Patti chiari ma non troppo

30/03/2009 - Banche italiane, crisi e non solo: tutta la verità sul consorzio che assicura molto a chi lo firma e poco agli altri Lo spunto ce lo offre un articolo del Sole 24 Ore a firma di Orazio Carabini: è un

     
 

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Banche italiane, crisi e non solo: tutta la verità sul consorzio che assicura molto a chi lo firma e poco agli altri

Lo spunto ce lo offre un articolo del Sole 24 Ore a firma di Orazio Carabini: è un brutto, bruttissimo periodo per le banche italiane; soprattutto per quelle che vogliono “ripulirsi l’immagine” un po’ appannata in questi anni di obbligazioni Cirio e Parmalat vendute alla clientela come prodotti sicuri. Il consorzio Patti Chiari, che nasce come un “un grande progetto di cambiamento dei rapporti tra cliente e banca , con un obiettivo preciso…“, ovvero aumentare la trasparenza e snellire gli adempimenti burocratici tra le parti, comincia a fare acqua da tutte le parti. Dopo la figuraccia rimediata con le obbligazioni Lehman Brothers, inserite nel sito tra quelli meno rischiosi fino al giorno prima del fallimento della banca, quando ormai si sentivano distintamente su tutti i giornali gli scricchiolii dell’istituto, le banche hanno pensato di lanciare un’operazione di marketing e di ripulitura dell’immagine chiamata – con l’originalità che contraddistingue gli uffici comunicazione che lavorano per loro - “Patti chiari 2″.  

I CONTI SENZA L’OSTE - I numeri di partenza, in effetti, erano interessanti: 151 banche coinvolte, 27mila sportelli (l’80% del totale in Italia). Ma erano le regole ad essere molto più stringenti: prima si poteva aderire liberamente a una serie di impegni; adesso bisognava accettarli tutti in blocco. Il direttore generale dell’Abi, Giuseppe Zadra, ne definisce 30 in accordo con le autorità di vigilanza di settore, e presenta il conto agli associati. Ma, al momento della firma, accade l’imprevedibile: il consorzio perde “un terzo dei suoi aderenti: da 150 a circa 100 banche, secondo quanto risulta a Radiocor. Le defezioni, spiegano fonti finanziarie, si spiegano con i nuovi obblighi imposti dalla riforma della governance decisa a fine ottobre: l’adesione a tutti e trenta i progetti del consorzio ma anche con i costi che per alcune banche di media taglia arrivano a svariate centinaia di migliaia di euro l’anno“. Chi è che se ne va? Soprattutto banche medio-piccole. E perché? “Il comun denominatore è che PattiChiari sia «autoreferenziale», caratterizzata da «costose innovazioni organizzative», senza che appaia evidente il vantaggio in termini di reputazione, anzi in molti hanno giudicato i risultati «insoddisfacenti» anche alla luce del grave infortunio di settembre, in occasione della crisi della Lehman”. 

E ADESSO? - E adesso, che succede? In primo luogo, che l’iniziativa nasce monca. Anche se c’è da dire che la cinquantina di banche che se n’è andata non ha influito molto sul numero di sportelli dove si può aderire a PattiChiari 2: rimangono il 70% del totale di quelli italiani. Perché chi se n’è andato era “piccolo“, e quindi apportava meno filiali al computo totale. Ma è proprio questo il motivo per il quale le piccole banche se ne sono andate: l’iniziativa serve per rifare il maquillage alle banche grandi, che sono in perenne calo di reputazione e la crisi non è loro d’aiuto (le polizze index linked, i rovesci in Borsa del titolo, la sospensione dei dividendi e così via). E questo perché i grandi istituti di credito hanno bisogno dei soldi statali per rimpinguare i loro coefficienti: ma per accedere agli aiuti devono far vedere alle autorità e al governo che sono “brave bravine” e hanno imparato la lezione. Di soldi magari ne hanno bisogno anche i piccoli istituti, ma c’è un problema: l’ammontare dei Tremonti bond è troppo scarso per accontentare tutti; ed il ministro dell’Economia ha fatto capire agli istituti che i soldi serviranno a salvare i grandi (che, se fallissero, darebbero maggiori problemi di tenuta del sistema), e non le banche medio-piccole, che dovranno arrangiarsi da sé oppure fondersi con realtà più ampie.  

