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Paese dei miei stivali

30 marzo 2009

La legge non ammette ignoranza. Anzi, spesso pretende che se ne sappia moltissimo, pure troppo. E allora fa finta di  ignorare che ci siano casi in cui l’ignoranza non è solo un diritto, ma una condizione non altrimenti sanabile. Fa niente, avete sempre colpa voi. Non ci avete capito niente? E allora leggete qua.

Chi tra voi  può assicurarmi che calza scarpe confezionate con le pelli degli animali indicati nella Convenzione di Washington ? E chi potrebbe mettere la mano sul fuoco negando recisamente che le stesse siano mai state trattate con oli derivati da cetacei? Nessuno? Male, anzi malissimo: dovreste averne piena certezza perché qualcuno potrebbe mettervi sotto le mani una Bibbia virtuale e chiedervi di fare giurin giuretto sulla reale sincerità con la quale un vostro fornitore ama gli animali. E’ successo circa un mese fa ad una nostra giornalettista la quale, dopo aver acquistato sul sito della prestigiosa ditta australiana Snug due paia di stivali, si è trovata di fronte ad una richiesta piuttosto insolita. La DHL Corriere Espresso le ha chiesto di firmare una dichiarazione di manleva attraverso la quale la malcapitata avrebbe dovuto garantire che la merce acquistata rispettava le condizioni sopracitate. Lei, l’acquirente, mica il produttore. E’ vero che, a occhio, si sarebbe potuto ragionevolmente escludere l’utilizzo di piume di pappagallo per l’imbottitura, però è meglio essere prudenti sia perché non tutti hanno l’abilità del fu Gil Grissom per capirlo da una foto e senza aver mai nemmeno visto le sospette calzature sia perché, sempre a occhio, mentre le producevano noi si stava serenamente all’happy hour da qualche parte. Detto tra noi, abbiamo anche provato – come suggerisce il Corpo Forestale dello Stato – ad inserire il nome scientifico del sospetto, ma “stivali Snug” non dava risultati utili. Così, piuttosto sconcertata, la meschinella ha espresso le sue perplessità al riguardo e si è rifiutata di apporre la salvifica firma su una dichiarazione da indirizzarsi all’Agenzia Dogane di Bergamo che recitava: “La sottoscritta società……………………………… (specificare esatta ragione sociale – indirizzo – n. partita iva) dichiara che la spedizione in oggetto non contiene calzature/prodotti in pelle confezionate con pelli comprese in quelle indicate nella Convenzione di Washington e non sono state trattate con  oli derivati da cetacei. Il tipo di pelle /pellame importato è……….. – Data, ../../…. -  Firma [NOME, COGNOME, QUALIFICA E TIMBRO AZIENDALE]“. Mica per altro, è che recuperare il timbro sarebbe stato un po’ complicato.

CHIARIMENTI -Un doganiere contattato al telefono le ha spiegato che quella era una modalità come un’altra per impedirle di rischiare una denuncia per incauto acquisto, un reato nel quale si può incorrere con maggiore facilità di quanto si possa immaginare. E, in effetti, con un po’ di culo l’eventuale incauto acquisto se lo sarebbe risparmiato (ma anche no), in cambio di una denuncia quasi certa per falso ideologico e truffa. Se avete bisogno di un consiglio da amico, sapete a chi rivolgervi. Tuttavia, nonostante la  leggiadria con la quale alcuni burloni in divisa invitano oneste cittadine ad infrangere la legge,  stiamo pur sempre parlando di roba seria perché, dopo il giro di vite berlusconiano del 2005, “l’acquisto o l’accettazione, senza averne prima accertata la legittima provenienza, a qualsiasi titolo di cose che, per la loro qualità o per la condizione di chi le offre o per l’entità del prezzo, inducano a ritenere che siano state violate le norme in materia di origine e provenienza dei prodotti ed in materia di proprietà intellettuale” è punito “con la sanzione amministrativa pecuniaria fino a 10.000 euro.” Mica ciccioli e a patto che vi siate fermati lì. Aggiungendo falso e truffa non vi danno la condizionale nemmeno se servite alla mensa della Caritas dall’età prepuberale.

INCAUTO A CHI? – Ora, a parte che, per una volta che non usi E-mule per farti arrivare scarpe craccate da un hacker rassegnandoti ad un acquisto reale sul sito originale del produttore, sul sito della DHL i soli obblighi di cui si parla sono quelli del mittente, di chi si affida al corriere per spedire, delle aziende, ma di quelli spettanti all’utente finale non c’è traccia. O meglio, diciamo che non se ne son trovate e, per questo, abbiamo chiamato lo spedizioniere per farci dare qualche riferimento. Ciccia. Niente di niente, solo qualche farfugliata ipotesi di documenti dispersi chissà dove in dogana che impedivano la consegna degli agognati stivali. Tra l’altro, in DHL sono profondamente convinti che i certificati CITES riguardino l’autorizzazione ad importare animali NON protetti dalla Convenzione, tipo il tacchino (meleagris gallopavo). E’ abbastanza facile immaginare che, con tutti questi professionisti in giro e in assenza dei documenti originali, abbia prevalso la soluzione all’italiana, cioè quella di sistemare artigianalmente la faccia burocratica della faccenda chiedendo a chi aveva il maggiore interesse a chiudere in gloria l’operazione: la cliente. Tanto più che, essendo italiana, non ci sarebbe stato neanche bisogno di tradurre alcunché nella lingua della perfida Albione. “Io sottoscritto … nato a …… il …. Dichiaro….. in fede. Ciao” e si fottano rettili e primati a pois che qua c’abbiamo da fare.

Un commento a Paese dei miei stivali

  1. Geniale quanto italico resoconto di come si sia di fatto legalizzato il cosiddetto procedimento noto ai più come “dello scaricabarile”.

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