipazioni (capitali) nessuno darà lavoro agli operai per produrre con quella tecnologia, e si distruggerà il capitale.

  15. AG Ore 00:12.

    E’ quel “subito” che è errato. La produzione richiede tempo: se i salari sono alti rispetto al valore dei beni finali, il differenziale (il reddito da interesse) non è sufficiente a far aspettare i risparmiatori, che quindi toglieranno capitali e impediranno la produzione.

  16. AG

    LF1: sento un tremendo graffiare di specchi…

    La produzione richiede tempo… e le scorte? E il ciclo produttivo medio? Mica costruiscono tutti transatlantici.

    Per non parlare poi che il valore azionario è sempre relativo agli utili prospettici ad almeno due anni salvo le speculazioni spicciole sullo stacco cedole. Ma di cosa stiamo a parlare?

  17. AG

    Per non parlare poi che appunto esiste un sistema creditizio dove i 100 euro che tu hai risparmiato questo mese perchè hai un salario più alto dovrebbero servire a finanziare HIC ET NUNC le imprese… e se funzionasse bene pure le imprese più innovative e redditizie in prospettiva.

  18. grano

    Mi sembrano, con tutto il rispetto, dei discorsi che presuppongono o ritengono possibile un sistema deterministico, privo di attriti e di inerzie.
    Senza essere un economista, ritengo che non sia mai esistito e difficilmente possa esistere un sistema economico su larga scala con queste caratteristiche. Ci sono e ci saranno sempre reazioni di tipo probabilistico con notevoli attriti ed inerzie e il problema è che tutte queste quantità difficilmente sono note “prima” di una decisione: per misurare la reazione di un sistema complesso ad uno stimolo devo decidere lo stimolo senza avere la misura a disposizione e vedere l’effetto che fa, così quando lo so è tardi perché spesso intanto, anche in seguito al mio stimolo, il sistema si è modificato e non risponderebbe nello stesso modo nemmeno allo stesso stimolo (oltre al fatto che l’oggetto dell’esperimento non sono biglie ma collettività di persone che hanno anche una psiche spesso imprevedibile nonché il diritto a non essere trattati come biglie).
    Comunque è divertente leggere le vostre discussioni :-)

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