TRA I DUE MALI… - Quindi le “piccole“, riguardo PattiChiari2, hanno fatto questo ragionamento: “Se aderisco, dovrò sopportare ulteriori costi per stare nelle regole; ma non avrò vantaggi visto che non potrò richiedere i Tremonti Bond, se per caso mi servissero. Chi me lo fa fare?“. E quindi si sono dissociate in massa dall’iniziativa, visto che il gioco non valeva la candela. E l’occasione può essere propizia anche per dare un segnale in seno all’Abi: le “piccole” vogliono contare di più, non è possibile che decidano tutto Intesa San Paolo e Unicredit. Visto che a breve dovrà essere eletto il nuovo direttore generale, quando sarà giunto il giorno sapremo se il messaggio è giunto a destinazione. Nel frattempo, il Monte dei Paschi di Siena, una delle “grandi“, ha chiesto Tremonti bond per la sostanziosa cifretta di 1,9 miliardi di euro. E il bello è che potrebbero non bastare: quei soldi, come tutti sappiamo, servono a rimpinguare il Core Tier 1. Spiega Wikipedia: “Il patrimonio delle banche può essere distinto in due classi (tier): una classe principale (Tier 1) composta dal capitale azionario e riserve di bilancio provenienti da utili non distribuiti al netto delle imposte [1], e una classe supplementare composta da elementi aggiuntivi”. Più è ampio il coefficiente che si calcola rapportando il Tier 1 e il Core Tier 1 alle attività ponderate per il rischio, più il patrimonio della banca è solida. E quella dei senesi è sottoterra, specialmente dopo l’acquisizione costosissima di Antonveneta

HOUSTON, ABBIAMO UN PROBLEMA! - Ma c’è un problema: con i Tremonti bond, l’indice Core Tier 1 di Mps salirà di circa 150 punti base, dal 5,1 a 6,5%; la soglia “di sicurezza” è però intorno all’8%. Osserva giustamente Madyur che “siamo ancora ben lontani dal valore soglia sopra il quale le banche e gli investitori possono sentirsi relativamente tranquilli. Occorrerebbero altri 2 miliardi di euro”. E poi si chiede: “Cosa pensano di fare i vertici senesi? Chiedere l’apertura di un’altra linea di credito a don Emilio Botìn?”. Botin è il presidente del Banco Santander, che ha fatto l’affarone di comprare Antonveneta e due mesi dopo rivenderla a prezzo maggiorato del 20%, appena prima che cominciasse la grande crisi bancaria. E in effetti, a Mps - che darà il dividendo alla Fondazione e agli altri azionisti anche quest’anno – servirebbero altri capitali freschi, oppure di ottenere il massimo dalle varie vendite che ha in programma di fare; ma il mercato oggi non ha tanti soldi da buttare come quando era Mps a voler comprare. E allora è probabile che entro la fine dell’anno qualche azionista dovrà mettere mano al portafogli. Oppure rassegnarsi a far entrare qualche estraneo nel sacro tempio della finanza “rossa” senese. Tra le due ipotesi, non si sa quale sia la più shockante.

     
 

5 Commenti

  1. Giovanni scrive:

    La cosa ridicola è che nel 2009 si contino il numero di sportelli. Chiaro che ad esempio iwbank che esce da Patti Chiari non influisce per nulla visto che non ha sportelli…

  2. Trasferisco tutto quel (poco) che ho sotto il materasso e mi sento più sereno……

  3. giacomo scrive:

    Guarda che gli azionisti “estranei” a Siena ce ne sono già e contano per la metà del Cda. Parlate di banche e non ne capite niente. Il nome però è davvero azzeccato: giornalettismo. E si vede.

  4. luigi g. scrive:

    Veramente un articolo da dilettanti. Da giornalettisti. Ma perché non fate qualcosa di più utile invece di invadere la rete con queste chiacchiere da bar?
    Guardate me: io ad esempio passo la giornata a farmi inculare da otto buoi muschiati siberiani mentre scongelo loro le palle.

  5. Falkenberg scrive:

    Patti CHiari era un’idea che poteva avere un senso, se non fosse stata gestita da una masnada di burocrati senza la più pallida idea del mercato su cui andavano a incidere. Un esempio per tutti è stata la scelta di impiegare soltanto il rating come fattore per vlautar ele rischiosità.
    Putrtroppo, in questo sono in ottima compagnia: l’intera casta deri regolatori centrali, che non si sono accorti di aver firmato una cambiale in bianco a gente molto più brava di loro a sfruttare il sistema a proprio vantaggio.

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