Cultura

Veritas e Caritas, Roma e Milano

31 marzo 2009

L’insofferenza verso l’algido e severo magistero di Benedetto XVI prende forma: “I nostri giorni ci obbligano a ritrovare un pensiero robusto e una pratica cristiana aperta e lungimirante”. “Non è questione semplicemente intellettuale, razionale, ma è questione densamente antropologica”, dice il Tettamanzi. Siamo al solito battibecco tra veritas e caritas, sostanze tra le quali v’è una naturale repellenza.

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Un’omelia del cardinal Dionigi Tettamanzi (L’Osservatore Romano, 29.3.2009) ricorda John Henry Newman, il teologo anglicano che nel 1845 si convertì al cattolicesimo e l’anno dopo “soggiornò poco più di un mese a Milano”“Lo sentiamo molto vicino a questo nostro tempo e veramente in sintonia con la Chiesa milanese”. Per aver passato un mese in quella città più di 150 anni fa? “Città di Sant’Ambrogio”, certo, “Sant’Agostino qui si è convertito”, certo, e dunque la “sintonia con la Chiesa milanese” dev’essere letta come intimo riverbero del Newman alla particolare sensibilità di questi grandi santi. Ma poi, che altro è sottinteso? È sottinteso che quanto è possibile spremere dal Newman milanese varrà come segno distintivo di una Chiesa – quella milanese – che da quasi un secolo a questa parte ha dato qualche grattacapo alla Chiesa romana.Il punto è sempre stato sul rapporto tra veritas e caritas“Quella di Newman fu sempre una appassionata, rigorosa e completa ricerca della verità, che alla fine lo avrebbe condotto a riconoscere la persona e la missione di Cristo, così come è custodita dalla Chiesa cattolica. [...] In concreto la verità è un rapporto profondo che si stabilisce con la persona di Gesù. Aderire alla rivelazione divina dunque non è questione semplicemente intellettuale, razionale, ma è questione densamente antropologica”. Dove vuole arrivare, il Tettamanzi? Bisogna leggere fra le righe: “La verità non dipende innanzitutto dal soggetto che indaga, ma piuttosto si mostra nella forma di una rivelazione gratuita:  proprio questo rende fruttuoso l’incontro tra coloro che dialogano davvero. E con il dialogo, ecco che Newman con la sua esperienza di vita e di ricerca della verità ci apre al concetto di missione. Essere missionari significa stabilire una relazione diretta tra maestro e discepoli; significa che lo spirito dell’uno si incontra con quello dell’altro, che una buona predisposizione li lega e li costringe a un benefico confronto, insegnando loro l’ascolto vero e il rispetto nobile”. Una buona predisposizione lega e costringe maestro e discepoli in un ascolto e in un rispetto che devono essere reciproci: ecco la caritas che tempera la veritas, o almeno ci prova.Così, citando Newman, il Tettamanzi afferma che “il sermone non potrà venire da qualcosa di anonimo, da qualcosa di morto e di passato e neppure da qualcosa che è di ieri, per quanto in se stesso utile e religioso” e conclude che “i nostri giorni ci obbligano a ritrovare un pensiero robusto e una pratica cristiana aperta e lungimirante, dentro la quale la ricerca teologica, l’interpretazione della cultura e il sentire ecclesiale siano sempre accompagnati da una vera esperienza spirituale”. La cosa più interessante, però, è che quel logos che Benedetto XVI identifica con “il Verbo eterno e con la nostra ragione”(Ratisbona, 12.9.2006) per Tettamanzi non può rimanere ”questione semplicemente intellettuale e razionale”, ma deve farsi ”questione densamente antropologica”, cioè dia-logos, ascolto reciproco. Siamo alle solite: Roma e Milano battibeccano ancora su veritas ecaritas.

Tra alcune sostanze – tra acqua e olio, per esempio – v’è una naturale repellenza: le loro caratteristiche chimico-fisiche le rendono inadatte a fare una soluzione e, messe nello stesso recipiente, tendono a separarsi nettamente. Volendo omogeneizzare il contenuto del recipiente, il meglio che si può ottenere in questi casi è un’emulsione, ma sempre grazie ad un elemento emulsionante che sia in grado di facilitare la dispersione della cosiddetta fase dispersa in quella cosiddetta disperdente. Un’emulsione di acqua e olio avrà, così, un aspetto abbastanza omogeneo e lo conserverà finché dura l’azione dell’emulsionante, ma in realtà nel recipiente non s’è ottenuta alcuna soluzione: pur ridotto in piccolissime goccioline, invisibili ad occhio nudo, l’olio continua a rifiutarsid’essere idrosolubile, e prima o poi, essendo più leggero dell’acqua, verrà a galla. Così con veritas e caritas: l’una repelle l’altra, e anche il più potente emulsionante non può far troppo, e comunque per poco, dando in ogni caso solo l’illusoria apparenza di una soluzione omogenea.

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